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Luppolo, una nuova eccellenza del made in Italy

Prospettive in crescita, sia nel settore della birra che in quello fitoterapico ed erboristico. I protagonisti del settore produttivo e della ricerca fanno il punto

Lorenzo Cricca di Lorenzo Cricca

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I motivi della crescita sono legati alla crescità dei consumi, all'incremento dell'export e al desiderio di avere birra 100% made in Italy
Fonte foto: © Little sisters - Fotolia

Il luppolo o Humulus lupulus è una pianta rizomatosa perenne con fusti rampicanti che possono raggiungere anche i 9 metri di altezza. La parte interessante dal punto di vista commerciale sono le sole infiorescenze femminili che vengono usate nella produzione della birra, alla quale conferisce il tipico sapore amarognolo oltre ad aumentarne la stabilità microbiologica.
Nel giugno 2018 Assobirra ha pubblicato un report in cui si evidenzia come in Italia si consumi e si produca sempre più birra: nel 2017 la produzione ha fatto segnare il valore più alto in assoluto con 15,6 milioni di ettolitri, in aumento del 7,5% rispetto al 2016, di cui 2,7 milioni destinati all’export (+7,9%). Questo eccezionale trend positivo del settore è principalmente riconducibile a tre aspetti:  crescita delle esportazioni, crescita del mercato interno, visto che il consumo pro capite ha per la prima volta toccato quota 31,8 litri (+0,4 litri rispetto allo scorso anno) e successo di una produzione artigianale 100% made in Italy, che fino ad un decennio fa rappresentava un'utopia.
 

IL LUPPOLO

 
Scopri la nuova pianta su Plantgest. Oggi presentiamo il luppolo.

Il luppolo quindi è una delle quattro fondamentali materie prime con cui si produce la birra, assieme all'acqua, al lievito e al malto d'orzo. In Italia ad oggi è però l'unico che ha ancora una quasi totale provenienza straniera: si stima che il fabbisogno totale sia di oltre 3.500 tonnellate di prodotto all'anno e per il 98% sia coperto dal luppolo importato soprattutto da Germania (per circa il 90%), Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia, Belgio, Inghilterra, Usa e Nuova Zelanda.
Questo elemento può quindi diventare una vera novità nel mercato globale della produzione della birra e, grazie ad un'adeguata strutturazione della filiera, potrà permettere di concentrare la produzione sui segmenti a più alta Plv, con rese molto significative.

Oggi invece ci sono diversi impianti diffusi su tutto il territorio nazionale con Lazio, Emilia Romagna, Veneto, Abruzzo e Lombardia a fare da traino. Attualmente sono censiti 84 luppoleti commerciali (con superficie superiore o pari a 1.000 metri quadrati), corrispondenti a quasi 50 ettari di superficie coltivata (Fonte Crea, maggio 2018). Inizia così una produzione di birra 100% italiana. Con circa 600 microbirrifici sul territorio nazionale, il fabbisogno di luppolo per uno sviluppo futuro della filiera è stimato in una superficie tra i 200 ed i 300 ettari.

Nel mondo il luppolo viene coltivato su oltre 50mila ettari. Il primo produttore è la Germania con oltre 34mila tonnellate prodotte, seguito dagli Usa con circa 33mila e dalla Cina con circa 7mila. 
"Circa 5 anni fa abbiamo pensato che il luppolo potesse essere un'interessante opportunità di mercato - spiega Alessandro Cenzuales, direttore del settore ortofrutta di Terremerse -. Oggi siamo soci della Cooperativa luppoli italiani, realtà che raccoglie il prodotto dei propri soci per poi processarlo e venderlo (in alcuni casi acquistiamo e rivendiamo anche luppolo di non soci). Al momento la superficie coltivata è di 7 ettari, che ci posiziona come prima realtà italiana. Il 2018 rappresenta il primo anno in cui raccoglieremo. Le varietà su cui abbiamo puntato sono Cascade, Centennial, Nuget, Chinook e SMV12".
 
Infiorescenza femminile di luppolo dopo la raccolta
Gli ettari di luppolo in Itala sono circa 50, con un potenziale futuro tra i 200 e 300 ettari
(Fonte foto: © Terremerse)


"Il luppolo - prosegue Centuales - è una pianta abbastanza rustica ma che per rendere al meglio necessita di una certa professionalità e specializzazione. Per questo motivo abbiamo recentemente acquistato macchine per defogliare, raccogliere, estrarre e pressare il luppolo. Solo in questo modo era possibile fare un salto di qualità e discostarci dal fenomeno dell'hobbismo a cui l'Italia al momento è ancora ancorata. La coltivazione del luppolo ha notevoli possibilità di espansione nel nostro Paese ma è necessario avvicinarsi al sistema industrializzato di altri Paesi, Germania in primis, senza però copiarlo ma personalizzarlo facendo risaltarne le nostre peculiarità".
 

Cosa vuol dire certificare il luppolo?

