Suini alla diossina, l'inutile catastrofismo

Ancora tanto clamore per un allarme alimentare che si è poi rivelato di ben scarsa importanza

Angelo Gamberini di Angelo Gamberini

Questo articolo è stato pubblicato oltre 11 anni fa

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Dall'Irlanda si importa appena lo 0,3% del nostro fabbisogno di carni suine
Fonte foto: Foto: Clemson

Alla fine è arrivato anche il parere dell’Efsa (European Food Safety Authority), giustamente tranquillizzante, a mettere le cose a posto. Quello della diossina nelle carni di suino e di bovino irlandesi è un falso allarme, l’ennesimo. Certo, la diossina è pericolosa ed è vero che in alcune partite di carni suine irlandesi siano state trovate presenze di questa sostanza in concentrazione molto alta.  Ma per averne dei danni sarebbe stato necessario mangiare per 90 giorni (i primi casi risalgono a tre mesi fa), tutti giorni, carni di suino con il massimo livello di inquinamento. Una “monodieta” improbabile, con un eccesso di proteine probabilmente più dannoso della stessa diossina. Ma prima che Efsa mettesse le cose in chiaro, si  è scatenata su quasi tutti i media (pur con qualche lodevole eccezione) la solita corsa al catastrofismo alimentare. Eppure, anche senza il parere scientifico di Efsa, gli elementi per evitare un inutile allarme c’erano tutti. A cominciare dai dati sulle importazioni italiane di carni suine provenienti dall’Irlanda. Che ammontano ad appena lo 0,3 percento dell’import totale di carni suine del nostro Paese, pari a 999 mila tonnellate anno. Insomma una goccia nel mare o poco più. Poi ci sono le nostre le produzioni Dop, necessariamente realizzate con maiali “made in Italy” e dunque fuori da ogni pericolo di contaminazione. E nella grande famiglia dei prodotti Dop non ci sono solo prosciutti e insaccati, ma anche carni fresche, quelle del Gran Suino Padano. Nessuno che lo abbia ricordato ai consumatori. Ma si sa, i media hanno più “audience” quando incutono timori piuttosto che certezze. Forse la pensano allo stesso modo anche talune associazioni dei consumatori che si sono precipitate a consigliare di evitare zamponi e cotechini. Qualcuna, come nel caso dell’Unione Nazionali Consumatori, più correttamente, ha invece suggerito di rivolgersi ai prodotti di qualità, Dop in particolare. Giusto.

 

I nostri punti di forza

Rientrata la “calma” e dopo aver dato alla vicenda l’importanza (poca) che merita, è lecito chiedersi perché gran parte di questi allarmi alimentari abbiano origine fuori dai confini nazionali. Così è stato per vacca pazza (Inghilterra, nel 2000), per il pollo alla diossina (Belgio, 1999), l’influenza aviare (Cina, 2005). Tutti allarmi che si sono poi rivelati infondati. Anche nel caso delle malattie degli animali (senza conseguenze per l’uomo), spesso il pericolo viene d’oltre frontiera. Così è stato per la peste suina (Germania) o per la blue tongue (Francia) e l’elenco potrebbe continuare. Siamo dunque più bravi? Forse, ma c’è anche dell’altro. A differenza degli altri Paesi della Ue i nostri veterinari fanno capo al ministero della Salute e non a quello dell’Agricoltura. Una scelta in passato più volte messa in discussione , ma che oggi si rivela quanto mai azzeccata. Perché questa appartenenza mette al primo posto l’interesse del cittadino consumatore rispetto a quello del produttore. E in perfetta coerenza con questa scelta l’Italia si è anche dotata di un servizio pubblico veterinario di eccellenza, contrariamente ad atri Paesi della Ue e non solo.

Non è dunque un caso se nel giro di pochi giorni tutte le partite sospette provenienti dall’Irlanda sono state bloccate. E’ anche questa la dimostrazione che i controlli ci sono, funzionano e sono in grado di intervenire anche in situazioni di emergenza.

 

Ora si pensi all’etichetta

Un motivo in più per chiedere, come ha fatto l’Anas per voce del suo presidente Giandomenico Gusmaroli, che anche per le  carni suine sia prevista in etichetta l’indicazione della provenienza. Una richiesta che a Bruxelles non è vista di buon occhio perché  costituisce un vincolo alla libera circolazione delle merci. Questa almeno è una delle tesi sostenute dai detrattori dell’etichetta d’origine. Ma se Bruxelles risponderà anche questa volta no, nulla vieta che si possa procedere su questa via volontariamente. Allevatori e industrie del settore potrebbero mettersi d’accordo per seguire questa via. E se qualcuno preferirà l’etichetta “anonima” pazienza. Ci penserà il consumatore a scegliere fra chi dichiara la provenienza delle carni e chi preferisce non dire nulla.

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Fonte: Agronotizie

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