Mais da granella: rese in crescita nel 2020, ma restiamo un paese importatore

Nella campagna 2019-2020 abbiamo importato quasi 6 milioni di tonnellate di granella, per un valore di 967 milioni di euro. Il quadro economico del settore nella Giornata del mais 2021 organizzata dal Crea

Barbara Righini di Barbara Righini

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Nell'ultimo decennio gli agricoltori hanno sempre di più abbandonato la coltura (Foto di archivio)
Fonte foto: © lovelyday12 - Adobe Stock

Secondo le previsioni gli stock mondiali di mais, per l'annata 2020-2021, dovrebbero continuare a scendere in conseguenza di una produzione mondiale di granella che non soddisfa la domanda. Gli stock, fra l'altro, sono detenuti per la maggior parte della Cina che tende a eroderli per il consumo interno. Mancano all'appello a livello mondiale circa 20 milioni di tonnellate e questo spiega, in parte, l'attuale tensione sui prezzi.

Gli ultimi dati in arrivo dalla Borsa di Milano (terza settimana di gennaio) davano il mais ibrido nazionale a 219 euro a tonnellata e il comunitario a 234, mentre la media di dicembre 2020 è stata di 189 per il nazionale, con +17,5 euro a tonnellata rispetto al 2019. Una buona notizia per i maidicoltori ma non c'è da rallegrarsi: il quadro economico del settore tracciato da Dario Frisio dell'Università di Milano, durante l'ultima edizione della Giornata del mais, è a tinte fosche.

L'appuntamento annuale, ormai fisso, con l'evento dedicato al mais e organizzato dal Crea di Bergamo, Centro di ricerca cerealicoltura e colture 'ndustriali, quest'anno si è svolto online: la partecipazione è stata notevole, con punte di 350 connessi, segno che il mais continua a suscitare interesse nonostante le superfici siano in calo da anni. Un convegno che ha messo a confronto i maggiori esperti nazionali con un programma che ha abbracciato moltissimi argomenti.
 
L'Italia resta importatrice netta di mais perché, date le rese pressoché ferme e gli ettari in continuo calo, il tasso di autoapprovvigionamento continua a scendere. La campagna che si è appena chiusa ha visto una produzione di 6,8 milioni di tonnellate, in lievissima ripresa rispetto agli scorsi anni, ma se si pensa che solo nel 2005 le tonnellate erano 11,4 milioni, si nota subito il drastico crollo. Nell'ultimo decennio gli agricoltori hanno sempre di più abbandonato la coltura in conseguenza di una Pac meno favorevole, di costi di produzione in crescita e di cambiamenti climatici che hanno portato ad andamenti altalenanti delle produzioni. Se in Italia c'erano 1 milione 200mila ettari di campi coltivati a mais da granella (2005), oggi siamo a 602.900 ettari.

Nel 2020 c'è stata una ripresa delle rese: 112,3 quintali/ettaro nel 2020 contro una media degli ultimi ventitré anni che si attesta a 94 quintali/ettaro influenzata da andamenti fortemente altalenanti dovuti soprattutto al meteo imprevedibile. Il confronto con il resto dell'Unione europea vede le rese della Spagna piuttosto stabili, conseguenza di scelte tecnologiche precise (114,4 quintali/ettaro di media fra il 2011 e il 2020), quelle francesi invece sono inferiori alle medie italiane (89,8 quintali/ettaro) e nel 2020 hanno toccato gli 83,2 quintali/ettaro.

Per quanto riguarda i territori, i terreni a mais da granella sono concentrati nel Nord Ovest e nel Nord Est: insieme queste due aree valgono, nel 2020, l'88% della superficie. Nel Nord Est però si è passati dai 442.400 ettari della stagione 2012-2013 ai 256.200 ettari del 2020. In un contesto europeo l'Italia è oggi al quarto posto dietro Romania, Francia e Ungheria. Nel 2020 sono stati prodotti in Europa 62,7 milioni di tonnellate di granella di mais, in calo rispetto al 2019 a causa del crollo delle produzioni in Romania che, per via del crollo delle rese, è passata di 17,4 milioni di tonnellate del 2019 agli 8,7 milioni di tonnellate del 2020.

L'Italia resta un paese fortemente importatore, nella campagna 2019-2020 abbiamo importato quasi 6 milioni di tonnellate di granella per un valore di 967 milioni di euro. Il tasso di autoapprovvigionamento si aggira attorno al 50% quando a inizio millennio si attestava sul 91%. I paesi da cui importiamo maggiormente sono Ucraina, Ungheria e Slovenia, con l'Ungheria in forte crescita: nel 2019-2020 abbiamo importato 1,8 milioni di tonnellate dall'Ungheria contro le 1,3 della stagione precedente. Le importazioni dall'Est Europa, includendo anche Slovenia, Croazia, Serbia e Bulgaria valgono l'81% con conseguente peso non solo economico ma anche ambientale, dal momento che spesso le granaglie viaggiano su gomma.

Come dimostrano i dati il quadro è drammatico, l'Italia è in condizione di forte dipendenza dall'estero e, nonostante l'aumento segnato nelle rese, è necessario intervenire per ridare forza a un settore che ha una funzione strategica in filiere importanti come quelle del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano oltre a eccellenze Dop e Igp. Proprio a questo scopo, il Tavolo tecnico permanente ha messo a punto un piano di settore che, nel febbraio 2020, è stato approvato dalla Conferenza Stato Regioni. Anche di questo tema si è parlato durante la Giornata del mais 2021.
 

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Fonte: Agronotizie

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Tag: cerealicoltura convegni import/export mercati

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