Agrofarmaci: un'emergenza che non c'è...

... se non per la fitoiatria. Dal 1990 al 2018 gli usi sono calati del 38,5% per i formulati e del 43,7% per le sostanze attive. Una realtà molto distante quindi dal percepito comune

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

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Vi sono più menzogne sparse dai ciarlatani che agrofarmaci sparsi dagli atomizzatori
Fonte foto: Donatello Sandroni

Non è colpa loro averci creduto. Per i cittadini è normale: vivono in comunità urbanizzate ove di agricoltura e di difesa delle piante non ne capiscono un'acca, quindi se si sentono raccontare tutti i giorni di vivere in una camera a gas di pesticidi, è abbastanza normale che ci credano. Quindi tranquilli: cascarci non è colpa grave. È semmai grave perseverare nel credere a imbonitori e ciarlatani di ogni ordine e grado anche dopo aver visto dei numeri che dimostrano come la realtà sia l'esatto opposto di quanto narrato.

Essere spregiudicati e disonesti paga, in effetti. Per esempio, continuando a raccontare la menzogna degli "abusi di pesticidi", o degli "usi sempre più massicci di pesticidi", la popolazione ha sviluppato un vero e proprio terrore verso questa grande famiglia di prodotti, dai quali peraltro dipende gran parte dei pasti della popolazione stessa.
 

Per chi ha fretta

  • La Revisione europea ha revocato quasi il 70% delle molecole impiegate fino ai primi anni '90, migliorando drasticamente il profilo medio tossicologico e ambientale delle sostanze attive rimaste utilizzabili.
  • Le tonnellate impiegate in Italia sono diminuite in 30 anni del 38,5% per i formulati e del 43,7% per le sostanze attive.
  • I soli insetticidi sono più che dimezzati in circa 15 anni. Soprattutto calate alcune famiglie chimiche come per esempio gli esteri fosforici.
  • Disciplinari di produzione e Pan hanno ulteriormente influito sui programmi di difesa in chiave ambientale.
  • Il miglioramento dei monitoraggi e l'evoluzione delle previsioni meteo hanno ottimizzato l'impiego in chiave preventiva, approccio tecnico che permette di diminuire il numero complessivo di trattamenti annui.
  • L'avvento di nuovi macchinari ha minimizzato la dispersione ambientale dei trattamenti.
  • La pressione complessiva (quantità x pericolosità intrinseca) esercitata sull'ambiente da parte degli agrofarmaci è ormai solo una frazione irrisoria rispetto a quella esercitata nel 1990.
  • La presenza degli agrofarmaci nelle acque è sempre più rarefatta dal punto di vista delle concentrazioni.
  • I residui sui cibi sono in progressivo miglioramento e già oggi stallano al di sotto della soglia di preoccupazione.
  • Non esiste quindi alcuna emergenza, né sanitaria, né ambientale, derivante dalle attività a difesa delle colture.
 

Usi sempre più massicci?

Questo è uno dei cavalli di battaglia più comuni dei falsificatori allarmisti. Talvolta vale anche la versione che spaccia gli usi per abusi. Con buona pace di chi ha partorito queste panzane, nel corso degli ultimi tre decenni la fitoiatria italiana si è invece drasticamente impoverita. Un impoverimento che ha riguardato sia la disponibilità di sostanze attive, sia l'impiego in campo dei formulati commerciali in termini di tonnellate.

Nel primo caso la riduzione di sostanze attive è stata operata a livello eurocomunitario tramite la cosiddetta Revisione Europea, applicazione della Direttiva 91/414/CEE che mirava alla rivalutazione degli agrofarmaci autorizzati sul mercato prima del 1993. Un passo doveroso, dal momento che, per esempio, le prime registrazioni ministeriali in Italia risalgono al 1971, quando i criteri di valutazione tossicologica e ambientale erano molto meno attenti di quelli attualmente applicati in fase di autorizzazione. Basti pensare ai vecchi coformulanti come il metanolo o certi solventi organici pestiferi, fino ad arrivare alle famigerate ammine di sego. Se da un lato tali coformulanti esaltavano l'efficacia dei prodotti, dall'altro ne aggravavano drasticamente il profilo tossicologico, divenendo in larga parte responsabili di alcune malattie professionali contabilizzate in passato e che con le sostanze attive tal quali ben poco c'entravano. Chi ha studiato un minimo il caso glifosate, per esempio, comprende bene di cosa si stia parlando.

