Batti e ribatti in area glifosate

Lo storico erbicida è ormai da molti anni al centro di polemiche feroci, patendo di pesanti accuse di cancerogenesi, teratogenesi e altre influenze poco raccomandabili sulla salute. Raccontare la storia dall’inizio appare impresa dura. Meno complessa appare la sintesi degli avvenimenti più recenti

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

Tecnica
Questo articolo è stato pubblicato oltre 4 anni fa

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Sul fronte dei diserbi il glifosate è sempre più sotto attacco

Costa poco e funziona. Per questo se ne vende a tonnellate. In Argentina, per esempio, lo applicano alle colture transgeniche perfino con gli aerei, anche se questa pratica sarebbe ben lungi da applaudire vista la considerevole dispersione ambientale cui la molecola va incontro. E quindi proprio dall’Argentina si è deciso di partire con questa sintesi sull’affair glifosate.
 
Uno studio argentino  del 2010 avrebbe infatti evidenziato un’azione embriotossica di glifosate su alcuni vertebrati come rane e polli, i quali si sarebbero sviluppati in modo anomalo presentando malformazioni fetali. La ricerca è stata prodotta dal gruppo di Andrés E. Carrasco, del Laboratorio di embriologia molecolare della Facoltà di medicina dell’Università di Buenos Aires. Questi sarebbe infatti partito dall’osservazione di alcune malformazioni cranio-facciali a carico di neonati umani e sarebbe andato alla ricerca di una possibile causa. Dato che in Argentina, come detto, glifosate è utilizzato ampiamente, questo diserbante è stato subito messo al centro dell’attenzione dei ricercatori. Leggendo la ricerca, però, si evince che la dose utilizzata nei test su rane e polli era una diluizione 1:5000 di un formulato commerciale comunemente utilizzato in Argentina. Prendendo ad esempio una formulazione che contiene 360 grammi per litro si sostanza attiva, diluirlo 1:5000 implica una dose finale di 72 mg/L (430 µM), ovvero una dose che definire stellare sarebbe un eufemismo se ci si riferisse alle reali concentrazioni ambientali raggiunte da questa molecola.
Tanto per fare una proporzione con altre sostanze chimiche note, in alcuni studi effettuati da Takashi Kobayashi et al. nel 1995 si sono ottenute malformazioni in embrioni di pollo somministrando caffeina a soli 3 mg/L. Da qui la proibizione di bere caffè per le donne in gravidanza, visto che una sola tazzina di un nostro espresso contiene da 47 a 75 mg di caffeina.
 
Nonostante ciò, lo studio argentino ha funto da cassa di risonanza per una Ong britannica, la “Earth Open Source”, la quale ha attaccato duramente Monsanto e glifosate affermando che la società di St. Louis e le Autorità pubbliche sapevano di questi effetti embriotossici in laboratorio, ma avrebbero “nascosto la verità”. Al lavoro argentino è quindi seguito quello di M. Antoniou et al., nel quale si elencano diversi studi effettuati su glifosate. Da questi emergerebbero problemi di tipo teratogeno su feti di varie specie animali. Per esempio, su mammiferi (ratte gravide) si sarebbero ottenute malformazioni scheletriche nei feti a dosi di 180, 270 e 360 milligrammi di glifosate per chilo di peso delle cavie. Le dosi sarebbero state somministrate fra il sesto e il 15esimo giorno di gravidanza. Una donna di 60 chilogrammi di peso, giusto per fare una comparazione, dovrebbe assumere dagli 11 ai 22 grammi di glifosate per raggiungere le medesime concentrazioni corporee. Praticamente, dovrebbe usarlo al posto dello zucchero nel caffelatte. Non a caso, l’Ufficio federale tedesco per la protezione dei consumatori e la sicurezza alimentare, in acronimo “BVL”, emise una confutazione dei summenzionati studi dichiarando che vi era “... un enorme e affidabile database circa la tossicità di glifosate sullo sviluppo embrionale e fetale e nessuna evidenza di teratogenicità era stata ottenuta. In particolare, studi su ratti e conigli non hanno evidenziato malformazioni cranio-facciali”(1).

