L'idea è affascinante. Produrre cibo in ambienti segregati, utilizzando luci a led, atmosfera controllata e soluzioni nutritive calibrate sulle necessità delle piante. L'agricoltura senza la variabile di un clima impazzito. Una agricoltura che riduce del 90% l'uso di acqua, che non richiede l'impiego di agrofarmaci e che può produrre cibo davvero a chilometro zero.

 

Le promesse ci sono tutte e molti investitori negli anni passati hanno creduto al sogno, decidendo di puntare sulle vertical farm. Ma la chiusura di un pioniere del settore come Fifth Season e una serie di ridimensionamenti di altre startup, come la tedesca Infarm, stanno facendo riflettere gli addetti ai lavori: la bolla del vertical farming sta esplodendo o il settore è in una fase di consolidamento?

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Investimenti miliardari nel vertical farming

Iniziamo a guardare i numeri. Secondo AgFunder nel 2018 si è investito nel campo del novel farming (categoria ampia che ha come principale componente il vertical farming) meno di 1 miliardo di dollari. Nel 2021 la cifra era cresciuta a 2,2 miliardi e nel 2022 si è arrivati a 2,85 miliardi. E le previsioni per il 2024 sono positive.

 

Una delle vertical farm di AeroFarms

Una delle vertical farm di AeroFarms

(Fonte foto: AeroFarms)

 

Guardando il mappamondo, gli Usa sono lo Stato che ha investito di più, ben 1,5 miliardi di dollari. Seguono poi l'Europa, con 648 milioni, l'Asia con 436 milioni e il resto del continente americano con 300 milioni.

 

Parlando con alcuni investitori, è emerso che i driver che hanno spinto i fondi ad entrare in questo business sono diversi:

  • La possibilità di ottenere un ritorno economico consistente, ça va sans dire.
  • Contribuire a trovare una soluzione al tema dei cambiamenti climatici e agli altri problemi legati allo sfruttamento della natura (consumo di suolo e di acqua, uso di agrochimica, eccetera).
  • Il fatto che le startup facessero ricorso a tecnologie all'avanguardia per migliorare la produzione e abbattere i costi (robotica per minimizzare l'impiego di lavoratori, luci a led per ottimizzare l'illuminazione, software gestionali supportati dall'intelligenza artificiale sia a livello agronomico che di impianto, programmi di breeding basati sull'analisi dei big data, eccetera).

 

Il vertical farming coniuga il fascino di un business millenario, l'agricoltura, con la tecnologia della Silicon Valley. Sulla carta le premesse per il successo di questa industria ci sono tutte. Eppure nell'ultimo anno una serie di startup ha chiuso i battenti e altre hanno dovuto ridimensionare le proprie aspettative.

 

Vertical farming: costi alle stelle, bassa profittabilità

La chiusura più inaspettata è stata quella di Fifth Season, una vertical farm attiva a Braddock, in Pennsylvania (Usa), che nell'ottobre 2022 ha licenziato i suoi dipendenti e ha chiuso gli impianti. I finanziatori hanno semplicemente chiesto di rientrare dell'investimento e la startup si è ritrovata senza ossigeno.

 

Più recentemente ha chiuso Upward Farms. L'Azienda ha scritto una lettera ai propri partner, tra le altre cose ha dichiarato: "Abbiamo scoperto che l'agricoltura verticale è infinitamente complessa: mentre affrontavamo le sfide, ne sono emerse di nuove".

 

I principali deal chiusi nel 2022 nel settore del novel farm

I principali deal chiusi nel 2022 nel settore del novel farm

(Fonte foto: AgFunder)

 

Kalera, Società della Florida con sede ad Orlando, lo scorso aprile ha annunciato bancarotta, appellandosi al famigerato chapter eleven. La statunitense AeroFarms, una delle pioniere di questo settore, ha registrato pesanti perdite nel 2022. IronOx, che produce robot per le vertical farm, ha dovuto effettuare un drastico taglio di personale.

 

Anche in Europa le cose non vanno bene. La francese Agricool è entrata in amministrazione controllata nell'aprile 2022, mentre la tedesca Infarm, che sembrava vivere una espansione inarrestabile, nel novembre 2022 ha eliminato la sua filiale a Copenaghen, in Danimarca, l'ultima chiusura in ordine di tempo dopo UK, Francia, Olanda e Giappone.

 

Ad oggi tutte le vertical farm, ad eccezione di poche piccole realtà che soddisfano mercati di nicchia, hanno bilanci in rosso. Il motivo? I costi di produzione sono molto maggiori rispetto ai ricavi. Se produrre cibo all'interno di spazi segregati è affascinante e sulla carta può avere senso, quando si guardano i numeri appare chiara la difficoltà di far tornare i conti.

 

Costruire una vertical farm ha dei costi esorbitanti, in special modo se si vuole realizzare una facility all'avanguardia, dove tutto è automatizzato, monitorato da sensori, robotizzato e controllato. Secondo i dati pubblicati da Fast Company, Fifth Season ha speso 27 milioni di dollari per il suo impianto, AeroFarms ha comunicato agli investitori che la sua prossima facility costerà 52 milioni, Plenty invece ha intenzione di spendere 300 milioni per un nuovo impianto.

 

Uno dei prodotti distribuiti da Fifth Season

Uno dei prodotti distribuiti da Fifth Season

(Fonte foto: Fifth Season)

 

Basti pensare che 1 metro quadro di illuminazione con led adatti all'orticoltura costa diverse centinaia di euro, mentre la luce del sole è gratis. Una serra in ferro-vetro di ultima generazione costa qualche decina di euro al metro quadro (ma in Italia e in Spagna se ne usano in plastica ad una frazione del costo), mentre una vertical farm richiede un investimento di diverse migliaia di euro al metro quadrato.