A partire quindi dal 1993 la Revisione ha valutato le mille sostanze attive circa che erano presenti sul mercato al momento in cui la Direttiva è stata adottata. Di queste, solo il 26%, ha superato appieno la valutazione di sicurezza per come era stata armonizzata in Europa. La maggior parte delle sostanze, il 67%, è stata invece eliminata o perché le aziende non hanno prodotto i necessari dossier a sostegno, o per incompletezza dei medesimi, oppure ancora sono state volontariamente ritirate dalle industrie produttrici. In tal caso non è però detto che le molecole fossero indifendibili. Spesso erano semplicemente obsolete e non avevano più un mercato tale da giustificare un investimento a loro difesa. Perché le multinazionali, a differenza di altri, devono fare i conti coi bilanci.

Infine, una lista a parte è stata predisposta al fine di contenere le sostanze attive che pur avendo superato la Revisione presentavano profili tossicologici e/o ambientali tali da auspicarne la sostituzione non appena fossero giunti nuovi candidati aventi il medesimo grado di efficacia, ma caratterizzati da profili migliorativi. Fra le 77 sostanze attive che in tal frangente vennero inserite nella cosiddetta “Lista di sostituzione” è presente perfino il rame nelle sue differenti formulazioni, cioè uno fra i più indispensabili pilastri del biologico.

Parallelamente, mentre la Revisione faceva strage di sostanze attive, dal 1992 i Disciplinari di produzione integrata (Reg. CEE 2078/92 evolutosi poi in Piani di sviluppo rurale) selezionarono ulteriormente i formulati commerciali applicabili in campo, sia valutando le singole sostanze attive, sia considerando la classificazione tossicologica dei formulati stessi aventi il medesimo ingrediente attivo. In sostanza, di tutto ciò che risultava e risulta autorizzato a livello europeo e nazionale, se ne poteva e se ne può utilizzare solo una parte. Ciò ha limitato ulteriormente la libertà di scelta quanto a soluzioni fitosanitarie per le aziende che abbiano aderito a tali disciplinari, ovviamente a fronte di contributi di tipo economico riconosciuti agli agricoltori.

Infine, la Direttiva 2009/128/CE, recepita con il decreto legislativo del 14 agosto 2012, n. 150, ha istituito un "quadro per l'azione comunitaria ai fini dell'utilizzo sostenibile dei pesticidi". Il Pan, piano di azione nazionale, ne è divenuto lo strumento attuativo contribuendo anch'esso a un'ulteriore ed ennesima limitazione negli usi di alcune sostanze attive, come il dimezzamento delle quantità impiegabili a livello aziendale di alcune specifiche molecole, tipo glifosate per dirne una.  
 

Le difficoltà del settore fitoiatrico italiano

Tale drastico impoverimento di soluzioni fitosanitarie ha reso sempre più complessi i programmi di difesa, basati questi su sempre meno sostanze attive e modi di azione. In tal modo si sono esaltate anche le probabilità che insorgessero fenomeni di resistenza ai pochi prodotti rimasti impiegabili. Fenomeno alquanto grave, le resistenze agli antiparassitari, che in Italia è monitorato per esempio dal Gire, ovvero dal gruppo italiano per le resistenze agli erbicidi, ma che ha manifestato tutto il proprio peso anche a carico di fungicidi e insetticidi, rendendo di fatto inefficaci numerose sostanze attive in diversi areali nazionali.

