Istat, agricoltura in crescita

I dati indicano per il settore primario un aumento del valore aggiunto dell'1% nell'annata 2010

Michela Lugli di Michela Lugli

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Valore aggiunto agricolo, l'aumento congiunturale è di 1,5 punti percentuali

Aumento del valore aggiunto per il settore primario dell'1% nell'annata 2010, in controtendenza con il meno 2,3% registrato nel 2009. Ritoccata al rialzo la stima che, indicata a metà febbraio nell'ordine di 1,3 punti percentuali, si attesta su un aumento dell'1,5%.

Sono i dati diffusi dall'Istat relativi al Pil per il quarto trimestre 2010.

Per quanto riguarda il valore aggiunto agricolo, l'aumento congiunturale è di 1,5 punti percentuali, elevato se confrontato con gli altri servizi (+0,7%) e con il settore del credito, assicurazioni, attività immobiliari e servizi professionali (+0,1%). Per quanto riguarda la variazione rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente, il valore aggiunto dei servizi cresce dell’1,4%, quello dell’industria segna un +4,3% per cento mentre l’agricoltura si ferma ad un +2,0%. Negativo il risultato delle costruzioni, in ribasso di 1,6 punti percentuali.
 

"Sono numeri” commenta il ministro Galan “che ci autorizzano a guardare con più ottimismo agli sviluppi congiunturali del nostro settore. Ci attendiamo che il ritorno dei prezzi su livelli remunerativi, con costi che bisognerà monitorare con la massima attenzione, possa fare da stimolo agli investimenti in agricoltura, anche sull’onda di un ritrovato slancio delle esportazioni. Nel quarto trimestre 2010” ha proseguito il ministro, “quello agricolo è stato il settore più dinamico dell’economia nazionale”.

“Una buona notizia” commenta cauta Confagricoltura. "Non dimentichiamo però” prosegue l'associazione, “che l'agricoltura ha ancora da recuperare un calo di quasi due miliardi, cioè più del 6%, accumulato dal 2004 al 2009”. Le buone performance delle esportazioni e l'andamento dei prezzi all'origine che finalmente nel 2010 risulta essere più dinamico dei costi produttivi, sono i fattori che, secondo l'associazione, hanno favorito la ripresa agricola.
Come sottolineato anche dal ministro, il successo oltre frontiera (le vendite dei prodotti di base dell’agricoltura e della pesca nel 2010 all’estero sono cresciute di oltre il 21%) di prodotti di punta del Made in Italy quali vino, olio di oliva, salumi, ortofrutta e formaggi hanno rappresentato, afferma Galan “il vero driver della ripresa.”
“Anche in questo caso” non cede Confagricoltura, “c'è da recuperare il peggioramento della ragione di scambio degli ultimi dieci anni nei quali i costi sono cresciuti ad una velocità più che doppia rispetto ai prezzi. Per rendere ancor più competitive le produzioni agricole, restano ancora tanti i problemi da affrontare” prosegue l'associazione, “il costo del lavoro, gli oneri contributivi e burocratici, la redistribuzione del valore nelle filiere”.

Anche per Cia, si tratta indubbiamente di un risultato positivo che dopo anni di trend negativi (-5,2% nel 2009 e -1,3 nel 2008) va a confermare, senza sottovalutare il momento di difficoltà contingente, la vitalità dell'agricoltura italiana. “I problemi del settore restano ancora molti” precisa il presidente Giuseppe Politi, “a cominciare dagli alti costi produttivi, contributivi e burocratici, da prezzi sui campi non remunerativi e dai redditi dei produttori che continuano a calare”.
Un risultato dunque da prendere con le pinze anche secondo la Confederazione italiana agricoltori dalla quale giunge la richiesta nei confronti del governo, di interventi incisivi e soprattutto di un nuovo progetto di politica agraria.

Richiesta cui fa eco Confagricoltura secondo cui forte è la necessità di attivare politiche mirate che consentano di stabilizzare la ripresa e di migliorare la competitività delle produzioni del settore primario. “Non dimentichiamo” afferma l'associazione, “che l'agricoltura è troppo soggetta al mercato globale ed alle tensioni dei prezzi a livello internazionale”.

A giustificazione della cautela con cui vengono letti i dati, spiega Cia, è il fatto che come fa sapere l’istituto di statistica con la pubblicazione delle intenzioni di semina 2010-2011, si osserva un netto aumento (+19,1%) dei terreni lasciati a riposo.
“Nella maggior parte dei casi” prosegue Cia, “la decisione di non seminare è dipesa proprio dal fattore costi, soprattutto visto che oggi i prezzi di mercato, caratterizzati da una crescente volatilità, non riescono a compensare gli oneri da fronteggiare”.

Da parte sua il ministro fa sapere che un importante ruolo è previsto per la riforma della Politica agricola comune, da cui, afferma, “dipende il futuro dell’agricoltura italiana".
 

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Fonte: Agronotizie

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Tag: organizzazioni agricole mercati

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