Agricoltura biologica, aumenta ma divide

Cresce la produzione biologica in Italia e nel mondo e cresce anche il dibattito. AgroNotizie ha intervistato alcuni dei protagonisti del biologico in Italia e delle diverse posizioni

Lorenzo Cricca di Lorenzo Cricca

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Il giro di affari per il biologico in Italia è arrivato a 5,8 miliardi, crescita del 264% in 10 anni, tra consumi interni ed esportazioni
Fonte foto: © kazoka303030 - Fotolia

L'agricoltura biologica nel mondo è in crescita, sia per superfici coltivate che per fatturato. Lo certificano la trentesima edizione del Biofach, il più importante evento sul biologico, che si è tenuta a Norimberga dal 13 al 16 febbraio 2019, ed il Sana, svoltosi a Bologna dal 6 al 9 settembre 2019. La superficie agricola certificata come biologica nel mondo nel 2016 è arrivata a coprire i 57,8 milioni di ettari (+7,5 milioni rispetto al 2015) con un mercato globale stimato in 89,7 miliardi di dollari (circa 72 miliardi di euro). Sugli scaffali dei supermercati italiani ed europei è sempre più facile trovare prodotti che presentano sulla confezione riferimenti e simboli che certificano una produzione biologica. I consumatori scelgono il biologico perché lo ritengono più sano, più buono e rispettoso dell’ambiente.
 

Biologico, fotografia del comparto

Gli Stati Uniti d'America sono il principale mercato mondiale con 43,1 miliardi di dollari, seguiti da Germania, Francia e Cina. L'Australia è invece il principale paese al mondo per superficie agricola biologica con 27,2 milioni di ettari, seguita da Argentina con 3 milioni e Cina con 2,3 milioni di ettari. In Europa le vendite al dettaglio nel 2016 sono state valutate in 33,5 miliardi di euro (30,7 miliardi di euro nella sola Unione europea) per una superficie di 11,9 milioni di ettari, vale a dire il 6,7% della superficie agricola totale utilizzata (Sau) dell'Unione europea.
La leadership europea è della Spagna con 2 milioni di ettari, seguita dall'Italia con 1,8 milioni di ettari (+300mila rispetto al 2015) e dalla Francia con 1,5 milioni di ettari. Da segnalare che oggi il 14,5% della superficie agricola complessiva utilizzata in Italia è biologica e in alcune regioni, come la Calabria, si tocca addirittura il 38%. Il giro d'affari italiano è di circa 5 miliardi di euro: dato sul fatturato 2016 (Fonti dati Firab). 
 

Biologico: sì, no, forse!

Al di là dei numeri il tema dell'agricoltura biologica ha spaccato il mondo agricolo, politico e della ricerca. Molte sono le posizioni, che però possiamo raggruppare in tre schieramenti principali: uno pro-biologico, che predilige un'agricoltura più tradizionale e meno intensiva, uno pro-biologico ma con una visione più aperta alle innovazioni ed alla tecnologia ed uno contro-biologico, che punta sull'incremento della produttività attraverso l'impiego di nuove tecniche di produzione e di distribuzione (con un'attenzione comunque alla sostenibilità).
Andando oltre gli schieramenti politici segnaliamo un sondaggio (Il futuro dell'alimentazione e dell'agricoltura) condotto a febbraio 2017 dalla Commissione europea, ai cittadini dell'Unione europea, che ha portato a raccogliere 322mila risposte in merito a dove deve andare l'agricoltura europea nei prossimi anni: si vuole che l'agricoltura fornisca, tra le altre cose, protezione all'ambiente ed al paesaggio e che risponda alle preoccupazioni sulla salute e la sostenibilità. Non a caso l’onda verde cresce in (quasi) tutta Europa. Queste forze culturali stanno vivendo una nuova primavera, tanto da diventare decisive per la formazione dei governi.
 