In estrema sintesi, pur essendo regolarmente autorizzate e pur essendo state approvate perfino dai Disciplinari e dal Pan, tali sostanze è come se non ci fossero più dal punto di vista tecnico perché divenute ormai acqua fresca. Per lo meno su alcune avversità e in alcune zone.

Per misurare la gravità di tale dissipazione di strumenti fitoiatrici basti pensare che a oggi in Italia (Fonte Fitogest.com, 06 giugno 2020) risultano autorizzate 131 sostanze attive ad azione erbicida delle 215 autorizzate in precedenza (-39,1%). Molto peggio per acaricidi, nematocidi e insetticidi, calati rispettivamente del 45%, 41,5% e 41,4% (vedi Fig. 1).  


sostanze attive revocate e ammesse in Italia
Fig. 1: sostanze attive attualmente autorizzate a confronto con quelle revocate. Un impoverimento grave delle armi a disposizione degli agricoltori a difesa dei vostri pasti. Le resistenze ringraziano...  


La forte selezione qualitativa delle molecole ha eliminato soprattutto quelle caratterizzate da azione multi sito, forse meno selettive ed eco-compatibili rispetto a molecole più moderne, ma sicuramente indispensabili per scongiurare proprio i suddetti fenomeni di resistenza. Fenomeni verso i quali sono appunto molto più predisposte le molecole dai modi d'azione altamente specifici che se da un lato le rendono più “eco-friendly”, dall'altro le espongono a rischi molto più elevati di inefficacia nel volgere di pochi anni dal primo impiego.

Da ciò la necessità agronomica, spesso disattesa, di alternare tali molecole con sostanze attive multi sito, garanzia di maggiori aspettative di vita proprio delle nuove molecole giunte in commercio. Una sorta di “sostenibilità fitosanitaria” che è stata invece travolta da una selezione operata ottusamente molecola per molecola, senza cioè tenere conto della necessaria visione di insieme. Una visione che dovrebbe essere invece alla base delle più razionali alternanze di sostanze attive. Tradotto: stiamo mandando all'attacco la fanteria leggera dopo averle tolto la copertura dell'artiglieria. Qualche domanda sugli "ufficiali in capo" ce la si dovrà porre prima o poi.
 

Agrofarmaci: 30 anni di calo

Non solo la selezione delle molecole è stata alquanto spinta dal punto di vista numerico, tramite gli sviluppi normativi sopra sviscerati, bensì anche gli usi complessivi di agrofarmaci sono andati progressivamente calando proprio a partire dai primi anni '90, periodo nel quale toccarono gli apici in termini di tonnellate impiegate. Rispetto al 1990 sono infatti calate del 38,5% le tonnellate di formulati commerciali e del 43,7% quelle delle sole sostanze attive (Vedi fig. 2).
 


Calo nelle tonnellate impiegate in Italia dal 1990 al 2018

Fig. 2: andamento degli impieghi in Italia di prodotti fitosanitari, espressi come sostanze attive (Fonte Faostat) e come formulati commerciali (Fonte Istat). Nota: dal 1990 al 2002 i dati sui formulati commerciali sono stati stimati a partire dalle sostanze attive riportate da Faostat, considerando un contenuto del 53%, ovvero la media delle percentuali del quinquennio 2003-2007 riportate da Istat  

Contrariamente a quanto percepito, infatti, l'uso di agrofarmaci in Italia si mostra in diminuzione da ormai più di un quarto di secolo. Ciò deriva da un lato dalla riduzione assoluta di superfici agricole, calate di quasi due milioni di ettari solo nel periodo dal 1990 al 2005 (fonte Ispra), dall'altro ha influito anche l'arrivo di sostanze attive più specifiche, utilizzabili in alternativa di quelle precedenti, meno evolute tecnologicamente e caratterizzate quindi da dosaggi per ettaro superiori.

