Cereali, quando la filiera conta più del mercato

Barilla garantisce prezzi certi per il grano e premi alla qualità. Lo stabilisce un accordo siglato alla presenza dell'assessore all'Agricoltura dell'Emilia Romagna. Intese analoghe in altre Regioni

Angelo Gamberini di Angelo Gamberini

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L’assessore all’Agricoltura dell’Emilia Romagna, Tiberio Rabboni (al centro nella foto), durante la presentazione dell’accordo fra Barilla e i produttori di grano

Lascia il segno la crisi che imperversa sui mercati cerealicoli. E' sul grano in particolare che i corsi di mercato hanno fatto segnare i cali più significativi. Rispetto allo scorso anno le quotazioni sono scese del 42% fermandosi appena sopra i 14 euro per quintale. Meno di quanto il grano era pagato 25 anni fa, come dimostra un'analisi condotta da Coldiretti. E quel che è peggio il prezzo del grano riconosciuto agli agricoltori non copre nemmeno le spese di produzione. Non stupisce allora che nelle intenzioni di semina (e la stagione è ormai  conclusa) c'è un calo significativo degli ettari di terreno coltivati a grano. Secondo la Cia la riduzione delle semine potrebbe riguardare ben il 40% dei terreni, che scenderebbero così da 1,3 milioni di ettari a meno di 800mila. Sembra dunque destinata a diminuire la produzione nazionale di grano e di duro in particolare, cosa che aumenterà la nostra dipendenza dall'estero anche per questa derrata.

 

Accordo anticrisi

In questo difficile scenario è salutato con grande favore, quasi come un piano anticrisi, l'accordo che per il quarto anno Barilla ha sottoscritto con gli agricoltori per assicurarsi produzioni di eccellenza. Accordi che riguardano molte Regioni, ma che hanno maggiore enfasi in Emilia Romagna, dove si è raggiunta un’intesa fra la società del “mulino bianco” e l'OP Cerealicoltori Emilia Romagna con il suggello dell'assessorato regionale all'Agricoltura. Presentato alla stampa il 27 novembre, il nuovo accordo ha fra i suoi capisaldo l'aumento delle quantità di prodotto, che passano da 70mila a 80mila tonnellate e la sigla su un prezzo minimo prefissato, capace di coprire le spese di produzione. Per il 30% della produzione gli agricoltori che firmano l’intesa tramite le loro organizzazioni potranno optare per il prezzo finito. In Emilia Romagna l’accordo prevede un prezzo garantito di 22 euro al quintale per la varietà di frumento Normanno cui si aggiungono le varietà Levante e Saragolla. In altre Regioni, come ad esempio in Puglia, dove le rese sono più basse e la varietà di riferimento è “Aureo”, il prezzo garantito è più elevato (28,5 euro per quintale). Il prezzo garantito potrà anche essere aumentato nel caso sia superato dalle quotazioni di mercato, un’evenienza al momento improbabile. Per il rimanente 70% si farà riferimento al prezzo di mercato, aumentato però di alcuni centesimi in funzione della qualità. Per le proteine si potranno spuntare anche 19 euro in più la tonnellata, mentre 5 euro in più potranno essere aggiunti con l'impiego del conciante stabilito negli accordi. Sono previsti anche altri parametri che fanno scattare premi di qualità che possono consentire, se tutti conseguiti, un aumento di 32 euro per tonnellata rispetto al prezzo di mercato.

 

La filiera al gran completo

L'intesa, oltre agli aspetti economici che la qualificano, assume una duplice valenza collocandosi al contempo come un concreto aiuto al superamento della crisi e come segnale tangibile del ruolo che gli accordi di filiera possono interpretare per equilibrare il mercato. In questo caso, lo ha sottolineato anche l’assessore all’Agricoltura dell’Emilia Romagna, Tiberio Rabboni, la filiera è interamente rappresentata dall’industria di trasformazione (Barilla) alle industrie sementiere (Produttori Sementi Bologna), ai produttori di cereali tramite le loro organizzazioni (OP Cereali Emilia Romagna, OP Ciaad Grandi Colture, Capa Ferrara e i Consorzi agrari di Parma e di Piacenza). Positivo il giudizio di Raimondo Ricci Bitti, presidente di Cereali Emilia Romagna, che con le 700mila tonnellate di prodotto che escono dai campi dei suoi associati (400mila delle quali sono costituite da cereali a paglia) si conferma la più grande organizzazione italiana di produttori cerealicoli. L’aumento dei conferimenti durante il primo anno di vita dell’OP presieduta da Ricci Bitti è un’implicita conferma, come è stato sottolineato nell’incontro, del desiderio degli agricoltori di poter programmare le produzioni a fronte di un prezzo certo per il loro collocamento.

 

Vantaggi per tutti

Opportunità per i cerealicoltori, ma anche per l'industria alimentare. Nel caso di Barilla, rappresentata all’incontro da Luca Virginio, la sua connotazione di maggiore utilizzatore mondiale di grano le pone come fondamentale esigenza quella di programmare la disponibilità di materia prima in termini di quantità ma soprattutto di qualità. Che deve essere certa e la più costante possibile. Non si potrebbe altrimenti garantire quella continuità nelle caratteristiche dei prodotti finali che rappresentano una condizione indispensabile per ottenere il consenso e le preferenze dei consumatori. E' sulla base di queste esigenze che circa il 70% dei 2,7 milioni di tonnellate di grano trasformato da Barila sono di provenienza nazionale. Ed è sul fronte nazionale che questi accordi sottoscritti da Barilla puntano a sensibilizzare i cerealicoltori sulla necessità di un costante miglioramento delle qualità del grano. Il ricorso al prodotto di importazione per il rimanente 30%, ha tenuto a specificare Luca Virginio, è motivato, infatti, dalla necessità di mantenere il livello di qualità prefissato, cosa non sempre possibile con il solo ricorso alle produzioni nazionali.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: cerealicoltura

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