Agricoltura biologica, prodotti sani e sostenibili
L'agricoltura biologica in Italia è cresciuta in modo impetuoso nell'ultimo decennio
(Fonte foto: © Blickpixel - Pixabay)
 

W l'agricoltura biologica

Il primo schieramento è pro-biologico, a favore di un'agricoltura che prediliga il benessere delle piante, dell'individuo e del pianeta e che preservi la biodiversità. Questa posizione si rifà alle associazioni di settore (ad esempio Federbio), alle associazioni ambientaliste (come Wwf, Legambiente e Lipu) ed all'autoproclamato “Gruppo di docenti per la libertà della scienza”.
Per approfondire le scelte di questo schieramento abbiamo intervistato Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio.

Il mercato del biologico continua a crescere. Cosa rappresenta oggi in Italia e in Europa?
"Negli ultimi 10 anni a causa della crisi economica i consumi alimentari in generale si sono ridotti o sono rimasti stagnanti. Contemporaneamente i consumi dei prodotti biologici sono cresciuti a due cifre. E’ quindi evidente che il biologico non si tratta di un fenomeno destinato ad esaurirsi. Quello a cui stiamo assistendo è una vera e propria trasformazione del modo di produrre e consumare cibo, determinato dalle scelte consapevoli dei cittadini verso prodotti che offrano maggiori garanzie per la salute, per il rispetto dell’ambiente e per l'equità sociale.
L’agricoltura biologica nei 28 Paesi dell’Unione Europa coinvolge oltre 305mila produttori per oltre 12,8 milioni di ettari coltivati, con un incremento del 3,5% del numero di produttori e dell’6,4 % della superficie agricola biologica dal 2016 al 2017 (fonte: FiBL-IFOAM 'The World of Organic Agriculture 2019'/dati 2017).
L’Italia rientra tra i dieci maggiori Paesi produttori di cibo biologico a livello mondiale, in Europa con i suoi 79mila operatori biologici si colloca al primo posto per numero di occupati nel settore e con gli attuali 2 milioni di ettari, che rappresentano il 15,5% delle superficie agricola del nostro Paese, al secondo posto dietro alla Spagna per superficie agricola destinata alle produzioni biologiche.
Dal 2010 gli ettari di superficie biologica coltivata nel nostro paese sono aumentati di oltre il 75%, e il numero degli operatori del settore di oltre il 65%. I consumi crescono da 5 anni senza soluzione di continuità (+102 % dal 2013 a oggi) e i dati confermano anche una crescita nell’export dei prodotti biologici: 2.266 milioni di euro l’export di prodotti bio nel 2018 con una crescita del 10% rispetto al 2017 e una crescita nel periodo 2008-2018 del 597%. Secondo gli ultimi dati presentati al Sana l’export assieme ai 4 miliardi di euro del mercato interno portano a 6.350 milioni di euro le vendite del bio nel nostro Paese"
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Quale è la situazione ad oggi a livello legislativo in Italia in merito alla produzione agricola ed agroalimentare?
"In questo momento è in discussione in Commissione Agricoltura del Senato la proposta di legge sull’agricoltura biologica, già approvata a grande maggioranza dalla Camera dei deputati. E’ una legge molto importante per il settore, che attendiamo da tempo. La crescita continua del biologico richiede una serie di strumenti indispensabili per strutturare in maniera adeguata il sistema d’imprese e per garantire il rispetto dei valori fondanti del vero biologico.
Nell’articolato in discussione al Senato ci sono a nostro avviso contenuti importanti, come l’articolo relativo ai distretti bio che si stanno diffondendo in tutto il Paese e l’attivazione di strumenti d’integrazione tra produttori e operatori della filiera biologica, a partire dal riconoscimento dell’interprofessione. Inoltre valutiamo estremamente importante che l'agricoltura biologica sia riconosciuta come attività economica d'interesse nazionale con funzione ambientale ed economico-sociale. Molto positivo anche l’introduzione del marchio 'biologico italiano' che può rappresentare un’opportunità per dare più forza ai produttori agricoli. Infine, il punto relativo alla ricerca, all’innovazione ed alla formazione che sono assolutamente strategiche per il futuro"
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Maria Grazia Mammuccini, presidente di Federbio
Maria Grazia Mammuccini, presidente di Federbio
(Fonte foto: © Federbio)


