La peronospora non invecchia, cymoxanil nemmeno. Questo potrebbe essere il sunto dell’evento organizzato da Sipcam Italia in tema di lotta anticrittogamica nei vigneti e nei campi di orticole.
La conoscenza di una sostanza attiva, infatti, non finisce mai. Errore marchiano risulta quindi definire “vecchio” un prodotto solo perché è sul mercato da decenni. La fase di maturità, questo il termine più corretto da utilizzare, può durare infatti un tempo alquanto variabile e per taluni versi indefinibile. Dipende ovviamente dall’uso che se ne fa e dall’intelligenza gestionale adottata al fine di preservarne la longevità.
 
È il caso di cymoxanil, una molecola messa a punto sul finire degli Anni '70 che rivoluzionò l’approccio alla difesa antiperonosporica. Grazie a questa sostanza attiva si poté infatti integrare la lotta preventiva a calendario, basata su ditiocarbammati o rame, con trattamenti di tipo curativo, più mirati. Ma proprio qui cadde il famoso “asino”. Convinti di avere in mano una panacea per tutti i mali, molti tecnici e agricoltori tirarono troppo il collo alla molecola utilizzandola sempre più in extremis, generando così le condizioni per le quali, qua e là, si sono nel tempo sviluppati casi di ridotta efficacia quando non di resistenza.
Fosse registrato oggi, cymoxanil, probabilmente verrebbe maggiormente tutelato, visto che l’approccio tecnico più moderno è quello preventivo anzichè curativo. Sia come sia, e nonostante gli usi maldestri del passato, questa sostanza attiva risulta ancora uno dei punti di riferimento nei panorami fitoiatrici italiani.
 
Ben riassume i punti chiave di cymoxanil Pietro Querzola, del reparto R&D di Sipcam Italia.
Della sostanza attiva, originale Oxon, ancora oggi, dopo circa 40 anni, non si sa bene quali siano gli esatti siti d’azione sul patogeno. Il Frac lo ha infatti classificato nel Gruppo 27, a rischio di resistenze dal medio al basso, seppur necessiti di opportune strategie per scongiurarne l’insorgenza. Di certo, cymoxanil è in grado di inibire la germinazione delle oospore e lo sviluppo delle ife. Dal punto di vista normativo cymoxanil è stato iscritto nel 2009 in Annex I e presenta un comportamento ottimale dal punto di vista residuale, incontrando così le richieste delle filiere agroalimentari. Non a caso le prove di campo sui residui hanno sempre collezionato dei gran “non rilevabile” anche a fronte di otto trattamenti, sospesi a circa un mese e mezzo dalla raccolta [E con questo si dà risposta a quanti mi prendano in disparte dopo i convegni e mi chiedano sottovoce dopo quanto tempo cymoxanil non si trovi più all’analisi, rivelando così un interesse per questa molecola che va ben oltre la sua efficacia in campo – Nda].
 
Grazie poi al suo ottimo profilo tossicologico e ambientale non ricade nelle liste di sostituzione, né teme i cut off fissati a livello comunitario. È cioè una molecola dalle caratteristiche ultramoderne in rapporto agli attuali scenari normativi e sociali. Tutte caratteristiche foriere di una vita la cui lunghezza è al momento indefinibile.
 
La dose di impiego corretta, quella cioè che tiene anche sulla distanza, è quella di 120 grammi di sostanza attiva per ettaro. Il pH conta molto dal punto di vista dell’efficacia finale, dato che i valori neutri o alcalini sono deleteri sulla tenuta della molecola, la quale resiste invece bene a livelli sub-acidi. Strategico quindi verificare sempre il pH della soluzione da applicare e ridurre al minimo il tempo di stazionamento nella botte dell’atomizzatore. Il valore di pH pari a 6 pare appare l’ottimale per preservare la molecola. L’acidificante, come per esempio Phone, non è però normalmente necessario in caso di miscela con fosfiti, i quali hanno già di per sé una reazione acida. In alcune prove, anche prodotti come Blackjak di Sipcam Italia, a base di estratti umici da Leonardite, sono stati in grado di realizzare i livelli ottimali di pH della soluzione, apportando per giunta anche preziosi nutrienti alle colture.
 
