Eurocarne, bilancio finale all'insegna del (cauto) ottimismo

Il settore bovino al lavoro per incrementare la produttività degli allevamenti e innalzare la qualità

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Grande successo di pubblico per la manifestazione Eurocarne 2015
Fonte foto: © Eurocarne

Le filiere delle carni sono in sofferenza, ma le soluzioni per diversificare e rilanciare i consumi o, quanto meno, per frenarne la caduta, ci sono. È il messaggio, sul filo dell’ottimismo, che emerge dalla 26ª edizione di Eurocarne, che ha chiuso i battenti ieri a Veronafiere e che darà appuntamento al 2017, pur mantenendo una cadenza triennale.
La dimensione della carne bovina è quella che registra le maggiori difficoltà. Un po’ ovunque in Europa, anche se gli approcci sono differenti. Lo scenario italiano è forse quello che registra le maggiori difficoltà in termini di trend, appesantito anche da un’eccessiva demonizzazione, che negli altri paesi è decisamente più ridimensionata.

Italia
"Negli ultimi tre anni – ha detto Kees De Roest del Crpa – le macellazioni bovine hanno registrato un declino dell’11%, mentre negli ultimi 4 anni le importazioni dei capi da ristallo sono diminuite del 17%, come conseguenza delle progressive chiusure degli allevamenti e al calo dei consumi, scesi a 19,9 chilogrammi annui pro capite".
Cifre alla mano, dalle 372.000 vacche nutrici del 2010, nel 2014 sono passate a 328.000 unità e la redditività degli allevamenti di charolaise nel secondo, terzo e quarto trimestre del 2014 è stato negativo, con una perdita fra i 20 e i 30 euro per 100 chili, come conseguenza delle oscillazioni negative del mercato, che hanno neutralizzato i benefici dei minori costi di produzione.
"I premi Pac riescono ancora a compensare le perdite – ha detto De Roest - ma dal 2015, con la nuova programmazione europea, questo non avverrà. Il calo dei premi Pac fino al 2020 sarà del 40% rispetto al 2014 e solo in parte sarà mitigato dai premi accoppiati per i bovini da carne. Bonus per i bovini da carne che potranno arrivare a 70 euro per animale, grazie al plafond sugli aiuti accoppiati di 66 milioni per bovini da carne, pari al 16% del totale italiano dei premi accoppiati".
Le prospettive di sviluppo, secondo De Roest, sono di due ordini: "Incrementando la produttività degli allevamenti oppure innalzare la qualità, per arrestare il calo dei consumi di carne".

Le proposte dell’Aia
Per contrastare se non il calo del numero di capi allevamenti, quanto meno le importazioni di broutard dalla Francia, l’Associazione italiana allevatori, insieme con l’Associazione regionale degli allevatori del Veneto, Regione Veneto e i consorzi Unicarve, Azove e Università di Padova, ha presentato il progetto pilota “Meetbull”.
La sperimentazione è già partita e vede la collaborazione di stalle da latte e da carne, con l’obiettivo di sostenere il comparto delle carni, attraverso la linea vacca-vitello, ottimizzando cioè la rimonta interna delle stalle da latte con il seme sessato.
"In questo modo – spiega il presidente di Arav, Floriano De Franceschisostituiamo le nascite di vitelli maschi dalle razze da latte, che non hanno alcun ritorno in chiave economica, con capi meticci da carne, di valore commerciale nettamente più alto, in modo da avere un prodotto al 100 per cento italiano".
In termini economici, anche se il seme sessato ha un costo del 30 per cento superiore rispetto al seme convenzionale (circa 100 euro contro i 70 euro per il convenzionale), il ritorno è di circa 300 euro per animale allevato, al termine del ciclo di accrescimento.
Il progetto pilota ha già coinvolto 150 stalle da latte e da carne e i primi 800 capi sono già nati. L’obiettivo è arrivare a fine novembre con 3.000 meticci di Frisona e razza Blu belga allevati per la produzione di carne. In una seconda fase dovrebbe essere coinvolta anche la razza Piemontese.
Un modo anche per rispondere alle esigenze dei consumatori, che chiedono il più possibile carne nata, allevata e macellata in Italia, come emerso dalla ricerca commissionata da Eurocarne a SGMarketing che ha coinvolto 1.000 responsabili degli acquisti.

Negli altri Paesi, invece, gli scenari sono differenti. Vediamoli.

Regno Unito
Nessuna demonizzazione per la carne bovina nel Regno Unito, dove stanno proliferando ristoranti dove si serve esclusivamente carne bovina di alta qualità, rigorosamente Made in United Kingdom. Lo ha spiegato Phil Hadley di Eblex, che ha tracciato il quadro della zootecnia bovina da carne a livello mondiale.
"I consumi di carne sono in aumento sui mercati asiatici – ha detto – mentre, per fattori meteorologici, c’è stata una riduzione notevole della produzione per Usa e Nuova Zelanda. L’Unione europea ha recentemente vissuto una grave crisi nel segmento della carne di cavallo, a causa degli scandali, ma sta pesando negativamente anche l’embargo russo, solo in parte compensato dall’apertura della Cina alla carne dell’Ue".
Il Regno Unito, sul versante delle esportazioni, ha aperto nuovi canali con Angola e Filippine.

