Non facciamoci abbattere dalle barriere fitosanitarie

Le restrizioni commerciali per esportare la merce fuori Ue sono sempre più invalidanti. Come fare per superarle? Il 21 aprile 2016 a Bologna si è tenuto un convegno sul tema

Lorenzo Cricca di Lorenzo Cricca

Questo articolo è stato pubblicato oltre 4 anni fa

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Simona Caselli, assessore all'agricoltura dell'Emilia-Romagna: 'Ci sono ancora tante imprese che non vanno all'estero e noi vogliamo aiutarle'
Fonte foto: © Agronotizie

Che cosa sono le barriere fitosanitarie di cui tanto oggi si parla e che rappresentano un'ostacolo all'export agroalimentare italiano fuori Europa? Sono restrizioni commerciali, non tariffarie, per il passaggio da Paese a Paese di vegetali e prodotti vegetali. Lo scopo è quello di tutelare la salute umana e animale, le produzioni agricole e l’ambiente. Soprattutto per contenere il veicolare di organismi nocivi, i quali possono insediarsi nei nuovi areali e dare origine a gravi epidemie. 

Un sistema però che spesso maschera azioni di protezionismo. E per superarli diventa necessario negoziare specifici protocolli, che a volte durano anni. L'Italia ha bisogno dell'export e quindi il problema deve essere affrontato e superato. Il 21 aprile 2016 si è tenuto a Bologna un convegno per parlarne e per capirne le criticità. 
"Nel 2015 l'Emilia-Romagna è stata la prima regione italiana per l'export di prodotto agrifood - sottolinea Simona Caselli, assessore all'Agricoltura dell'Emilia-Romagna -, ma c'è ancora un significativo potenziale inespresso che dobbiamo cogliere. Ci sono ancora tante imprese che non vanno all'estero. E noi vogliamo aiutarle, mettendo in campo una pluralità di strumenti: promozione dell'identità, sostegno all'innovazione di prodotto e di tecnologia, aumento della diplomazia, un supporto fitosanitario forte e preparato, sostegno all'export ed agli investimenti. Ma contemporaneamente dobbiamo difenderci dalla contaminazione in entrata".
 
Simona Caselli, assessore all'Agricoltura dell'Emilia-Romagna
(Fonte immagine: © AgroNotizie)
 

E' anche vero che ogni Paese ha diritto di adottare le misure fitosanitarie che ritiene più idonee per difendere il proprio "patrimonio", ma al tempo stesso ogni misura deve avere una chiara giustificazione scientifica e legale. Essa scaturisce dall'analisi reale del rischio e deve minimizzare il più possibile gli ostacoli al libero commercio internazionale.
 "Questi accordi devono rispettare il Paese destinatario - spiega Sabrina Pintus, del Servizio fitosanitario centrale italiano - ma anche il nostro. Il sacrificio deve essere reciproco. Troppo spesso ci sentiamo sottoposti a vere e proprie vessazioni. E' anche vero che noi non conosciamo le loro leggi e le loro necessità ma è anche vero il contrario.
Cosa possiamo fare? Per prima cosa è necessario creare un tavolo di lavoro specifico e continuo presso il Mipaaf, con il Servizio fitosanitario nazionale a coordinarlo. Il sistema che si crea deve fare da garanzia: attraverso un continuo controllo del territorio e della rete commerciale interna, studi approfonditi e un dialogo con i Paesi importatori. Proprio quest'ultimo aspetto troppo spesso manca e crea difficoltà dirette all'esportazione della merce. Basta ricordare il caso del kiwi in Taiwan, bloccato nel 2015 per diverso tempo a seguito di modifiche del protocollo che non sono state segnalate al nostro Paese. Risultato: frutti bloccati alla dogana e accordo da riprogettare in fretta e furia
Oppure il caso più recente del kiwi esportato in Usa che ha subito un rallentamento a causa di un preallarme del governo statunitense per un problema legato alla Mosca della frutta. Il "cold treatment" obbligatorio che devono subire i frutti per entrare non basta ad uccidere l'insetto. Per questo motivo è necessario rivedere il protocollo. Ma la notizia è arrivata al ministero solamente quando l'allerta era iniziata".

