“Non entro nel merito dell’inchiesta condotta in Friuli Venezia Giulia sul latte contaminato dalle aflatossine, ma ritengo doveroso precisare che il superamento del limite dei parametri sulle aflatossine nel latte non significa un danno immediato e diretto ai consumatori. Perché si verifichi un danno dobbiamo avere per anni livelli sopra la soglia, in quanto le aflatossine rappresentano un pericolo molto serio in caso di tossicità cronica, non acuta. E questo vale anche per i bambini”.
Vuole essere un messaggio anti-panico, quello del professor Amedeo Reyneri, docente di Filiere cerealicole e delle colture industriali erbacee all’Università di Torino, sulla vicenda dei formaggi prodotti con latte alla aflatossine, che ha portato all’arresto di Renato Zampa, responsabile dei Cospa-lat del Friuli Venezia Giulia e a misure cautelari per altri sei.

Altro aspetto da apprezzare: i controlli. “Esistono, si fanno, sono efficaci. Però…”.
Però?
“Diciamo che in annate come il 2012, in cui le materie prime presentavano un contenuto di aflatossine elevato, il rischio di avere latte contaminato era abbastanza probabile. Le filiere hanno controllato e fino all’indagine in Friuli, che non commento perché non conosco nel dettaglio, non ci sono stati casi. Questa volta bisogna riflettere”.

Cosa bisognerebbe fare?
“Intensificare i controlli e far capire che la possibilità di incappare nelle maglie dei controlli è altamente probabile”.

E in caso di laboratori compiacenti?
“Guardi, i laboratori non hanno interesse ad esserlo. Se il laboratorio riceve un campione non è responsabile di quello che viene consegnato. Per cui, magari, si può portare ad analizzare una provetta di latte e dire che rappresenta cisterne che, al contrario, non sono in regola. Cosa ne può sapere il laboratorio? Piuttosto, come dicevo prima, le Asl eseguano controlli a campione, anche se non si può coprire tutto”.

Il mais contaminato dalle aflatossine non dovrebbe essere estromesso dal circuito alimentare e zootecnico?
“Sì. Ma anche oggi, se volessi reperire del mais di qualità scadente per pagarlo poco, lo trovo. Bisogna tuttavia tenere presente che, quello che viene giudicato prodotto tossico in Europa non sia invece commercializzabile in altri Paesi del mondo. E non penso all’Africa, ma al Nord America”.

Professor Reyneri, cambiamo scenario. La Fao ha lanciato un allarme sulla ruggine del grano. Cosa può dire a riguardo?
“Innanzitutto una precisazione. In Italia di ruggine non se ne vede da anni, per fortuna. Da noi l’allarme è relativo a septoriosi e fusariosi del grano. La septoria attacca le foglie e si manifesta dalla levata in poi, da quando vengono emesse le ultime 3-4 foglie, che sono le più sensibili. Il trattamento di contrasto si fa ad aprile.
La fusariosi attacca la spiga, anche con la granella dentro. Il momento di intervento è alla spigatura, inizio fioritura e l’applicazione è a maggio”.


Cosa favorisce queste due patologie?
“Alta pioggia e grande umidità. La fusariosi, inoltre, può essere favorita da una temperatura piuttosto alta”.

Quali sono le conseguenze?
“La septoriosi distrugge le foglie e, frenando la fotosintesi, abbassa le rese. La fusariosi danneggia invece la struttura della spiga, limita la fotosintesi e soprattutto riduce il peso della granella. Inoltre, provoca lo sviluppo del don, che è una micotossina. Minori rese in campo danneggiano gli agricoltori, la presenza del don, invece, penalizza la filiera”.

La situazione in Italia qual è?
“Quest’anno ha piovuto moltissimo durante tutto il ciclo culturale del grano, da semina fino alla maturazione lattea, quindi il rischio di avere danni da septoria e fusarium sono molto forti, in particolare dal Centro al Nord Italia. si parla di un rischio medio-alto e in taluni casi molto alto, soprattutto nelle zone più fredde e umide. Poi dipende, chiaramente, anche da condizioni varietali e agrotecniche”.

E dai trattamenti.
“Sì. Quest’anno, però, avendo piovuto così frequentemente alcuni trattamenti non hanno attecchito e sono stati ripetuti. In rari casi i cerealicoltori sono arrivati a tre trattamenti”.

Questo incide un trattamento in termini di costo?
“Orientativamente sui 100 euro ad ettaro. Quindi un trattamento può essere ripagato se si producono 4 quintali in più ad ettaro. Molto importante anche la fase di recupero, perché la presenza del don fa degradare il frumento verso un uso foraggero o bioenergetico. Ma i prezzi per il frumento foraggero sono inferiori dal 15 al 25% rispetto a quello destinato per la panificazione o la pasta. E quando la qualità è scarsa subentrano sempre difficoltà a collocare il prodotto”.

In alcune zone del Nord Italia gli agricoltori hanno trinciato i cereali autunno vernini. Come mai?
“Si prevede una produzione maidicola molto scarsa, con una diminuzione media del 15%, per cui molti allevatori cercano di sopperire al fabbisogno trinciando il frumento”.