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Agroalimentare e innovazione, una questione di paradigmi

Per crescere e stare al passo coi tempi il settore deve innovare, ma da dove partire? La società di consulenza Deloitte ha pubblicato uno studio in cui suggerisce di iniziare dai paradigmi: l'intervista a Eugenio Puddu, partner di Deloitte

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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Il made in Italy agroalimentare vale l'11,3% del Pil nazionale
Fonte foto: © vagabondo - Fotolia

Il settore agroalimentare è una delle forze trainanti dell'economia italiana, secondo solo al settore della metalmeccanica. Eppure le aziende agricole e le imprese di trasformazione e di distribuzione devono affrontare sfide importanti. 'Bisogna innovare' è il mantra che si sente ripetere spesso. Già, ma innovare cosa e come?
La società di consulenza Deloitte, che sul settore food ha un focus specifico, ha provato a dare una risposta attraverso la pubblicazione di una ricerca dal titolo "Il settore agroalimentare. L'innovazione dei paradigmi".

"L'innovazione che noi proponiamo non è solo tecnologica o di prodotto, ma di più ampio respiro, che mira a modificare le regole stesse di funzionamento del settore", spiega ad AgroNotizie Eugenio Puddu, partner di Deloitte e referente Italia per il gruppo di lavoro Emea (Europa, Medio oriente e Africa) dedicato al settore agroalimentare.
"Bisogna puntare l'attenzione sul consumatore e comprendere le sue necessità di essere informato. Occorre cooperare tra attori di uno stesso comparto per raggiungere uno scopo condiviso. E infine sviluppare e rendere disponibili i prodotti ai consumatori".

Queste sono le tre innovazioni dei paradigmi, partiamo dalla prima.
"Si tratta della consapevolezza del consumatore che oggi è molto più informato e vuole sapere come un cibo viene prodotto, da dove viene, quali sono le sue caratteristiche e così via. Dobbiamo ispirarci a quel rapporto, quasi di vicinato, che il lattaio aveva con la massaia quando al mattino le portava il latte".

In quale modo l'innovazione interviene in questo rapporto?
"Grazie alla rete, alle tecnologie come blockchain, e agli strumenti tecnologici che noi ogni giorno usiamo, come gli smartphone, è possibile instaurare una comunicazione vera con il consumatore".

Trasparenza e tracciabilità sono però costosi per una azienda, come si rientra dell'investimento?
"Perché il consumatore è disposto a pagare un prezzo più alto per avere accesso alle informazioni e premia le imprese trasparenti. Il nostro agroalimentare non deve puntare sui prezzi bassi, ma sull'eccellenza delle produzioni".

Nella vostra pubblicazione mettete come secondo punto la sinergia tra gli operatori. In quale modo si dovrebbe esplicare questa collaborazione?
"Nel settore food una delle difficoltà maggiori è vivere la sfida imprenditoriale in modo partecipativo. Per alcuni imprenditori, come quelli francesi o tedeschi, promuovere alcuni territori e alcune specificità agroalimentari è un lavoro corale consolidato da anni".

E in Italia?
"Si fa più fatica. Lo vediamo alle fiere di settore. Nella maggior parte dei casi le aziende si muovo singolarmente, ma quando si presentano unite l'impatto, anche a livello di grandezza degli stand, è ben visibile".
 

La cooperazione deve avvenire anche all'interno dell'azienda e in maniera verticale nella filiera?
"Certamente sì, i primi partner dell'imprenditore sono i dipendenti con i quali si deve collaborare per raggiungere un obiettivo comune. E al di fuori dell'azienda le nostre imprese contano moltissimo sul rapporto con il settore primario, con gli agricoltori che producono quelle materie prime senza le quali il made in Italy non esisterebbe".

Il terzo paradigma riguarda la disponibilità dei prodotti. Dove interviene l'innovazione?
"Le aziende devono raggiungere il consumatore attraverso tutti i canali disponibili, compreso l'e-commerce. Spesso il successo dell'italian sounding è dovuto ad una mancanza di prodotti genuini sugli scaffali dei supermercati esteri".

Le nostre imprese non presidiano abbastanza i mercati internazionali?
"Non è solo una questione di presenza, sulla quale comunque si potrebbe fare meglio. Ma soprattutto è la capacità di comprendere un mercato e rendere disponibili prodotti innovativi fatti per quei consumatori".

Ci può fare un esempio?
"In Giappone non mangiano molti dei nostri formaggi perché non li digeriscono, ma vanno matti per la mozzarella fresca. Un'azienda italiana ha trovato il modo di congelarla con l'azoto per preservarne le caratteristiche organolettiche e consegnarla ai clienti nipponici in brevissimo tempo".

Nel vostro rapporto raccontate molti casi di aziende che hanno avuto successo. Ci può fare un esempio?
"Inalpi è l'unica azienda italiana che prende il latte fresco e lo trasforma in latte in polvere, latte concentrato e burro chiarificato. E' una azienda piemontese che ha capito di avere in mano un'ottima materia prima e di poterla valorizzare. Il loro spirito innovativo è stato premiato dal mercato e Ferrero ha stretto con loro un importante contratto di fornitura di cui beneficiano anche i produttori di latte".

Quali sono gli ostacoli all'innovazione che le imprese devono superare?
"Il cambiamento parte all'interno dell'azienda. Ci deve essere la consapevolezza che il mondo sta cambiando molto velocemente e bisogna adattarsi con rapidità. Il traguardo è far comprendere alle aziende la necessità di cambiare impostazione. Bisogna poi ispirare gli imprenditori raccontando l'innovazione e i casi di successo".

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: agroalimentare innovazione ricerca intervista tracciabilita made in italy filiera

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