 
Stefano Boncompagni, direzione generale agricoltura dell'Emilia-Romagna
(Fonte immagine: © AgroNotizie)

Così come da un grande potere derivano grandi responsabilità dalla globalizzazione derivano grandi opportunità ma anche grandi problemi. Oggi c'è differenza tra esportare in un Paese comunitario e in un Paese extra-comunitario. Se nel primo caso vige l'approccio permissivo nel secondo quello restrittivo. Una differenza sostanziale che deve essere affrontata.
"L'Emilia-Romagna vuole essere in prima linea - spiega Stefano Boncompagni, direzione generale dell'Emilia-Romagna -. Per farlo si deve strutturare in modo adeguato e darsi strategie chiare. Dobbiamo avere un presidio fitosanitario capillare delle nostre produzioni e della filiera agroalimentare. Senza dimenticare che ci vuole una cultura nuova della certificazione. Non può essere solo un pezzo di carta da esporre ma deve essere la rappresentazione nero su bianco di un vero sistema di garanzia e di valore. Nel 2015 le aziende agroalimentari in Emilia-Romagna certificate all'export sono state 6984 e quelle all'import sono state 1177. Contemporaneamente c'è grande difficoltà ad interpretare le leggi stranieri e ad avere la documentazione utile. Se poi guardiamo al nostro territorio esiste un problema anche in entrata. Dobbiamo aumentare il livello di controllo su merci e persone, perchè anche in Italia possono arrivare malattie "aliene". Basti vedere negli ultimi anni: ad esempio i batteri Pseudomonas syringae pv actinidiae e Xylella fastidiosa, il virus Ctv, gli insetti Halyomorpha halys e Dryocosmus kuriphilis yasumatsu".
 
Franco Finelli, Servizio fitosanitario dell'Emilia-Romagna
(Fonte immagine: © AgroNotizie)

"Lo scenario sta cambiando - spiega Franco Finelli, del Servizio fitosanitario dell'Emilia-Romagna -. O forse è già cambiato. E noi dobbiamo attrezzarci in modo adeguato per fare impresa. Non possiamo rimanere legati a concetti obsoleti pensando che va bene così perchè abbiamo fatto sempre in questo modo. Dobbiamo avere un'attenzione maniacale, pensando che anche il minimo errore può portare al blocco delle merci. E' importante il fare ma anche il come si fa. Senza dimenticare che siamo in un sistema "work in progress". In questi anni esistono anche casi di successo: l'apertuna dei mercati canadesi per piante acquatiche con substrato di coltura e l'apertura del mercato israeliano alla vendita di piante frutticole micropropagate. Negli ultimi anni la nostra Regione ha preparato 15 protocolli d'intesa per l'export per prodotti ortofrutticoli (di cui 8 per il kiwi), 31 per sementi, 11 per la produzione di materiale vivaistico e 6 per prodotti vari". 

Le trattative negoziali concluse
In Cina esportiamo kiwi dal 2009 e dal 2016 sarà possibile esportare agrumi (stiamo attendondo l'autorizzazione ufficiale a seguito di alcune modifiche che ci erano state segnale dal governo cinese), in Corea del Sud kiwi dal 2012, in Cile kiwi dal 2013, negli Stati Uniti d'America pere e mele dal 2013, in Giappone arance Taroccco dal 2008 e arance Moro e Sanguinello dal 2014 e in Perù materiale di moltiplicazione di vite dal 2014. Diverse sono le produzioni esportabili in Brasile: agrumi dal 2011, semi di carota dal 2001, sementi di loietto dal 2011, sementi di trifoglio Alessandrino dal 2012, rizomi di ranuncolo dal 2015.
Le trattative in corso
In Cina riso da risotto, erba medica, farina di frumento, nocciole, mele, pere, erbe aromatiche; in Corea del Sud agrumi; in Giappone kiwi; in Sud Africa mele, pere e uva da tavola; in Canada uva da tavola; in Vietnam kiwi, mele e pere.

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