Investire in ricerca e innovazione quindi, ma c’è chi sostiene che l’agricoltura biologica è un ritorno al passato ?
"I detrattori del bio descrivono l’agricoltura biologica come un approccio che non utilizza innovazione come invece fanno convenzionale ed integrato. Non è affatto così ed è più vero il contrario. La rinuncia alla chimica di sintesi sia per la fertilizzazione che per la difesa delle colture impone agli agricoltori biologici di trovare soluzioni innovative, in molti casi basate sull’integrazione tra mezzi diversi (meccanici, ecologici, genetici ecc…) e restituisce valore al ruolo dell’agricoltore ed alla figura professionale dell’agronomo. Grazie all’agricoltura biologica sono emerse tecniche, attrezzature e prodotti che hanno dato ampio spazio ad aziende innovative anche a livello industriale come nel caso delle macchine per il controllo meccanico e termico delle piante infestanti e dei biopesticidi. Gli stessi metodi e attrezzature dell’agricoltura di precisione non sono un’esclusiva dell’agricoltura convenzionale, ma vengono ampiamente utilizzati anche in aziende biologiche. Per il biologico investire in ricerca e innovazione, attraverso metodi partecipativi con il ruolo attivo degli agricoltori, è assolutamente strategico e i risultati possono non solo far crescere le produzioni bio nel nostro paese ma offrire soluzioni utili per tutta l’agricoltura".

Quali sono i principali vantaggi della produzione biologica?
"In questa fase credo che uno dei punti fondamentali da mettere in evidenza è il contrasto al cambiamento climatico. I sistemi d'agricoltura biologica, non utilizzando prodotti di sintesi chimica, possono ridurre le emissioni di gas serra ma soprattutto possono portare un forte potenziale nella mitigazione dei cambiamenti climatici per la capacità di assorbimento di carbonio nel suolo. Uno dei principi fondamentali dell’agricoltura biologica è infatti quello di mantenere e incrementare la sostanza organica nel suolo ed è proprio questo che consente di fissare notevoli quantità di carbonio nel terreno come hanno ulteriormente confermato anche recenti studi condotti da un gruppo di ricercatori internazionali coordinati e diretti da FiBL-Istituto di ricerca per l’agricoltura biologica. La percentuale di sostanza organica nel suolo rappresenta un punto chiave anche in Italia. A fine luglio scorso sono usciti i dati di un lavoro che il Crea ha realizzato per la Fao, una mappatura della presenza di carbonio organico nei suoli italiani ed il quadro che ne emerge è inquietante: in Italia la presenza media di carbonio organico è intorno all’1%, mentre un suolo fertile dovrebbe avere una percentuale superiore al 3%. I nostri suoli sono degradati, vicini alla soglia di desertificazione, e le zone più colpite sono quelle che tecnicamente dovrebbero essere le più produttive per l’agricoltura, come la Pianura Padana o il Sud della penisola.
Di fronte a dati di questa natura è paradossale pensare che l’obiettivo dell’agricoltura sia solo guardare la produttività in termini di rese 'per ettaro per anno'. Diffondere l’agricoltura biologica significa aumentare la sostanza organica nei suoli mettendoli in condizione di assorbire grandi quantità di CO2, trattenere l’acqua e renderla disponibile, assieme agli elementi nutritivi, anche in caso di carenza di piogge, significa agire concretamente nel contrasto al cambiamento climatico per non rubare il futuro alle giovani generazioni"
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Quale sarà il futuro del biologico in Italia?
"Il nostro Paese è un riferimento a livello internazionale per la qualità del cibo, per la valorizzazione della biodiversità e delle varietà locali. L’agricoltura industriale non è quello che serve per dare valore a questa agricoltura, quello di cui abbiamo bisogno è scegliere l’approccio agroecologico orientando le nostre produzioni verso il biologico ed il biodinamico come metodo di produzione coerente con i valori del cibo e del territorio rurale.
Dobbiamo però riuscire a cogliere le potenzialità del cambiamento in atto con scelte coraggiose, all’altezza della situazione a partire dal Pan, attualmente in discussione, e dal nuovo ciclo di programmazione della Pac per sostenere e supportare tecnicamente le aziende nella transizione verso il biologico, puntando a realizzare filiere nazionali e locali con metodo bio, a valorizzare il territorio attraverso i distretti biologici e ad investire in modo strategico in ricerca, innovazione e formazione. Attrezzandoci adeguatamente possiamo raggiungere l’obiettivo almeno del 40% della superficie agricola coltivata con l’agricoltura biologica anche per fare fronte all’aumento della domanda di bio che oggi è soddisfatta attraverso le importazioni. Il bio rappresenta una grande opportunità per l’agricoltura e il territorio rurale nel nostro Paese ed è davvero paradossale che ci siano forze in campo che cercano di bloccarne la diffusione"
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Vincenzo Vizioli, presidente di Firab
Vincenzo Vizioli, presidente di Firab
(Fonte foto: © Firab)
 

