Cereali, quale sarà il futuro globale?

Crisi in Ucraina, costi di produzione aumentati e tensioni sui prezzi sono alcuni degli aspetti che oggi rendono incerto l'evolvere delle produzioni

Matteo Bernardelli di Matteo Bernardelli

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Da più parti si sta rilanciando il tema della sovranità alimentare (Foto di archivio)
Fonte foto: © TTstudio - Adobe Stock

Quale sarà il futuro globale per cereali e semi oleosi? Gli agricoltori in Ucraina sono riusciti a seminare e, soprattutto, saranno in condizioni di esportare attraverso nuove rotte commerciali su strada ferrata, visti i blocchi dei porti a causa dell'invasione russa? Quanto peserà la siccità in Sudamerica? E quale impatto avrà la politica "Zero Covid" adottata dalla Cina sugli stock e le importazioni di cereali e semi oleosi? In una frattura geopolitica così frastagliata, quali direzioni prenderà il grano russo? E i fertilizzanti prodotti da Mosca?

 

Sono alcune delle moltissime domande che a livello globale si stanno facendo analisti di mercato, economisti agrari, ma anche agricoltori e catene di approvvigionamento alimentari, alla luce anche delle tensioni sui prezzi, che hanno fatto esplodere i prezzi di frumento, mais, soia, girasole.

 

Il quadro è decisamente complesso, con la previsione di un incremento delle fragilità alimentari in alcune aree del Pianeta fortemente dipendenti dall'import di cereali da Ucraina e Russia. La Fao stima che Russia e Ucraina contribuiscano rispettivamente al 18% e al 10% delle esportazioni globali di grano e frumento segalato, l'equivalente di quasi 33 milioni di tonnellate e 20 milioni di tonnellate nel solo 2021. Ma i rallentamenti delle esportazioni potrebbero inasprire l'instabilità di popolazioni che dipendono largamente dai beni primari acquistati proprio in Russia e Ucraina.

 

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Solamente nel triennio 2018-2020, l'Africa ha acquistato circa 3,7 miliardi di dollari di grano dalla Russia (pari a circa il 32% delle importazioni complessive del prodotto) e una cifra intorno a 1,4 miliardi di dollari dall'Ucraina (il 12% dell'import complessivo di prodotto), con una crescita della spesa internazionale che nel periodo 2007-2019 è cresciuta del 68%. Merito della crescita dei consumi interni e risposte di acquisto assicurate grazie a una globalizzazione che, per quanto imperfetta, ha risposto alla richiesta alimentare del Continente Africano. Ma ora, chi potrà sostituirsi a Russia e Ucraina? Stati Uniti e Canada e, forse, in parte anche l'Australia, potrebbero sopperire a una rotta divenuta insicura come quella che passa dal Mar Nero.

 

Molto più difficile, secondo gli analisti, che siano Argentina e India a rafforzare o a inaugurare nuove tratte commerciali, per esigenze interne. Sia Argentina che India, infatti, alla luce dei cambiamenti climatici in atto, delle tensioni sui prezzi e per la volontà di garantirsi innanzitutto un approvvigionamento interno, potrebbero limitare l'export, applicando dei dazi oppure, molto semplicemente, sospendendo o riducendo i volumi inviati al di fuori dei propri confini nazionali.

Non dimentichiamo che l'India sta attraversando una fase particolarmente delicata, dopo le proteste degli agricoltori contro la riforma agraria voluta dal premier Narendra Modi e ritirata lo scorso novembre dopo un anno di tensioni e manifestazioni di piazza particolarmente aspre.

 

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Se le prospettive dal punto di vista dei prezzi per i cerealicoltori rimangono positive, al netto di costi di produzione fortemente aumentati e con l'incertezza - almeno in alcune aree del Mondo - dell'accesso ai fertilizzanti, non è ancora molto chiaro come evolveranno le produzioni.

