Alto Adige, dove la zonazione dei vitigni è di casa

Climi variegati, molteplicità delle caratteristiche organolettiche dei terreni e una forte identità culturale. In Sudtirol la zonazione può essere garanzia di redditività. L'intervista al direttore del Consorzio Vini Alto Adige

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Nella foto il direttore del Consorzio Vini dell'Alto Adige Werner Waldboth
Fonte foto: © Consorzio Vini Alto Adige

AgroNotizie vuole fare il punto sull’importante tema della zonazione dei vini italiani, che rappresenta un intreccio importante fra caratteristiche organolettiche dei terreni, identità culturale e storia del territorio.

La prima tappa nel viaggio all’interno del tema della zonazione è in Alto Adige, una delle zone vinicole più piccole d’Italia, ma grazie alla sua ubicazione geografica, a cavallo tra la zona alpina e quella mediterranea, è una delle zone di produzione più ricche di sfaccettature.

In questa provincia la viticoltura spazia dai vigneti a clima fresco collocati ai piedi delle catene alpine fino agli appezzamenti soleggiati al Sud. Sono circa 5mila i viticoltori, per un totale di 5400 ettari di superficie vitata. Abbiamo intervistato Werner Waldboth, direttore del Consorzio Vini dell’Alto Adige.

Direttore Waldboth, che riflesso ha la zonazione sui vostri vini? Qual è l’importanza della territorialità per il vino che proponete?
"I terroir dell’Alto Adige sono variegati e molteplici come i suoi paesaggi: brulli pendii nella Val Venosta, colline soleggiate nella Bassa Atesina, e vigneti immersi nel paesaggio alpino in Val d’Isarco. In un raggio di poco più di 90 chilometri, ci s’imbatte in caratteristiche climatiche diverse che danno vita a vini altrettanto diversi. Oltre al clima, anche le caratteristiche geologiche delle aree viticole altoatesine cambiano spesso da una tenuta all’altra, anche a distanze minime. Si va dal porfido vulcanico (Valle dell’Adige, Bolzano, Caldaro) alla roccia metamorfica di quarzo, scisto e mica (Val d’Isarco e Val Venosta), dal terreno calcareo o dolomitico (Bassa Atesina) alle marne (Cortaccia).
È in questa varietà di terreni che i vini altoatesini trovano condizioni ideali di crescita. Una parte dei vigneti si estende su conoidi detritici e alluvionali, altri su pendii e terrazzamenti, ciascuno con caratteristiche diverse. Oggi, grazie alle ricerche sistematiche condotte sulle varie tipologie pedologiche, i vignaioli altoatesini sanno molto bene quali vitigni crescono meglio su quali terreni
".

Quanti e quali sono i vitigni che si coltivano in Alto Adige?
"Grazie ai terroir così eterogenei, in Alto Adige si coltivano circa 20 vitigni diversi, che danno origine a una pluralità di vini davvero unica per un territorio così circoscritto.
Sette le zone vinicole del territorio, ciascuna con caratteristiche distintive e la propensione a ospitare determinati vitigni rispetto ad altri. Si tratta della Bassa Atesina (Pinot Grigio, Chardonnay, Schiava, Gewürztraminer, Pinot nero), dell’Oltradige (Schiava, Pinot Bianco, Chardonnay, Sauvignon, Gewürztraminer), della Conca di Bolzano (Schiava, Lagrein, Gewürztraminer, Pinot Bianco), Valle dell’Adige (Sauvignon, Pinot Bianco, Schiava, Lagrein), Zona di Merano (Schiava, Pinot Nero, Pinot Bianco, Sauvignon), la Valle d’Isarco (Muller-Thurgau, Sylvaner, Kerner, Gewurztraminer) e la Val Venosta (Riesling, Pinot Bianco, Pinot Nero, Schiava)
".

In che termini i vostri prodotti si legano all’identità colturale locale?
"Possiamo dire che la viticoltura in Alto Adige ha una lunga tradizione e che ancora oggi i vitigni autoctoni giocano un ruolo molto importante. Oltre a questo, abbiamo la fortuna di aver un radicamento molto forte della viticoltura nella popolazione altoatesina. Sono oltre 5mila le famiglie impegnate in questo settore, quindi si può ben dire che il nostro prodotto è parte dell’identità locale".  

Quali sono i vantaggi/svantaggi che la zonazione può portare ai viticoltori?
"Di solito una zonazione è anche una restrizione. Nelle nostre sottozone le rese devono essere più basse e spesso anche i vitigni sono limitati. Questo vuol dire che il viticoltore, se vuole utilizzare il nome di una sottozona, deve rispettare determinati regolamenti. Il vantaggio però è che in questo modo riusciamo a dare un’identità ad una certa zona e a garantire una qualità superiore".

La zonazione garantisce un valore aggiunto e quindi, in termini di prezzo, un riconoscimento della qualità del prodotto da parte dei consumatori?
"Naturalmente. In Alto Adige abbiamo un bell’esempio: le uve Schiava della sottozona S. Maddalena riescono a realizzare prezzi superiori a quelli delle Schiava a Doc Alto Adige. Questo naturalmente ha anche un impatto sul prezzo delle uve. Quelle di S. Maddalena costano un 20% di più delle altre e quindi anche per il viticoltore la zonazione diventa molto interessante".

Promuovete azioni per classificare sempre di più i vostri vini a livello territoriale?
"Al momento stiamo per fare un progetto di microzonazione, dove cerchiamo di individuare territori omogenei, che in futuro saranno le nostre cosiddette menzioni geografiche aggiuntive. In queste zone sia le varietà che le rese saranno limitate. Sarà un primo passo per un progetto che sicuramente durerà ancora molti anni e dove in un domani molto probabilmente si individueranno zone più e meno adatte, arrivando quindi a una certa classificazione".

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