Residui di agrofarmaci negli alimenti, dieci miti da sfatare

Che cosa si intende con 'residuo di agrofarmaco'? È vero che in Italia si usano più prodotti fitosanitari rispetto al passato? Ciò che è naturale è sempre anche sano? Chi autorizza un agrofarmaco? Ecco la risposta a dieci dubbi sui residui negli alimenti

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

Contenuto promosso da Bayer
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Gli italiani sono sempre più attenti ai residui, ma sanno cosa sono? (Foto di archivio)
Fonte foto: © Rido - Adobe Stock

Prosegue su AgroNotizie la rubrica dedicata a migliorare la conoscenza delle pratiche di uso sicuro e sostenibile degli agrofarmaci, obiettivo dell'iniziativa Bayer AgriCampus.


I progressi fatti nel Dopoguerra in ambito agricolo hanno plasmato la società moderna. Grazie all'introduzione della meccanizzazione, dei fertilizzanti e degli agrofarmaci un numero estremamente basso di lavoratori è stato in grado di sfamare il resto della popolazione. Questo ha permesso lo sviluppo degli altri settori dell'economia e la diffusione di un generale benessere.

In molti tuttavia ritengono che questo benessere sia stato barattato con uno scadimento della qualità del cibo che mettiamo in tavola. Che i prodotti alimentari siano meno genuini rispetto a quelli dei nostri nonni e contaminati da prodotti chimici. I 'residui di agrofarmaci' sono un cruccio per i molti consumatori che hanno poche conoscenze in materia, come dimostrano anche alcune pubblicità di catene nella Gdo.
 

Dieci miti da sfatare sugli agrofarmaci

Ma che cosa si intende per residuo? Quanto è sicuro il nostro cibo? Ciò che è naturale è sempre più sano? È vero che si usa più chimica in campagna rispetto al passato? Queste sono solo alcune delle domande che le persone si fanno e a cui proveremo a dare una risposta.

1. Il cibo prodotto in Italia è poco sicuro
Mettiamo un punto fermo. Il cibo che mangiamo in Italia non è solo sicuro, è sicurissimo. Lo dicono i numeri: solo nell'1,8% dei campioni analizzati nell'anno 2018 (ultimo anno disponibile, appena pubblicato dall'Agenzia europea per la sicurezza alimentare) i residui di agrofarmaci trovati sono risultati superiori ai limiti di legge. Significa che il 98,2% è invece risultato conforme alla legge. Ma c'è di più, perché il 58,5% dei campioni è risultato del tutto assente da residui di agrofarmaci.
 
Eu and Efta countries
(Fonte foto: Efsa)
 
2. Se un cibo ha residui di agrofarmaci fa male alla salute
Gli agrofarmaci sono importanti strumenti usati dagli agricoltori per difendere le colture da insetti dannosi, malattie o dalla competizione delle erbe infestanti. Ogni agrofarmaco ha una etichetta che disciplina l'uso del prodotto e a cui gli agricoltori devono fare riferimento. Se utilizzato secondo etichetta l'agrofarmaco è sicuro per l'operatore, l'ambiente e il consumatore.

Il Limite massimo di residui (Lmr) è la quantità massima di agrofarmaci, consentita per legge, presente sui prodotti agricoli al momento della raccolta. Un limite che viene espresso in mg/kg (milligrammi per chilo) oppure in ppm (parti per milione), ma che non rappresenta una 'soglia di rischio', né un limite tossicologico. Dà piuttosto una indicazione alle autorità di vigilanza sulla correttezza dei trattamenti effettuati dall'agricoltore.
 
Misurazione dei livelli di residui
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Il superamento dell'Lmr raramente comporta un rischio per la salute del consumatore, in quanto tale limite viene definito in via estremamente prudenziale. Senza entrare nei tecnicismi basti pensare che l'Lmr del fungicida metalaxil-M per le mele è pari a 1 mg/kg. Posto che il peso medio di una mela è 125 grammi e supponendo che il residuo in tutte le mele sia pari all'Lmr, un bambino di un anno potrebbe mangiare trentacinque mele al giorno, e un adulto 280 mele al giorno, senza correre alcun rischio. Senza cioè che sia superata la Dose acuta di riferimento (un limite di sicurezza tossicologica che specifica la quantità di una sostanza che è possibile ingerire in un singolo giorno senza alcun effetto sulla salute del consumatore).

3. Gli agrofarmaci sono prodotti pericolosi, meglio non usarli
È vero, gli agrofarmaci possono essere prodotti pericolosi. Ma la pericolosità è una caratteristica intrinseca di una sostanza, che ha la potenzialità cioè di causare un danno. Anche attraversare la strada è una attività pericolosa, ma che diventa sicura se viene effettuata correttamente (attendere il verde, stare sulle strisce, guardare a destra e a sinistra prima di attraversare....).