Sul tema della sensibilità dei patogeni a cymoxanil ha relazionato Silvia Toffolatti del Disaa dell’Università di Milano. La bassa emivita della sostanza attiva, che all’interno dei tessuti vegetali diventa glicina, un aminoacido, nel giro di pochi giorni, ha contribuito a far considerare la molecola a basso rischio di resistenza. Negli Anni '90 vennero però le prime segnalazioni di scarsa efficacia in campo, ma, come sopra esposto, prevalentemente nei campi in cui veniva usato in chiave prettamente curativa. In modalità preventiva i rischi di resistenza si riducono drasticamente.
 
Come fenomeno, la resistenza in campo si manifesta su popolazioni di individui. La peronospora si presenta infatti sotto forma di ceppi diversi, alcuni dei quali resistenti, altri sensibili. Utilizzando miscele di prodotti si mantiene il rapporto iniziale fra i due schieramenti.
Se invece si esercita una pressione selettiva, utilizzando sempre la stessa molecola, si favoriranno i ceppi resistenti, i quali diverranno nel tempo predominanti a livello puramente numerico. È cioè la variazione della popolazione a causare l’insorgenza di fenomeni di scarsa efficacia.
Alternare i prodotti fa si che i ceppi resistenti rimangano sempre minoritari rispetto ai sensibili. Anche perché, aspetto che gioca a nostro favore, questi ultimi appaiono molto più competitivi rispetto ai primi. In una situazione normale, cioè, sono gli stessi ceppi sensibili a competere efficacemente con quelli resistenti mantenendone bassa la popolazione. Interessante poi come dalle prove sperimentali non sia emersa una correlazione fra numero di trattamenti e resistenze.
 
In un recente monitoraggio, effettuato in Lombardia fra il 2011 e il 2014, sono state saggiate quindi diverse sostanze attive, come per esempio azoxystrobin, un QI, e acetammidi come cymoxanil, ma anche fluopicolide, zoxamide, cyazofamid, metalaxil e mandipropamid.
L’uso prolungato nel tempo delle strobilurine, applicate anche come antioidici, ha in effetti generato alcuni problemi, sebbene dopo tre anni di sospensione si sia notato un certo recupero dell’efficacia. Sospendendo si ripristina infatti la succitata competizione fra ceppi sensibili e resistenti, ove i primi sono di solito più competitivi dei secondi nella colonizzazione delle foglie.

In generale, anche in presenza di oospore resistenti l’efficacia in campo non è però risultata compromessa, ribadendo lo scollamento fra dati di laboratorio ed evidenze in campo. L’errore è spostarsi in blocco su altre molecole solo per paura di resistenze. In questo modo si riducono ulteriormente i modi d’azione, amplificando i fenomeni stessi di resistenza.
 
A seguire, sono stati esposti i risultati di prove di campo su vigneto effettuate dai più affidabili centri di saggio in diverse Regioni, come Piemonte, Friuli e Veneto, dalle quali è emerso come i programmi che prevedevano l’uso di formulati a base di cymoxanil , come Lieto e Vitene Triplo R di Sipcam Italia, offrivano risultati comparabili a quelli ottenuti con altre strategie basate su standard di riferimento più recenti. L’efficacia, in tutti i casi, è risultata soddisfacente in tutte le tesi, a dimostrazione che, opportunamente applicato, cymoxanil conserva ancora tutte le sue ragioni d’essere.
 
L’incontro è stato infine concluso da una panoramica dei prodotti impiegabili nella difesa antiperonosporica in Abruzzo, fornita da Domenico D’Ascenzo, del servizio fitosanitario della medesima Regione.