Rimandati al mittente gli studi sui ratti, appaiono invece più interessanti i test effettuati su batraci (le rane). A valori di un solo ppm, ovvero un milligrammo litro, si sarebbero osservate malformazioni scheletriche in Polypedates cruciger (Jayawardena et al., 2010). Altri studi (Lajmanovich et al., 2005) avrebbero individuato analoghi effetti a circa 3 mg/L con esposizioni di due giorni. Questo in laboratorio. Nell’ambiente, invece, cosa succede? Perché tranne le povere cavie, le rane stanno di solito in canali e stagni.
Secondo i report dell’Ispra sulle acque, glifosate sarebbe in testa alla “classifica” degli agrofarmaci più trovati nelle acque superficiali italiane, con il 68,2% dei casi, sforando le soglie fissate dai criteri di qualità nella maggior parte di essi. Questo valore è però molto basso, ovvero 0,1  µg/L, cioè uguale al limite per le acque potabili. Anche per questa ragione, pur mostrandosi per la quasi totalità al di sotto del microgrammo per litro (analisi anno 2010) glifosate risulta fra i “bad boys” nelle acque superficiali. Il valore massimo riscontrato nelle acque superficiali italiane è stato però di soli 2,8 µg/L, ovvero circa mille volte al di sotto delle dosi utilizzate su batraci nei test di cui sopra, aprendo quindi la porta a notevoli perplessità.

Anche le multinazionali che commercializzano glifosate, tre su tutte Monsanto, Syngenta e Dow, pare abbiano seguito questo filo logico, sostenendo che i problemi tossicologici si sarebbero verificati a dosaggi di molto superiori a quelli cui normalmente ci si può aspettare di trovare glifosate nell’ambiente. Del resto, se una molecola risulta tossica in laboratorio a mille volte le concentrazioni ambientali, cosa dovrebbe fare preoccupare?
Non la pensano ovviamente così gli autori del metastudio, ovvero Antoniou et al. Secondo loro, infatti, gli scenari non sarebbero affatto rassicuranti. Estrapolando la relazione esistente fra dose somministrata e concentrazione ematica, i valori teorici di glifosate nel sangue delle rane avrebbero potuto essere molto bassi pur partendo da concentrazioni esterne molto elevate. Lo stesso approccio è stato poi adottato ragionando di uova di gallina. All’interno di esse è stato analogamente calcolato che le concentrazioni potessero in fondo essere molto basse, intorno a 57 µg/L, nonostante la dose di partenza fosse alquanto elevata. Quindi, l’uso di alti dosaggi all’origine avrebbe potuto generare basse concentrazioni nel sangue dei batraci e nelle uova del pollame, producendo comunque effetti negativi.
Forse che si, ma forse che no. Magari, per esser certi, sarebbe stato bene che qualche uovo venisse sacrificato e analizzato direttamente, in modo da ottenere valori misurati anziché stimati. Stesso discorso vale ovviamente per il sangue di rana. Ancor meglio, sarebbe produrre studi di semi-campo, ove misurare i reali effetti di glifosate sui batraci a concentrazioni di glifosate paragonabili a quelle che realmente si trovano nelle acque, ovvero nella scala dei microgrammi litro anziché milligrammi.

Sia come sia, la controversia rimane quindi aperta fra chi sostiene la non pericolosità del glifosate e alcune Ong che accusano addirittura Monsanto e Autorità di celare “verità scottanti” al pubblico. Come pure continuano a proliferare singole “ricerche-denuncia” effettuate con dosaggi che paiono molto lontani da quelli che realmente ci si potrebbe aspettare nell’ambiente. Ricerche poi smentite regolarmente dalle succitate Autorità, le quali di dossier su glifosate ne hanno a tonnellate. Parrebbe quindi una gara ad elastico, con un circuito cieco di accuse, smentite e contro accuse senza fine.