Se usati correttamente (secondo le norme di etichetta) i rischi derivati dall'utilizzo degli agrofarmaci sono praticamente nulli. La probabilità cioè di avere un effetto avverso causato dall'esposizione alla sostanza è talmente bassa da essere inconsistente.

Non basta infatti venire a contatto con un agrofarmaco per avere effetti negativi, ma occorre ingerirne una certa quantità, di molto superiore rispetto a quella rappresentata dall'Lmr. Nel processo autorizzativo di un agrofarmaco viene infatti calcolata una dose accettabile: derivata dalla quantità massima di una sostanza che non causa la comparsa di effetti negativi negli animali. Tale dose viene poi 'diluita', dividendola per un fattore cento.

Facciamo un esempio. Se la dose che non causa effetti negativi negli animali da laboratorio è 5 mg/kg peso corporeo/giorno, la dose accettabile per l'uomo verrà fissata pari a 0,05 mg/kg peso corporeo/giorno.

4. Le autorizzazioni alla vendita di agrofarmaci vengono rilasciate in maniera troppo indulgente
"L'immissione sul mercato dei prodotti fitosanitari è preceduta da una valutazione dell'efficacia degli stessi e dell'impatto che questi hanno sulla salute dell'uomo e sull'ambiente. Il processo autorizzativo è estremamente complesso e rigoroso", spiega ad AgroNotizie Angelo Moretto, professore dell'Università statale di Milano e direttore del Centro internazionale per gli antiparassitari e la prevenzione sanitaria (Icps) presso l'Asst Fatebenefratelli Sacco.

Prima di tutto bisogna distinguere tra approvazione della sostanza attiva e del prodotto fitosanitario. "L'azienda che 'scopre' una nuova sostanza attiva deve presentare un corposo dossier, stilato seguendo le linee guida europee, nel quale deve dare prova dell'efficacia della sostanza e del suo profilo tossicologico ed ecotossicologico. I dossier vengono valutati da uno Stato membro, che si confronta con gli altri paesi europei, e dall'Efsa, l'Autorità europea per la sicurezza alimentare, che stila le conclusioni. Queste vengono successivamente valutate da parte degli Stati membri che decidono, su proposta della Commissione europea, sull'autorizzazione", sintetizza Moretto.

"Se la sostanza attiva viene approvata l'azienda può chiedere l'autorizzazione per la commercializzazione di un prodotto fitosanitario (il prodotto commerciale), il quale viene valutato da uno Stato che si confronta con gli altri Stati membri della stessa macroregione (l'Unione europea è divisa in Nord, Centro e Sud). Anche in questo caso l'azienda deve presentare una mole corposa di dati e studi aggiuntivi".

Se c'è il via libera ogni Stato membro appartenente alla macroregione recepisce la valutazione e può apportare delle modifiche alla proposta di etichetta. L'etichetta del prodotto fitosanitario, approvata dal ministero della Salute, ha valenza di legge e descrive come il prodotto deve essere usato. Tutto questo processo richiede molti anni e costa milioni di euro.

5. Le procedure autorizzative non tengono in considerazione l'effetto 'cocktail', il fatto cioè che nel corso della giornata/vita si assumono con l'alimentazione più sostanze diverse che insieme possono avere effetti negativi per la salute
In linea teorica i residui di diversi agrofarmaci potrebbero cumularsi nell'organismo e superare in questo modo la soglia di rischio. Proprio per indagare questa eventualità l'Unione europea sta valutando l'introduzione nel processo autorizzativo della cosiddetta 'valutazione cumulativa del rischio'. Una valutazione volta a studiare i possibili effetti additivi tra residui diversi assunti durante l'alimentazione. Viste le bassissime esposizioni, effetti interattivi come la sinergia sono altamente improbabili e quindi non sono presi in considerazione.

"Anche se questa valutazione non è ancora parte del processo autorizzativo diversi studi sono stati compiuti negli Usa e in Europa, sia dalla Commissione europea che da Stati come Olanda, Germania, Gran Bretagna e Danimarca. Tutti gli studi effettuati, sia sugli effetti acuti che cronici, hanno fornito rassicurazioni per il consumatore. L'effetto cocktail, di fatto, è inesistente, poiché le dosi in gioco continuano ad essere talmente basse da non rappresentare un rischio per la salute", afferma Angelo Moretto.

6. La presenza di residui di agrofarmaci nel cibo è una delle minacce principali alla salute pubblica
Esiste una profonda differenza tra il pericolo percepito dalla popolazione e il pericolo reale. Un famoso grafico di Susanna Hertrich mostra ad esempio come il timore di morire in un attacco terroristico o in un incidente aereo sia infinitamente superiore rispetto alla reale eventualità che accada. Mentre altre minacce alla salute pubblica, come il cancro o la guida di veicoli, siano sottostimate.