 

E poi ci sono i costi di gestione. Una vertical farm di 1 ettaro (10mila metri quadri) deve mettere in conto una bolletta elettrica da qualche centinaio di migliaia di euro. Anche se si ricorre all'energia solare le cose non vanno meglio. Kale Harbick, ricercatore dell'Usda, ha fatto i conti: "In un tipico clima freddo, c'è bisogno di circa 5 ettari di pannelli solari per coltivare 1 ettaro di lattuga". D'altronde l'insensatezza del processo è evidente: si usa la luce del sole per alimentare un pannello solare, che produce elettricità che alimenta delle luci a led che imitano... la luce del sole.

 

Ci sono poi i salari dei dipendenti. Se è vero che nelle vertical farm il ricorso alla manodopera è basso, è anche vero che si prediligono figure con elevata professionalità: manager abituati ai salari di San Francisco, ingegneri, sviluppatori software, agronomi e così via. Figure molto costose, soprattutto quando sono ricercate anche da altre industrie, come accade nella Silicon Valley.

 

L'andamento degli investimenti in vari settori. Nel 2018, dall'alto verso il basso, troviamo: Online Restaurants & Meal Marketplaces, Innovative Food, Ag Biotechnology, Novel Farming Systems, Farm Mgmt SW, Sensing & IoT

L'andamento degli investimenti in vari settori. Nel 2018, dall'alto verso il basso, troviamo: Online Restaurants & Meal Marketplaces, Innovative Food, Ag Biotechnology, Novel Farming Systems, Farm Mgmt SW, Sensing & IoT

(Fonte foto: AgFunder)

 

Infine occorre guardare al mercato. I consumatori vogliono comprare insalate prodotte nelle vertical farm? I dati dicono che c'è una parte di consumatori che effettivamente è interessata a questo prodotto che cresce in un ambiente controllato, senza l'uso di agrofarmaci e a chilometro zero.

Si tratta tuttavia di una nicchia, mentre il consumatore medio, davanti allo scaffale del supermercato, guarda prima di tutto al prezzo. E una busta di insalata da vertical farm ha un costo decisamente più elevato rispetto a quella proveniente dal campo aperto. E questo è vero anche se vivi a New York e l'insalata arriva dalla California.

 

Uno studio del 2020 della Cornell University ha stimato che la lattuga proveniente da vertical farm a Chicago o New York ha un costo doppio rispetto alla lattuga coltivata e consegnata dalla costa occidentale.

 

Vertical farming, bolla o consolidamento?

Le chiusure e i ridimensionamenti in questo settore pongono dunque la domanda: il vertical farm è una bolla che sta esplodendo oppure si è arrivati in una fase di consolidamento, in cui le aziende meno efficienti vengono messe fuori mercato o sono acquisite?

 

Infarm ha provato a differenziarsi portando dei moduli di vertical farm direttamente negli store della Gdo

Infarm ha provato a differenziarsi portando dei moduli di vertical farm direttamente negli store della Gdo

(Fonte foto: Infarm)

 

Oggi le vertical farm non sono aziende profittevoli e probabilmente, a bocce ferme, non lo saranno neppure nei prossimi anni. Gli investitori sono ancora innamorati di questo business e finché apriranno il portafoglio lo sviluppo tecnologico potrà fare passi avanti e probabilmente, nel corso degli anni, l'efficienza degli impianti sarà tale da abbassare i costi di produzione.

 

Difficilmente però le vertical farm potranno competere con il campo aperto o con le serre, a meno che non si operi in condizioni estreme. Temasek, il fondo sovrano di Singapore, sta ad esempio investendo nel settore in quanto è una città Stato che non ha terre coltivabili e vuole aumentare la sua autosufficienza alimentare.

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Anche gli Emirati Arabi hanno investimenti dedicati, in quando hanno un territorio proibitivo per l'agricoltura, ma al tempo stesso dispongono di ingenti capitali e hanno un costo dell'energia irrisorio. Situazioni simili possono verificarsi all'estremo Nord, come in Alaska o in Islanda, oppure in Paesi desertici. Al di fuori di queste aree il vertical farming è scarsamente competitivo.

 

Si deve poi considerare il prodotto. Oggi nelle vertical farm si coltivano soprattutto green, perché hanno un ciclo breve (venti, venticinque giorni) e taglia bassa (utile a massimizzare lo spazio tra i ripiani di crescita). Il resto dell'agricoltura appare escluso da questa modalità produttiva.

 

L'impianto di produzione di Oishii negli Stati Uniti

L'impianto di produzione di Oishii negli Stati Uniti

(Fonte foto: Oishii)

 

Il settore oggi più remunerativo è quello della Cannabis, che ha sostenuto lo sviluppo del vertical farm negli ultimi cinquanta anni. Ci sono poi le nicchie, come la produzione di piante per fini biomedicali o per la cosmesi. Un esempio interessante arriva da Oishii, una Startup di New York che produce una particolare tipologia di fragola ad un costo stratosferico (20 dollari per sei frutti).

 

Doccia fredda dunque per gli investitori che si aspettavano ritorni simili a quelli a cui erano abituati nella Silicon Valley. Niente margini elevati e crescite esponenziali. Questa industria sembra dunque uscire dalla fase delle illusioni, scontrandosi con la dura realtà dell'agricoltura. Vedremo nei prossimi anni se ne uscirà vincente o ridimensionata ad interessante nicchia.