A questo punto un solo dubbio attanaglia la mente di chi scrive: sapendo che i residui finali di glifosate nella soia gm possono arrivare a punte di ben 17 mg/kg(2); sapendo che il 90% della soia coltivata nel Continente americano è glifosate tollerante; sapendo che bovini, suini e pollame vengono alimentati in buona parte con mangimi che contengono soia gm; come mai non vengono registrate anomalie sanitarie in alcuna di queste specie, se poi si afferma che pochi µg di sostanza attiva possono risultare letali per feti ed embrioni?

Già, perché secondo uno studio pubblicato su “Journal of Animal Science” gli animali d’allevamento americani starebbero benone da quasi trent’anni nonostante le massicce dosi di ogm e di glifosate che attraverso la soia transgenica arriva nelle loro mangiatoie dal 1996, anno di introduzione dei primi ogm. L’Università della California ha infatti valutato i molti studi riguardanti la salute del bestiame svolti in un lasso di tempo compreso fra il 1983  e il 2011, ovvero lungo la bellezza di 28 anni di cui 13 non hanno conosciuto ogm. L’insieme degli studi ha riguardato un totale di 100 miliardi di animali, i quali per più di un quarto di secolo sono stati allevati consumando migliaia di miliardi di razioni sia con, sia senza ogm. Comparando lo stato sanitario del bestiame pre e post ogm, nessun effetto negativo di tipo sanitario sarebbe stato evidenziato a carico dei capi nutriti a ogm rispetto a quelli alimentati con foraggi “vecchio stampo”. Quindi, insistere sulla pericolosità degli ogm parrebbe più questione di ostinazione che di scienza.

Ora, al di là delle dispute su microgrammi o milligrammi, su test di laboratorio o in pieno campo, resta un fatto sopra ogni possibile disputa: stando al lavoro californiano non solo gli ogm non sarebbero risultati pericolosi, ma nemmeno lo sarebbe risultato glifosate, sebbene i suoi residui risultino abbondanti nelle razioni zootecniche transgeniche. E dato che alla fin fine è il risultato finale quello che conta, sarebbe bene che ci si ricordasse che oltre ai test in vitro, alle estrapolazioni di concentrazioni teoriche e alle denunce sui media, vi sarebbero pure evidenze macroscopiche che risultano del tutto rassicuranti, una parte delle quali è stata raccolta proprio da Monsanto e messa a disposizione di chi voglia prendersi il tempo di leggerle, magari evitando gli usuali e sciocchi snobismi che si annusano quando sia una multinazionale a condividere informazioni anziché una Ong di stampo ambientalista.

Magari, questo si, sarebbe poi bene che la soia gm glifosate-resistente non arrivasse a mostrare residui finali di 17 mg/kg, come evidenziato dalla Fao. Perché un conto è la razionalità anti-allarmistica, un altro è accettare livelli di residui tutt’altro che trascurabili nel cibo che viene somministrato agli animali da allevamento e, in parte, all’Uomo.

Non resta quindi che pazientare, in attesa di leggere ulteriori report, possibilmente dettagliati ed esaustivi, su indagini epidemiologiche su vacche, suini, pollame e batraci. Tutti animali che fuori dai laboratori, almeno per ora e a meno di clamorose smentite, non pare abbiano particolari problemi di teratogenesi e di malformazioni ossee.
 
Referenze

(1) Bundesamt für Verbraucherschutz und Lebensmittelsicherheit (BVL) (2010) Glyphosate – Comments from Germany on the paper by Paganelli, A. et al.: “Glyphosate-based herbicides produce teratogenic effects on vertebrates by impairing retinoic acid signaling”. Braunschweig, Germany.
 
(2) Food and Agriculture Organization (FAO) (2005) Pesticide residues in food- 2005: Evaluations Part I: Residues (S. 477).
 
 
 

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Tag: agrofarmaci ogm biotecnologie

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