La normativa europea sull'Organizzazione comune dei mercati (Ocm), ossia il regolamento (Ue) n. 1308/2013, prevede all'articolo 77 che il luppolo raccolto ed i suoi prodotti ottenuti nell'Unione europea, siano certificati per garantirne le caratteristiche qualitative. Solo la certificazione permette la commercializzazione o l'esportazione di questi prodotti. La certificazione non è richiesta nel caso in cui il birrificio contrattualizzi la produzione direttamente con il produttore.
Nello specifico l'attività per la certificazione è invece disciplinata dal regolamento (Ue) n. 1850/2006. In base a tale regolamento ogni Stato membro riconosce un'autorità di certificazione, incaricata di effettuare la certificazione del luppolo. L'autorità di certificazione italiana è, ai sensi del decreto n. 4281 del 20/07/2015, il Mipaaft e l'unico centro al momento accreditato è Il Dipartimento di Scienze degli alimenti e del farmaco dell'Università di Parma.

"Il luppolo - spiega Tommaso Ganino, del Saf dell'Università di Parma - può essere commercializzato solo se presenta caratteristiche qualitative minime fissate dall'Ue (Allegato I del Reg. 1850/06 pubblicato su G.U.CE 355/06), verificando in particolare tenore di umidità, presenza di parti di pianta estranei al cono e contenuto di semi (botanicamente acheni e ammessa tolleranza del 2%). Questo certamente è un grande riconoscimento, ma nello stesso tempo per noi rappresenta un punto di debolezza.
Ganino spiega: "Il Mipaaft ci ha dato questo compito (con onori ed oneri) senza però fornirci alcuno strumento per poter svolgere al meglio l’attività; ad oggi l’intero peso finanziario dell’attività ricade sugli agricoltori che ci richiedono la certificazione. Il costo della certificazione comprende le analisi fisiche del prodotto, il lavoro del personale dedicato e soprattutto le spese vive che il centro di certificazione deve sostenere (rimborso chilometrico, vitto e alloggio, in dipendenza della distanza dell’azienda dal centro di certificazione).
La procedura di certificazione dovrà essere effettuata prima dell’immissione in commercio del prodotto (comunque prima della sua trasformazione e non oltre 31 marzo dell’anno successivo alla raccolta) presso le aziende agricole. Il certificato riporterà: designazione del prodotto; numero del certificato (composto da 12 cifre indicanti centro di certificazione, Stato membro, anno raccolta, partita), peso netto e/o peso lordo, zona di produzione luppolo, anno di raccolta, varietà, la dicitura 'luppolo contenente semi' o 'luppolo senza semi'"
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Impianto di luppolo coltivato in Italia
Impianto di luppolo coltivato in Italia: i tralci arrivano al massimo a 4-5 metri
(Fonte foto: © Terremerse)

 

Uno sguardo al futuro

"Grazie al movimento dei birrifici artigianali - conclude Ganino - la ricerca delle materie prime da parte del comparto è sempre più importante. Proprio per questo motivo la coltivazione di questa pianta è diventata innovativa e soprattutto remunerativa, vista anche la crisi generalizzata del settore agricolo.
La costruzione della filiera del luppolo diventa quindi un passo obbligato per consentire agli agricoltori di affermare i propri prodotti sul mercato. Per fare questo bisogna dimenticarsi la coltivazione per hobby e passare sempre di più ad una coltivazione professionale, puntando sulla qualità. Questo è il punto critico della coltivazione del luppolo perché in Italia si assiste sempre di più ad una coltivazione soggettiva e quasi mai collaborativa. In tutti i settori agricoli fare rete rappresenta un punto di forza, ma al momento su questa coltura il termine 'rete' fa paura, paura di essere divorati dall’agricoltore più forte o solo di perdere un primato.
Il termine 'rete' in questo caso significa maggiore competizione a livello nazionale ed internazionale; significa anche qualità, efficienza produttiva e ottimizzazione delle risorse. Vedo comunque un buon futuro per questa pianta in Italia, anche se creare una filiera collaborativa diventa elemento imprescindibile"
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Genotipi made in Italy

Pur rappresentando la nazione emergente e più interessante il processo d'innovazione non è sempre andato di pari passi. Soprattutto dal punto di vista varietale, visto che oggi vengono usate quasi esclusivamente cultivar di origine straniera. E' mancato quindi un contemporaneo sviluppo di luppoli autoctoni, capaci di rendere tutte le nostre birre veramente al 100% made in Italy.
Un tentativo di colmare questa lacuna è arrivato dal progetto di Italian Hops Company, spin off nato nel 2014 grazie all’Università di Parma e al Comune di Marano sul Panaro (Mo). Da questo progetto è stato possibile selezionare tre genotipi di luppolo italiano, registrati con i nomi Aemilia, Modna e Futura.
Il trend, dunque, è decisamente interessante in termini di sviluppi futuri per una birra artigianale che possa essere al 100% made in Italy: “Nel 2017 il nostro luppolo fresco è stato utilizzato da circa 50 birrifici - spiegava recentemente Eugenio Pellicciari di Italian Hops Company durante la presentazione delle varietà -. Molti di loro saranno in gara all’edizione 2018 del concorso Birra dell’anno organizzato a Rimini da Unionbirrai nell’ambito dell’evento fieristico Beer Attraction, una delle vetrine più importanti a livello nazionale per la produzione brassicola di qualità, che si terrà dal 16 al 19 febbraio 2019".
 
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Fonte: Agronotizie

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Tag: import/export certificazione birra

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