Campania, riscoperto l'olio della Corniola

Una cultivar di olivo del casertano quasi del tutto abbandonata per la bassa resa, viene oggi ripresa in coltivazione biologica a Capua dall'Azienda Giusti, che sta sperimentando un olio extravergine monovarietale che punta a stupire

Mimmo Pelagalli di Mimmo Pelagalli

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Una delle 30 piante di Corniola centenarie presenti nell'azienda: riscoperte per caso, ora si punta ad innestarle su Frantoio e Leccino
Fonte foto: © Mimmo Pelagalli - AgroNotizie

Produce in biologico olio extravergine di qualità grazie alla riscoperta di una cultivar tipica locale di olivo quasi del tutto abbandonata, la Corniola, e punta a farne un prodotto da gourmet.
E' questa in sintesi la storia di Roberta Giusti, giovane imprenditrice agricola che in Campania, a Capua - in una zona pianeggiante della frazione Sant'Angelo in Formis, compresa tra i contrafforti occidentali dei monti Tifatini e la riva sinistra del fiume Volturno – ha impiantato più di dieci anni fa la sua azienda olivicola, favorita da condizioni pedoclimatiche uniche. E che oggi prova a stupire con l'olio extravergine monovarietale ottenuto da queste olive a forma di cornetto, che danno il nome alla varietà.

"L'azienda non nasce subito per valorizzare la Corniola – racconta la titolare dell'Azienda agricola Giusti – in un primo momento, era il 2005, ci siamo orientati su cultivar produttive e avevamo bisogno anche di piante certificate per il biologico, visto che i terreni acquisiti erano abbandonanti e non avevano bisogno di una fase di conversione".
La scelta cadde su Leccino e Frantoio, con un numero minore di Pendolino come impollinatore, disposte inizialmente su 5 ettari e mezzo con un sesto di impianto 6x6, che in alcune zone diventa 6x5.

"Avevamo qui però una trentina di piante centenarie di Corniola – ricorda la Giusti - che abbiamo iniziato a conoscere, nei primi tempi blendizzavamo perché non avevamo ancora immaginato di trarre da quelle olive un olio monovarietale". Poi, dopo qualche primo esperimento, la decisione di innestare la Corniola su mezzo ettaro, dove pure erano state poste le giovani piante di Leccino e Frantoio.

"Oggi abbiamo circa 100 piante di olivo innestate a Corniola che, insieme alle 30 piante madri, contribuiscono alla produzione di circa 100-150 litri un extravergine bio monovarietale praticamente unico, con una resa media di 9 litri di olio per ogni quintale di olive molite, che stiamo commercializzando con una nostra bottiglia che ha in etichetta proprio il nome della cultivar " afferma l'imprenditrice.

Al momento la produzione di olio basata invece su Leccino e Frantoio è ben più elevata: tra i 2000 ed i 2500 litri anno, con una resa che oscilla da 11 a 15 litri di olio per quintale di olive.
"Ma il successo di critica che sta suscitando la Corniola, ove accompagnato da una domanda significativa potrebbe spingerci ad innestare nuovamente la cultivar locale su quelle più produttive – sottolinea Giusti, che ricorda come "la molitura delle olive, raccolte tra settembre ed ottobre, ai primi segni dell'invaiatura delle drupe, avviene in un frantoio di fiducia, poi l'olio viene condotto in azienda dove avviene lo stoccaggio a temperatura costante e l'imbottigliamento".


La valutazione dell'olio

L'olio di Corniola dell'azienda Giusti è stato recentemente recensito e valutato alla sedicesima edizione della Rassegna nazionale oli monovarietali indetto dall'Agenzia servizi settore agroalimentare Marche e tenutosi nel dicembre dello scorso anno: "Fruttato medio, di tipo erbaceo, con sentori di mandorla, carciofo e leggero pomodoro" è scritto nella scheda di valutazione sensoriale - Note di amaro di intensità medio-leggera; piccante medio; retrogusto erbaceo, di mandorla e carciofo. Colore giallo, fluidità media. Voto 7,7".


La cultivar Corniola

Insomma un prodotto che ha tutti i numeri per ricavarsi una rispettabile nicchia nel mercato dell'olio. Anche perché la cultivar Corniola ha la sua storia. Secondo "La risorsa genetica dell'olivo in Campania" pubblicazione del 2002 a cura dell'Assessorato agricoltura della Regione Campania, la Corniola ha "origine non nota". Secondo la medesima fonte è "Diffusa soprattutto nel territorio dei comuni di Castel di Sasso, Pontelatone, Formicola (tutti in provincia di Caserta, non lontano da Capua N.d.R.) e dintorni".
Inoltre "è considerata varietà a duplice attitudine in quanto utilizzata per l'olio e come oliva da mensa, allo stato verde e nero. La polpa non aderisce al nocciolo. Essa è alquanto apprezzata per la qualità dell'olio, ma non tanto per la resa".

Sempre secondo "La risorsa genetica dell'olivo in Campania" la pianta sul piano agronomico è molto rustica, presenta "vigoria elevata e portamento assurgente" inoltre "è sensibile agli attacchi di mosca e all'occhio di pavone; è resistente alla rogna. Resa 12 - 13%".
Inoltre "È ritenuta autoincompatibile. Non alterna bensì produce più o meno tutti gli anni. Invaiatura tardiva, dall'apice, graduale".

Drupe di Corniola


Il sito di produzione scelto

A queste caratteristiche della Corniola, si abbina un territorio unico, quello scelto da Roberta Giusti per avviare l'azienda. I circa sei ettari di superficie coltivabile, dove tra l'altro giace l'oliveto, sono situati tra i Monti Tifatini e il fiume Volturno, in una zona umida ma molto ventilata, dove sono presenti forti elementi di inversione vegetazionale, testimonianti dai castagni e dalla preesistenza di un frutteto a ciliegio, in parte ancora presente.

"Si tratta di un terreno molto fertile, ma al tempo stesso ben drenato" spiega l'imprenditrice. Tale condizione è il frutto della storia di un territorio contrassegnato dalla sovrapposizione di detriti alluvionali del Volturno e sabbie di origine vulcanica originate dalla caldera dei Campi Flegrei, che da vita ad un terreno di medio impasto. Non lontano, il Volturno corre in un canyon di tufo, la roccia piroclastica dovuta al vulcanesimo del territorio, scavato dalle acque del fiume nel Pleistocene.


La coltivazione in biologico

Non a caso, l'azienda si è dotata di un impianto di irrigazione legato ad un pozzo, per interventi di irrigazione d'emergenza. "La coltivazione in biologico è particolarmente favorita perché l'unica avversità che si è fino ad ora presentata è la mosca olearia" dice Giusti. La lotta alla mosca è stata condotta negli anni scorsi con un paio di interventi anno di caolino, e per il monitoraggio del dittero si è provveduto ad utilizzare trappole ad ormoni, per saggiarne la presenza.

"Attualmente per i trattamenti contro la mosca siamo orientati su un nuovo prodotto autorizzato per olivo a base di spinosad – dice l'imprenditrice - mentre per la concimazione, dopo anni di utilizzo del favino per sovescio, ora ci limitiamo a quella fogliare con prodotti rameici consentiti dal disciplinare di produzione in biologico per l'olivo".

 
Racconti, esperienze e realtà di chi, nella propria azienda agricola, ha riscoperto la tradizione unendola all'innovazione.
Leggi tutte le altre testimonianze nella rubrica AgroInnovatori: le loro storie

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