Trump e l'agricoltura, now what?

Ttip, cambiamento climatico, immigrazione e mercati: all'indomani della discussa elezione del nuovo presidente Usa, il settore primario americano si interroga sulle posizioni del nuovo inquilino della Casa Bianca

Matteo Bernardelli di Matteo Bernardelli

Questo articolo è stato pubblicato oltre 3 anni fa

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Elezioni Usa 2016: gli Stati a carattere più rurale si sono schierati in larga parte con il partito repubblicano e Donald Trump
Fonte foto: © Daniel Thornberg - Fotolia

Quale futuro per l’agricoltura degli Stati Uniti? Superato quello che i media hanno battezzato come “lo choc Donald Trump”, 45° presidente degli Stati Uniti d’America, bisogna capire quale sarà la ricetta del nuovo inquilino della Casa Bianca nel settore primario.

Gli Stati della Corn Belt si sono espressi in maniera pressoché unanime, a vedere i risultati. Il ceto rurale ha sostenuto, nonostante una posizione ufficialmente equanime del sindacato degli agricoltori, "The Donald". Il presidente della American Farm Bureau Federation, Zippy Duvall, si è congratulato con Trump e gli altri candidati eletti per servire durante il 115° Congresso, precisando che “le questioni importanti che attendono l’agricoltura americana non sono di colore rosso o blu, ma sono fondamentali per la prosperità dell’America rurale e della nostra capacità di proteggere l’approvvigionamento alimentare della nostra nazione”.

Ora è il momento di mantenere le promesse elettorali, ha proseguito Duvall. Bisogna, per il sindacato dei farmers, “affrontare le questioni importanti e Farm Bureau auspica di lavorare con la nuova amministrazione e il Congresso su questioni come il Farm Bill, la riforma fiscale e un’agenda commerciale focalizzata sulla riduzione delle barriere e l’incremento dell’export”.

L’appello di Duvall parte dal ruolo degli agricoltori e degli allevatori, che “giorno dopo giorno garantiscono un approvvigionamento alimentare sicuro e sostenibile”. Motivo per cui gli eletti “devono applicarsi con perseveranza per proteggere l’agricoltura statunitense promuovendo l’innovazione, assicurando una forza lavoro adeguata e dando priorità alla riforma per favorire la crescita delle aziende agricole, anziché la loro chiusura”.
E se l’obiettivo degli eletti è quello di rendere migliori gli Stati Uniti, Duvall ha assicurato che il “Farm Bureau continuerà a fare la propria parte per aiutare a identificare le opportunità di cooperazione finalizzate a migliorare la vita delle comunità rurali, di tutti gli agricoltori e degli allevatori americani”.

A una riflessione con Ben Potter, redattore di AgWeb.com, si è lasciato andare John Dillard, giornalista del Farm Journal ed esperto di diritto agrario e ambientale, anticipando aspetti sia positivi che negativi dall’elezione di Trump.
Credo che l’agricoltura accoglierà positivamente la promessa di Trump di eliminare alcune norme e di mettere alla guida della Epa, l’Environmental Protection Agency, persone esperte”, ha dichiarato Dillard.

A chi obietta che la campagna elettorale di Trump è stata imperniata su toni eccessivi al posto di programmi politici specifici, Dillard ha fatto al contrario notare che “seppure non abbia sviluppato una piattaforma rurale dettagliata", il presidente Trump ha comunque un piano. “La sua campagna ha messo insieme un comitato di alto livello, per consigliarlo sulle questioni agricole”.
Dillard, inoltre, ha sostenuto che “un’Amministrazione Trump saprà guardare con maggiore attenzione la gestione delle terre pubbliche, affidata al Dipartimento degli Interni e dell’Agricoltura”.

Non mancano, tuttavia, scenari in grado di preoccupare ad oggi gli agricoltori. Ad esempio, è nota l’allergia del neoeletto presidente Usa verso i trattati di libero scambio, posizione peraltro comune alla sfidante Hillary Clinton. Dunque, salvo sorprese, stop ai negoziati con l’Unione europea in tema di Ttip, ma anche all’accordo transpacifico (Tpp). E chissà se ora “The Donald” manterrà la promessa di far saltare i trattati già in vigore come il Nafta, rivolto al mercato nordamericano.
L’agricoltura è fortemente dipendente dal commercio per aumentare i prezzi delle materie prime – ha ricordato Dillard – ed eventuali guerre commerciali potrebbero avere conseguenze disastrose per il settore primario”.

Anche le posizioni marcatamente anti-immigrazione di Trump potrebbero avere un impatto negativo sull’esigenza occupazionale di alcuni modelli di agricoltura ad alto tasso di forza lavoro, anche se verso la fine della campagna elettorale il candidato ha ammorbidito la presa.

Gli analisti avvertono di prepararsi a una volatilità delle materie prime piuttosto considerevole, ma alla luce della reazione delle borse mondiali di ieri, questa considerazione appare più improntata alla negatività che non a una effettiva reazione dei listini.

Chi sarà il nuovo segretario del Dipartimento Agricoltura degli Stati Uniti, dopo Tom Vilsack? È ancora prematuro per saperlo, anche perché l’investitura ufficiale a Washington di Donald J. Trump avverrà il prossimo 20 gennaio. Circola il nome però di Michael Torrey, lobbista ed esperto di agroalimentare, con una posizione negazionista rispetto ai cambiamenti climatici. In linea dunque con l’atteggiamento di Trump, che in passato aveva parlato di bluff e di esagerazioni in chiave di climate change.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: import/export cambiamenti climatici Ttip

Temi caldi: Elezioni presidenziali Usa 2016

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