Solo di reflui zootecnici, in Lombardia, ve ne sono più di 27 milioni di tonnellate. Dagli scarti dei cereali ne arriverebbero altri 7,6 milioni. Le varie biomasse fermentescibili e gli scarti agro-industriali ne fornirebbero altri 5 milioni. Se poi dalla Gdo si raccogliesse tutto ciò che scarta, se ne ricaverebbero altre ottocentomila. Sono quindi 41 i milioni di tonnellate di materiali organici che potrebbero essere trasformati in bio-gas prima e in digestato poi. Terra alla terra, cenere alla cenere. Ed energia alle case degli Italiani. Dai suini, oltre a deliziosi prosciutti e salami, possono arrivare infatti pesanti contributi in kilowatt, con le loro 9 milioni di tonnellate di reflui prodotti. Li battono solo i bovini, con ben 16 milioni di tonnellate. Questi sono i numeri forniti da Viller Boicelli, del Consorzio Italiano Biogas - energia Kwerde.
Sfruttare tutto questo potenziale però non è facile. La produzione di tali masse è polverizzata sul territorio e non tutte le aziende possono dotarsi di adeguati impianti di digestione anaerobica dei reflui. L’approccio consortile appare quindi quello giusto. In Valtellina, per esempio, si sono già mossi in tal senso creando un impianto di cogenerazione consortile, osserva Flavio Sommariva del S.A.T.A della Regione Lombardia. Analoghe scelte comprensoriali sono state fatte tra le provincie di Brescia, Bergamo e Pavia, per la delocalizzazione dei reflui e dei separati solidi. In linea con queste politiche è stato realizzato in provincia di Brescia un impianto di “strippaggio” per la sottrazione di azoto ammoniacale dai reflui. Questo anche per andare incontro alle esigenze di riduzione dell’inquinamento ammoniacale dell’aria derivante dalle attività zootecniche lombarde. Nel mantovano, quattordici aziende con allevamenti di bovine da latte, più un allevamento di suini da ingrasso, si sono consorziate per riutilizzare in campo i digestati. In questo caso, grande peso hanno mostrato avere i contoterzisti, alcuni dei quali si sono dotati di apposite macchine per l’interramento dei digestati. Dal momento che nell’ingestato il rapporto percentuale tra azoto organico e azoto ammoniacale è di 62-38, mentre nel digestato è esattamente l’opposto, appare necessaria una corretta procedura di reimmissione in campo del digestato, al fine di limitare l’input ammoniacale in atmosfera. Solo professionisti come gli agromeccanici possono dotarsi di attrezzatura efficienti ma costose, come quelle necessarie a queste pratiche di campagna. Per massimizzare i benefici dell’intero ciclo, appare perciò necessaria un’adeguata presenza provinciale di contoterzisti attrezzati alla bisogna.
Prima di arrivare alle modalità di distribuzione in campo del digestato, però, ci si deve preoccupare di etrarre dai reflui la maggior parte di energia possibile. Migliorare e controllare l’efficienza dei digestori per il biogas diventa quindi attività strategica. Ne è assolutamente convinto Fabrizio Adani, dell’Università degli Studi di Milano. Secondo i dati mostrati da Adani sulla resa per ettaro di energia da biogas, i reflui zootecnici producono 23.231 Kwh/ha, contro i 12.640 del pioppo e i 7.700 del girasole. Dal mais si può ricavare etanolo, ma per ogni ettaro si possono produrre 8.216 Kwh/ha. Grande versatilità e produttività, quindi, a favore dell’utilizzo dei reflui. Adani presenta anche dati incoraggianti sui costi di produzione del biogas. La prima sorpresa giunge dai costi relativi all’impego di rifiuti urbani, il cosiddetto “umido”. La loro raccolta differenziata, e il loro conferimento e utilizzo, ha un costo quasi tre volte maggiore rispetto al valore del metano prodotto. Pure prossimi al valore di 0,28 €/kWhEE sono i costi del metano derivante da scarti di olio e pasticceria, melasso, scarti della lavorazione del riso o dai mix di colture energetiche. I liquami bovini e suini hanno invece un costo prossimo allo zero, dati gli aggravi pressoché nulli per l’approvvigionamento.
Ma la ricerca non è solo universitaria. Giorgio Colombo, della ricerca e sviluppo di Dekalb, porta la propria testimonianza su quanto l’industria stia investendo per la selezione di colture specificatamente vocate alla produzione di energia. Dekalb, d parte sua, investe nella ricerca di ibridi specifici. Alcuni atti alla produzione di bioetanolo, altri per la biomassa. Il primo passo del ricercatore è la caratterizzazione delle divere biomasse attraverso parametri qualitativi utili per la produzione di energia. L’amido, per esempio, produce un biogas povero di metano, al contrario delle proteine e dei grassi. La degradabilità della fibra è altro parametro strategico di cui tenere conto al momento della scelta di matrici vegetali da destinare poi a biogas. In termini agronomici, il doppio raccolto di triticale seguito da mais appare l’approccio più produttivo in termini di sostanza secca complessiva raccolta in un anno (37 tonnellate s.s./ha). Anche l’abbinamento di triticale più sorgo mostra dati molto positivi, ma questa soluzione è consigliabile solo in quelle zone che non possano permettersi di spingere verso l’alto le produzioni con irrigazione e nutrienti. Zone dove la sequenza triticale-mais risulta più produttiva. Si è indagato anche sulla ricerca del momento ottimale di distribuzione del digestato, il quale appare coincidente con la semina del mais e poi con quella del cereale vernino. Buoni risultati si ottengono anche applicando il digestato tra il primo e il secondo sfalcio del sorgo. Molto il lavoro per i terzisti, quindi, ma anche ben ripagato dai risultati. Proseguendo nel proprio cammino di ricerca, da Dekalb verranno introdotti nel 2010 nuovi ibridi ancora più performanti in termini di produzione di biogas.

 

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