Francia
"Le vacche e le manze rappresentano il 60% della produzione globale di carne, perché i broutard vengo esportati principalmente in Italia, Spagna, Grecia, Germania, Nord Africa e, dazi permettendo, in Turchia", ha esordito Philippe Chotteau, dell’Institut d’Elevage. Tre Paesi (Italia, Grecia e Germania) rappresentano l’80% dell’export francese.
La Francia è un importatore netto, dal momento che i consumi sono superiori alla produzione. Consumi che, per effetto della crisi, sono diminuiti e si stanno orientando verso qualità tutt’altro che elevate. "Il 40% della carne venduta nei supermercati è tritata - ha affermato Chotteau – e abbiamo molti meno ristoranti dove si vende esclusivamente carne di qualità, come invece nel Regno Unito".
Resta aperto il nodo della redditività, più bassa rispetto anche al comparto lattiero e cerealicolo. Tuttavia, "l’obiettivo è incrementare la competitività, sfruttando da un lato l’euro basso sul versante delle esportazioni e, sul piano interno, attraverso leve di ricerca e sviluppo, come il progetto Eurobeef 2020".

Polonia
"La Polonia esporta l’84% della propria produzione di bovini da carne – ha illustrato Jerzy Wierzbicki dell’Associazione dei produttori di bovini da carne -. Con 330.000 tonnellate all’anno siamo fra i 10 principali esportatori al mondo. A fare da traino sono i prezzi bassi, di circa il 20% inferiori rispetto alla media dell’Unione europea, sia per vitelli e tori che per vacche e manze".
I consumi di manzo in Polonia sono crollati. Dagli 80 chilogrammi annui pro capite consumati negli anni Ottanta, l’asticella dei consumi di carne bovina è passata a 8 chilogrammi nel 2000 e a meno di 2 chilogrammi all’anno del 2013. L’obiettivo della Polonia è quello di incentivare la specializzazione degli allevamenti da carne e di incrementare il numero di capi allevati.
"Per questo motivo – ha ricordato Wierbicki - la Polonia ha deciso di dare un contributo di 70 euro per singolo capo, indifferentemente per vacche da latte, manze, torelli e manzi, fino a un massimo di 30 animali".

Irlanda
L’Irlanda è una macchina da guerra dell’export: 12 miliardi il valore delle esportazioni agroalimentari. In termini di carne bovina, l’Irlanda è il quarto Paese esportatore al mondo, con 530mila tonnellate di carne e 240mila animali vivi, in gran parte vitelli destinati agli allevamenti olandesi, belgi, francesi e spagnoli. E nel 2014, dopo 16 anni di assenza, l’Irlanda ha fatto di nuovo breccia nel mercato libico, inviando 18mila capi.
Ancora sul versante zootecnico, "sono 78mila i produttori di carne, 16mila gli allevatori da latte, 13mila gli allevatori di pecore e spesso le aziende sono miste: il 40% delle imprese che allevano capi da carne ha anche un’altra attività oltre all’azienda agricola", ha specificato Kevin Kinsella dell’Irish Farmers Association.
Il 70% della carne irlandese proviene dal 15% delle aziende e l’attività di allevamento si basa per l’80% sul pascolo.
Il prezzo medio dei torelli, poco superiore ai 4 euro al chilogrammo, si mantiene al di sopra della media europea, ma ben al di sotto della media del Regno Unito. Dal 2000 a oggi, comunque, l’Irlanda ha visto incrementare i prezzi di vendita di 1 euro al chilogrammo, trend non risolutivo, comunque, per compensare l’aumento dei costi di produzione.
Quanto alle politiche agricole, l’Irlanda insieme al Regno Unito è stato l’unico Stato che ha deciso di non andare all’accoppiamento per vacche nutrici.
"Come allevatori siamo profondamente delusi – ha commentato Kinsella – nonostante la decisione del noatro ministro, Simon Coveney, di introdurre un pagamento a sostegno delle vacche di 100 euro per capo per i primi 10 capi e di 80 euro per volumi successivi, prelevando la somma dal Secondo pilastro della Pac".
L’Irlanda sta scommettendo sulla qualità con la garanzia del "Board Bia Quality Assurance", per assicurare gli allevatori e sostenere il mercato, "divenuto un prerequisito per poter essere accettati nel mondo del retail", ha riferito Kinsella. In parallelo, si sta sviluppando una garanzia legata alla sostenibilità dell’allevamento. Si chiama "Origin Green" e certifica le emissioni di gas serra, l’efficienza, i dati legati alla genetica degli animali.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

Autore: Redazione Agronotizie

Tag: allevamento carne import/export fiere

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