 

Rese e produzioni potrebbero essere in forte aumento in Brasile, dove le superfici seminate a frumento e a mais sono cresciute (una parte di agricoltori sta valutando un secondo raccolto di grano, visti i listini), trascinate dai prezzi di mercato allettanti, ma con l'incognita di una stagione particolarmente siccitosa a causa della Niña e, a quanto dicono gli osservatori e i trader, almeno il 30% delle semine in alcune regioni del Paese sudamericano sarebbe in una situazione di stress. Quale sarà il riflesso sulle produzioni? Lo scenario non è banale, tenuto conto che il Brasile è il terzo produttore di mais al Mondo, alle spalle di Stati Uniti e Cina e che per i prossimi mesi il Brasile sarà il principale fornitore globale di mais, in attesa dei raccolti nell'emisfero Nord. Ma quanto peseranno a livello locale i maggiori costi di energia, carburante, fertilizzanti (il Brasile, con la neutralità alle sanzioni contro la Russia, dovrebbe essersi garantito un canale sulle forniture, anche se con prezzi molto elevati) e di logistica e trasporti?

 

La Cina rappresenta un'altra incognita tutt'altro che banale. Quali saranno gli effetti del lockdown sulle semine e sui consumi? Secondo i dati ufficiali, rilanciati nei giorni scorsi dal Financial Times, "ben un terzo degli agricoltori delle province nordorientali di Jilin, Liaoning e Heilongjiang, che rappresentano oltre il 20% della produzione di grano della Cina, non avrebbe sufficienti input agricoli, dopo che le autorità hanno sigillato i villaggi per combattere la pandemia. Un eventuale calo degli investimenti primaverili di cereali, in particolare riso e mais, potrebbe minare lo sforzo decennale di Pechino di raggiungere l'autosufficienza alimentare, costringendo il Paese ad aumentare le importazioni".

Con quali effetti? Aumenteranno dunque le importazioni? Da quali aree del Mondo? La Russia, ad esempio, non figura tra i principali fornitori di commodity agricole, al momento, ma è possibile che - in forza di quella "amicizia senza limiti" fra i due Paesi - si inserisca tra i grandi player commerciali? Oppure resteranno in piedi le consuete rotte verso la Cina, e cioè dal Brasile per soia e mais, dagli Stati Uniti per il mais, dall'Unione Europea, dal Canada e dall'Australia per il grano.

 

In questo contesto globale resta aperto il fronte Unione Europea. Escluso, almeno salvo colpi di scena, il rischio di accaparramento delle materie prime cerealicole, da più parti si sta rilanciando il tema della sovranità alimentare. È escluso che l'Italia possa, da sola, produrre per sé il grano, il mais e la soia necessari per l'autoapprovvigionamento completo, ma in chiave europea è evidente che si rendono necessarie nuove spinte per ridurre il gap produttivo e contenere la dipendenza dall'estero.

 

Indubbiamente i prezzi di mercato e le difficoltà logistiche legate agli approvvigionamenti - se l'Italia non ha forti importazioni da Ucraina e Russia, l'Unione Europea mostra maggiori volumi di import - hanno innescato alcune tensioni, che hanno generato uno scambio di battute piuttosto vivace tra il vicepresidente della Commissione Ue, Frans Timmermans, e il Copa Cogeca, la rappresentanza europea di agricoltori e cooperative agricole.

 

Se Timmermans ha minimizzato i rischi di approvvigionamento di grano e mais da parte dell'Europa, inquadrando il problema più su un terreno di natura logistica e finanziaria, dall'altra il mondo agricolo ha replicato evidenziando i rischi di accesso al mercato per le persone e le famiglie a basso reddito, a causa dei listini impazziti.
È evidente che la questione della sovranità alimentare europea dovrà essere risolta al più presto - rimandare il problema non porterà a nulla, anzi - adattando la Politica Agricola Comune e accelerando sulla transizione ecologica non a scapito della produzione, ma integrando nel contesto di crescita anche gli aspetti di incremento produttivo, sicurezza alimentare, lotta ai cambiamenti climatici e riduzione dell'uso di fertilizzanti e mezzi tecnici.

Detta così, appare nitida una sola soluzione: la ricerca genetica e l'autorizzazione a nuove sementi e varietà idonee a produrre di più in maniera sostenibile, senza rischi per la natura e i consumatori.

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