Molto diverso infatti il dosaggio fra un erbicida per il mais come alachlor, utilizzato nell'ordine dei litri per ettaro, rispetto a una più evoluta solfonilurea come rimsulfuron o nicosulfuron, impiegabili a poche decine di grammi. Infine, l'evoluzione delle tecniche di monitoraggio di patogeni e parassiti, cui si sono aggiunti servizi metereologici sempre più affidabili, ha permesso una maggior razionalizzazione del numero complessivo dei trattamenti in campo. Se quindi si combina il forte calo in tonnellate con l'altrettanto forte miglioramento dei profili medi dei prodotti, ambientali e tossicologici, rispetto al 1990 oggi viviamo in una sorta di "paradiso": fatta 100 la pressione complessiva che i "pesticidi" esercitavano 30 anni fa, oggi forse forse non si arriva a 20. Ecco perché continuare a parlare di "abusi" o di "usi sempre più massicci" è banalmente falso. Così come risulta ingannevole continuare a trasmettere la sensazione di vivere un'emergenza sanitaria e ambientale che di fatto esiste solo negli interessi degli allarmisti.
 

Gli usi recenti in Italia

Sempre secondo Istat e Ispra, nel 2018 sarebbero stati impiegati 114.395.891 Kg di agrofarmaci, pari a circa 1,9 kg/procapite per Italiano. Un valore sceso del 27,6% rispetto ai 158.011.818 Kg riportati da Istat per l'anno 2003. Una diminuzione cioè di -43.615.927 Kg in soli 15 anni. Analogamente, anche le sostanze attive (quelle che poi si trovano nelle acque e sui cibi) sono calate da 86.765.213 Kg del 2003 a 55.632.869 Kg del 2013. Un calo del 35,9% per un totale di -31.132.344 Kg in soli dieci anni. I soli insetticidi sono calati dal 2003 al 2013 in ragione del 31,8%, ovvero da 33.497.268 Kg di formulati commerciali a 22.829.216 (-10.668.052 Kg in dieci anni). Nello stesso periodo, le sostanze attive ad azione insetticida sono scese da 12.814.362 Kg a 6.145.728 Kg (-6.668.634 Kg, ovvero -52%). I dati sugli insetticidi hanno poi continuato a calare anche negli anni seguenti, facendo segnare 20.645.069 Kg nel 2018 (-2.184.147 Kg, pari a -9,5%), ovvero poco più di cinque milioni e mezzo di chili di sostanze attive. Un calo enorme rispetto ai quasi 13 milioni di chilogrammi impiegati solo 15 anni prima.

Un trend che furbescamente non viene mai descritto da chi ha invece interesse a terrorizzare i cittadini parlando oggi di "pesticidi" nelle acque e domani di residui sui cibi, facendo credere che questi abbiano carattere emergenziale quando invece è esattamente il contrario.

A oggi sono infatti meno di 54 milioni di chili le sostanze attive impiegate in agricoltura in tutta Italia. Meno cioè di un solo chilogrammo procapite per ottenere cibo italiano 365 giorni l'anno. Fatevi due conti di quanta chimica impiegate voi per la cura delle vostre case e della vostra persona e poi elaborate le conseguenti valutazioni.

Appare quindi mistificatorio attribuire agli agrofarmaci in generale e agli insetticidi in particolare ogni tipo di nefandezza tossicologica e ambientale, moda in crescita sui media generalisti. Nefandezze che stranamente sarebbero però avvenute in una fase di forte diminuzione negli usi nonché delle superfici agricole nazionali.

Si mediti su ciò, per esempio, quando si assisterà alle prossime puntate allarmanti sulle api, oppure quando si ipotizzeranno fantomatiche influenze dei "pesticidi" sulla salute della popolazione. C'è chi ha avanzato perfino spericolate illazioni sul calo di sviluppo cognitivo nei bambini, i quali pare quindi fossero più intelligenti quando di "pesticidi" se ne usava a pacchi. Un non sense di cui prima o poi la popolazione dovrà diventare consapevole, imparando a discernere fra chi gliela racconta giusta e chi tenta di manipolarne le opinioni.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: agrofarmaci fungicidi ambiente insetticidi erbicidi salute Ecologia

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