Cloud biology, l'ultima frontiera dell'innovazione

La ricerca di piante sempre più resistenti e produttive e lo sviluppo di agrofarmaci sempre più efficaci non si ferma. E in soccorso dei ricercatori arriva la Cloud biology

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

Questo articolo è stato pubblicato oltre 4 anni fa

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La Cloud biology promette di rivoluzionare il mondo dell'agricoltura
Fonte foto: © Goodluz - Fotolia

Nel mondo dell'agricoltura sentiamo sempre più spesso termini che appartengono all'informatica o alla biologia. Si parla di internet of things, cloud, big data, sensori, genome editing e sequenziamento del Dna. La contaminazione tra agricoltura e le nuove tecnologie non si ferma e da qualche tempo dagli Stati Uniti è arrivato un nuovo neologismo: Cloud biology.

Di che cosa si tratta? La Cloud biology è il punto di incontro tra biologia, agricoltura e il cloud, inteso come quel mondo impalpabile, sparso per server in tutto il mondo, fatto di dati e potenza di calcolo.

Confusi? E' normale visto che la Cloud biology è l'ultima frontiera in fatto di innovazione in agricoltura, anche se la sua nascita è legata al mondo farmaceutico. Negli anni passati aziende, anche di piccole dimensioni, hanno utilizzato i big data, sempre più disponibili in rete, per sviluppare nuovi farmaci sfruttando la forza di calcolo e sistemi di analisi di dati in cloud.

Dal farmaceutico si è passati all'agricoltura e le conseguenze sono enormi: in un futuro molto vicino riusciremo a selezionare piante sempre più resistenti e produttive e saremo in grado di mettere a punto agrofarmaci sempre più efficaci. Il tutto velocemente e con costi ridotti.

I fattori che hanno reso possibile questa rivoluzione sono due. Prima di tutto l'abbattimento dei costi di strumenti e analisi. Se dieci anni fa mappare il genoma di un organismo vivente era un'impresa per poche industrie o università, adesso i costi si sono ridotti ad un decimo e anche piccole imprese, per non dire startup, possono permettersi il sequenziamento del Dna.
E poi c'è la velocità di calcolo dei computer che di anno in anno va crescendo abbattendo i costi di elaborazione dei dati.

Recentemente abbiamo parlato del caso di due ricercatori di Sassari che hanno individuato delle molecole capaci di inibire la produzione di micotossine da parte del fusarium, il tutto senza mettere (quasi) piede in campo.

Giovanna Delogu, dell'Istituto di chimica biomolecolare del Cnr di Sassari, ha creato un modello informatico della proteina del fungo responsabile della produzione della micotossina e l'ha fatto interagire con centinaia di molecole fino a trovare quelle che rispondevano alle esigenze della ricerca.

Il potere della Cloud biology è proprio quello di poter mettere nelle condizioni di fare ricerca anche piccole startup o aziende. Esistono banche dati sterminate, pubbliche e private, free o a pagamento, che sono potenzialmente una miniera d'oro.
E oggi non bisogna neppure avere in laboratorio computer potenti o software specifici. Si può fare tutto in cloud, da una parte all'altra del mondo, magari associandosi ad altri centri di ricerca, università o startup.

"Noi crediamo che la Cloud biology in agricoltura spalancherà nuove frontiere all'innovazione", ha dichiarato a Matt Crisp, ceo di Benson Hill Biosystems, un'azienda statunitense che si occupa di genetica in agricoltura.
"Ma la parte più eccitante di questo fenomeno non è come l'innovazione verrà accelerata, quanto chi l'accelererà. Per anni l'innovazione è stata monopolio delle grandi aziende, le uniche in grado di spendere milioni di euro in ricerca. L'innovazione, specie in campi complessi come la genetica delle sementi, richiede delle infrastrutture tali da avere costi proibitivi per la maggior parte delle organizzazioni. Oggi non è più cosí".

Bisogna però sfatare due miti: che la ricerca sia semplice e che il ciclo di innovazione nasca e si chiuda dentro un computer. Fare innovazione in campo genetico o chimico è sempre più complesso e sono richieste competenze che pochi hanno.
La Cloud biology non rende il lavoro semplice, lo rende più economico e veloce. Inoltre dopo la fase di analisi le prove in vitro e in campo continuano ad essere necessarie. Testare nel mondo reale ciò che ci sembra rivoluzionario nell'etere rimane fondamentale.

Se questa ci sembra fantascienza l'innovazione è già andata oltre: l'intelligenza artificiale. Ibm ha sviluppato e continua a migliorare Watson, un software in grado di imparare e trovare soluzioni a problemi complessi analizzando moli enormi di dati. In campo medico Watson ha 'studiato' le cartelle mediche di migliaia di pazienti affetti da cancro e ora aiuta i medici a prendere decisioni.
In futuro anche i ricercatori potranno avvalersi della sua intelligenza e chissà, forse in futuro ogni agricoltore avrà un suo Watson sullo smartphone che gli consiglierà come coltivare al meglio il suo campo.

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