Droni in viticoltura? L'esperienza della cantina Berlucchi

Diego Cortinovis, agronomo dell'azienda: "Dal 2012 abbiamo deciso di abbandonare l'uso dei droni per passare ai sensori di prossimità"

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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Berlucchi ha utilizzato i droni dal 2010 al 2012
Fonte foto: © Alexander Kolomietz - Fotolia  

Berlucchi ha utilizzato i droni dal 2010 al 2012, ma dopo un periodo di prova ha abbandonato i velivoli senza pilota. Ci spiega perché l'agronomo dell'azienda, Diego Cortinovis, agronomo dell'azienda, spiega il perchè ad AgroNotizie.

Cortinovis, qual è l'esperienza della cantina Berlucchi con i droni?
“Abbiamo utilizzato i droni dal 2010 al 2012 per generare le mappe di vigore su 20 ettari dei nostri vigneti. Ma dopo un periodo sperimentale siamo passati ai sensori di prossimità montati sui mezzi agricoli che passano tra i filari per i trattamenti”.

Come siete approdati all'uso dei droni?
“Sono quindici anni che monitoriamo le nostre vigne con il telerilevamento, prima con i satelliti, poi con il biplano e infine con i droni. Ogni passaggio è stato frutto dell'affinamento tecnologico e di logiche economiche”.

Perché avete deciso di abbandonare l'uso dei droni per passare ai sensori di prossimità?
“Principalmente perché il drone scatta una serie di fotografie della vigna che poi devono essere elaborate e 'cucite' assieme. Questo richiede tempo e risorse. Quando abbiamo iniziato ad usarli inoltre, la normativa Enac era ancora poco chiara e dunque c'erano molte incertezze su come e dove i droni potessero volare”.

Meglio le immagini satellitari dunque?
“Il satellite ha il pregio di poter prendere con uno scatto ampie porzioni di territorio. Il difetto è che la risoluzione è bassa e dunque non si può avere un dato puntuale filare per filare”.

E dunque siete passati al rilevamento da terra...
“Per ora è lo strumento più preciso e versatile. I sensori sui mezzi ci danno dati molto precisi e ad un costo inferiore rispetto ai droni”.

Avevate una persona dedicata in azienda o vi siete affidati a contoterzisti?
“Collaboriamo con una società di servizi che si occupa di produrre le mappe di vigore. Gli operatori uscivano un paio di volte l'anno: in post fioritura e prima dell'invaiatura”.

Perché in questi momenti?
“Perché i sistemi di telerilevamento funzionano in fasi molto precoci, in cui la vite utilizza le proprie risorse e non è condizionata da fattori esterni. Fino alla fioritura le piante sfruttano le riserve accumulate durante l'anno precedente. Con il telerilevamento posso vedere le potenzialità della vite, al contrario se aspetto troppo rischio di avere dati sfalsati da alcune variabili, come la carenza di acqua o la presenza di concime”.

Come usate poi queste mappe?
“Ci servono a supporto di un monitoraggio manuale che facciamo in campo. Conoscendo lo stato di partenza di una vite siamo in grado di gestirla durante tutto il periodo vegetativo, in modo che in vigna ci sia una omogeneità della qualità dell'uva”.

Quali dati relativi all'uva raccogliete?
“La campionatura delle uve con il telerilevamento, con camera ad infrarossi, va ad indagare le correlazioni tra acidità e zuccheri. Se ad esempio un vigneto è molto vigoroso sarà molto produttivo e quindi avrà un tenore di acidità alto e un grado alcolico in zuccheri basso. Sono dati fondamentali per agronomi ed enologi”.

Generate le mappe che cosa succede?
“Gestiamo la vigna, pianta per pianta, in modo da avere una qualità omogenea del prodotto. In azienda abbiamo costruito una concimatrice a rateo variabile che dà la giusta quantità di fertilizzante pianta per pianta, in modo che alla fine tutte le viti vengano portate agli stessi valori produttivi”.

I costi sostenuti per monitorare la vigna con questi sistemi generano poi un ritorno economico sufficiente a giustificarli?
“Assolutamente sì. Solo a livello di concimazione abbiamo riscontrato una riduzione del 30% dei consumi, con ripercussioni positive anche sull'ambiente”.

Tra droni, satelliti e sensori in campo qual è il sistema più economico?
“Le foto da satellite hanno ormai un costo abbordabile. Noi le abbiamo usate su 500 ettari, di cui 100 nostri aziendali e 400 di conferitori, e il costo ad ettaro è di circa 30 euro. La pecca è che si ha un dettaglio inferiore rispetto a quello garantito da altri sistemi”.

Perché i droni siano competitivi rispetto ai sensori in campo quali migliorie dovrebbero essere apportate?
“Il problema è l'area di rilevamento del drone. Volando a 50-100 metri il diametro della fotografia è limitato. I velivoli dovrebbero avere autonomie più estese e quote operative più elevate, ma su questo punto incide molto anche la regolamentazione Enac”.

 


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