Residui di antiparassitari negli alimenti: due studi sull'effetto cocktail

La normativa europea sugli antiparassitari prevede l'analisi degli effetti indesiderati delle combinazioni di differenti sostanze. Nessun allarme per gli effetti su tiroide e sistema nervoso, i primi aspetti indagati

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Dopo tiroide e sistema nervoso, le prossime tappe saranno verificare gli effetti cumulativi sugli altri organi e sistemi
Fonte foto: © denio109 - Fotolia

Il cosiddetto “effetto cocktail” degli antiparassitari è uno degli argomenti più dibattuti degli ultimi anni e da cavallo di battaglia di ambientalisti, Ong e complottisti è diventato un regolamento europeo (anzi due) direttamente applicabile in tutti i 27 Stati. Non sono norme ad hoc, sono la ben nota accoppiata regolamento 1107/2009 sull’approvazione e la commercializzazione dei prodotti fitosanitari nella Ue e 396/2005 sui loro residui nelle derrate alimentari.
La necessità di valutare gli effetti cumulativi dell’esposizione a diversi contaminanti è nota da tempo e il primo riferimento normativo che abbiamo trovato risale al 1964 negli Stati Uniti nel cosiddetto Titolo VI dell’Atto sui diritti civili, successivamente messo parzialmente in pratica dal Food Quality Protection Act del 1996. A quei tempi in Europa era in vigore la direttiva 91/414 che non aveva ancora preso in esame questo argomento (e poi diciamo di essere all’avanguardia), che farà la sua comparsa successivamente coi regolamenti citati.
 

Dal dire (anzi dallo scrivere) al fare c’è di mezzo molto lavoro…

Trasformare uno slogan in fatti concreti è una sfida notevole e l’Epa, sempre all’avanguardia mondiale su questo argomento, pubblicava nel 2003 il suo “Quadro per la valutazione cumulativa del rischio”, quando in Europa si provvedeva a diminuire i potenziali effetti cumulativi revocando 322 sostanze attive con l’entrata in vigore del regolamento 2076/2002.
 

Mettere in pratica le norme

Poi vennero pubblicati i regolamenti europei, prima quello sui limiti massimi di residui e poi quello sui prodotti fitosanitari, tutti che chiedevano di valutare “l’effetto cocktail” degli antiparassitari. Affrontare questo argomento con rigore scientifico ha terrorizzato prima le autorità che i produttori delle sostanze attive, perché le possibili combinazioni da valutare sono pressoché infinite (forse affrontabili dai computer quantici di Google) e per molti anni tutti gli attori della filiera – compresa l’Epa americana (che sembra non aver dato molto seguito al suo quadro del 2003) – sono rimasti combattuti tra due estreme semplificazioni: mantenere un basso profilo oppure buttare il bambino con l’acqua sporca.
 

La metodologia

Occorre andare al 2013 quando, su mandato della commissione Ue in applicazione dei regolamenti citati, l’Efsa ha divulgato il suo approccio scientifico al problema sinora mai risolto da nessuna autorità al mondo. La metodologia si chiama “Cumulative assessment group” che suddivide le sostanze attive in gruppi sulla base della similitudine dei loro effetti indesiderati sui singoli organi o sistemi bersaglio. La sperimentazione è stata avviata scegliendo un organo (la tiroide) e un sistema (il sistema nervoso). Sono stati cioè raggruppate sostanze accomunate dall’avere effetti indesiderati sulla tiroide e sul sistema nervoso e si sono analizzate le possibili combinazioni alla ricerca di effetti cumulativi che rendessero il rischio inaccettabile.
La metodologia è stata condivisa con tutti gli attori della filiera e si è giunti a un approccio condiviso che è stato messo in pratica usando i dati dei controlli dei residui degli antiparassitari sugli alimenti in Eu.
 

I risultati concreti

L’analisi prevista dalla metodologia è stata condotta su dati reali (i risultati dei controlli sui residui sulle derrate alimentari nella Ue) e appunto focalizzata agli effetti indesiderati su tiroide e sistema nervoso, quest’ultimo assurto alle cronache per la recente e controversa revoca del clorpirifos metile per la sua somiglianza con l’etile. Applicando sofisticate tecniche probabilistiche, in entrambi i casi l’Efsa non ha evidenziato nessuna necessità di richiedere azioni regolatorie per salvaguardare la popolazione europea.
Traduciamo dall’"Efsese" all’italiano: il compito dell’Efsa in questo caso è stato di verificare se l’associazione di più sostanze assunte contemporaneamente costituisca un rischio inaccettabile per il consumatore. L’azione regolatoria sarebbe stata la revisione dei limiti massimi di residui per quelle sostanze attive presenti contemporaneamente sulle stesse derrate dove la “somma delle tossicità” verso la tiroide o verso il sistema nervoso sarebbe stata superiore alla soglia accettabile per il consumatore.
 

Prossimi sviluppi

Ovviamente non c’è solo la tiroide e il sistema nervoso, per quanto siano prioritari nella valutazione del rischio per il consumatore. Le prossime tappe saranno verificare gli effetti cumulativi sugli altri organi e sistemi, per consolidare il “sorpasso” effettuato sulle autorità americane, che hanno affrontato per prime la problematica.
 

Approfondimenti per studiosi, addetti ai lavori o semplicemente curiosi

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