Il grafico di Susanna Hertrich

Lo stesso vale per gli agrofarmaci. Il rischio percepito di stare male per aver mangiato un cibo contaminato da agrofarmaci è di gran lunga superiore rispetto al rischio reale. Mentre altre attività rischiose non sono percepite come tali. Continuiamo ad esempio a bere vino e birra nonostante contengano alcol etilico, una sostanza pericolosa che ogni anno causa migliaia di morti diretti (es, cirrosi epatica) e indiretti (es, incidenti stradali, sul lavoro, violenze, etc.).

7. In Italia si fa un uso esagerato di agrofarmaci, in passato se ne usavano meno
Negli ultimi trenta anni la quantità di prodotti utilizzati è diminuita. Questo per varie ragioni. Prima di tutto perché l'Unione europea ha eliminato circa il 70% delle molecole sul mercato, autorizzando l'utilizzo solo di quelle con un profilo tossicologico migliore. Di queste ben 77 sono poi nella Lista di sostituzione, verranno cioè bandite una volta che si sarà trovata una alternativa valida.

Concorrono poi alla diminuzione degli agrofarmaci impiegati anche le migliori tecniche di applicazione, le buone pratiche agricole, e le nuove sostanze attive, anche di natura biologica, sviluppate dalle società che garantiscono efficacia e sicurezza superiori rispetto al passato.

8. Per difendere le colture è meglio usare prodotti naturali
Nella classifica delle sostanze maggiormente tossiche per l'uomo ai primi posti ci sono molecole naturali. Basterebbe un cucchiaino da tè della tossina del batterio botulino per uccidere un quarto della popolazione mondiale. Mentre il rospo Rhinella marina, diffuso in Centro America, produce la bufotossina, tossica per tutti i mammiferi. E sostanze nocive sono prodotte da numerosi batteri e funghi.

Posto che naturale non significa sicuro per l'uomo, le aziende che producono agrofarmaci si sono ispirate alla natura per la messa a punto di un gran numero di prodotti. Funghi, batteri ed estratti di piante vengono comunemente usati per produrre insetticidi, fungicidi o erbicidi.

9. L'umanità si è sfamata per milioni di anni senza bisogno della chimica. Dovremmo tornare alle buone pratiche del passato
Se l'umanità dovesse fare affidamento sulle rese dell'agricoltura degli anni '20 del secolo scorso, queste non basterebbero a sfamare neppure il 30% della popolazione mondiale. L'uso di mezzi meccanici, di fertilizzanti e agrofarmaci, nonché la selezione di nuove varietà e il miglioramento delle conoscenze agronomiche ha permesso un aumento di produttività mai visto prima.

Certo l'agricoltura moderna pone sfide ambientali importanti, ma una maggiore sostenibilità non può essere barattata con la sicurezza alimentare dell'umanità, intesa come l'accesso ad un cibo sano, sicuro e sufficiente alla vita.

10. Per i bambini è meglio acquistare prodotti biologici in quanto non hanno residui di agrofarmaci
La normativa europea sui baby food (2006/125/CE) impone che questi non abbiano residui di agrofarmaci. O meglio, stabilisce che i residui siano uguali o inferiori a 0,01 mg/kg, il livello di residuo più basso che può essere misurato in maniera affidabile. 0,01 mg/kg è l'equivalente di un secondo in tre anni, o di un granello di sale in una piscina olimpionica o dello spessore di un foglio di carta rispetto all'altezza del monte Everest.

Si tratta di norme precauzionali estremamente restrittive proprio per tutelare al massimo i bambini di pochi mesi/anni di vita. I prodotti biologici d'altro canto possono presentare residui di quegli agrofarmaci registrati per le coltivazioni biologiche (ad esempio il rame).
 

Residui, uno sprone ad un uso corretto degli agrofarmaci

Il consumatore oggi è sempre più attento al tema dei residui e anche la grande distribuzione ha adottato propri disciplinari interni per la gestione dell'Lmr. Per le aziende agricole diventa dunque importante utilizzare gli agrofarmaci secondo le indicazioni d'etichetta, in modo da garantire prodotti salubri e sicuri a tutti i consumatori e non avere poi problemi di commercializzazione delle derrate.

Per questo è l'agricoltore il primo a dire #iocitengo, l'hashtag scelto da Bayer per l'iniziativa AgriCampus.
 
 
Bayer AgriCampus è un'iniziativa lanciata da Bayer Crop Science Italia con l'obiettivo di promuovere l'uso consapevole degli agrofarmaci.
Image Line è partner e su AgroNotizie ha creato una rubrica per ospitare i contenuti provenienti da Bayer e dai partner di AgriCampus.
Consigli tecnici che se seguiti si traducono in vantaggi sia per l'agricoltore che per l'ambiente e i consumatori. Perché per tutti gli attori della filiera vale l'hashtag #iocitengo

Appuntamento a giugno per la nuova puntata di Bayer AgriCampus dedicata alla deriva e al ruscellamento.




 

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Fonte: Agronotizie

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Tag: agrofarmaci unione europea sostenibilità residui salute

Rubrica: Uso consapevole degli agrofarmaci