Agricoltura biologica sì, ma con metodo

Il secondo schieramento ha una posizione pro-biologico del tutto vicina alla precedente, ma comunque più moderata e con una maggiore apertura all'innovazione tecnica e tecnologica che rappresenti un reale miglioramento rispetto all'agricoltura più tradizionale. Fa riferimento alle associazioni scientifiche agrarie italiane (Aissa, Fisv, Anbi) ed al Firab. Per questo schieramento abbiamo intervistato Vincenzo Vizioli, presidente di Firab
 

Perché produrre biologico?
"Nonostante le reticenze che ancora esistono sull'agricoltura biologica e sui prodotti biologici è l'agricoltura del futuro. Questo tipo di approccio agricolo è molto presente nella nuova Pac e nelle scelte delle nuove politiche agricole. Negli ultimi anni il biologico in Italia è cresciuto molto, con uno sviluppo molto più rapido del previsto. Oggi siamo ad oltre il 10% della Sau totale. Questa crescita è stata possibile grazie al maggiore interesse da parte del consumatore, che ne ha spinto la produzione. Il Psr però non funziona ancora verso un riconoscimento premiante dell'agricoltura biologica (ad es. non ci sono premi per chi fa biologico nei parchi)".

Biologico e sostenibilità. Qual è il rapporto tra questi due realtà?
"E' il modello più sostenibile che c'è. Va però ancora migliorato, grazie a tanta ricerca e tanto studio che ancora rimangono carenti. Ancora oggi c'è poca conoscenza sul biologico e poca tradizione. Però è necessario mettere in piedi un sistema di produzioni che certifichi il metodo e non il prodotto. Troppo spesso si segue una tendenza senza poi pensare al processo. Nella produzione biologica oggi è evidente che non si può arrivare a produzioni che per resa e per parametri qualitativi siano uguali all'agricoltura convenzionale (es. colore, pezzatura, quantità). E' comunque un metodo che esalta la biodiversità.

Inoltre il prezzo finale non può essere realizzato aggiungendo a quello del convenzionale circa il 30% (come spesso oggi si fa) o anche il 50%. Il prezzo va fatto sul vero valore e sul costo veramente sostenuto. Il vero prezzo deve essere riconosciuto dal mercato e noi non possiamo aver paura di mostrarlo"
 

Come sarà il biologico nel 2020?
"La produzione bio deve essere governata ed indirizzata. Lasciarla come è oggi potrebbe portare all'ennesima occasione mancata. Con il nuovo regolamento europeo che potrebbe andare presto in vigore qualche cosa potrebbe cambiare: ad esempio la reciprocità per prodotti importati. La legge quadro italiana sul biologico (in discussione alla Camera) non apporterà però grandi cambiamenti perché le competenze nascono sempre dallo stesso cesto. Le norme devono essere fatte con gli operatori del settore e non senza. Se vogliamo veramente cambiare qualche cosa devono essere fatte scelte vere e dobbiamo puntare sulla qualità, per non avere il solito pasticcio che vuole accontentare tutti".

 
Luigi Mariani, Professore di Storia dell'Agricoltura presso l'Università di Milano
Luigi Mariani, docente di storia dell'agricoltura presso l'Università di Milano
(Fonte foto: © Matteo Bernardelli - AgroNotizie)
 

Il lato oscuro dell'agricoltura biologica

Il terzo schieramento è anti-biologico, che predilige un'agricoltura sempre più moderna ed innovativa per vincere le sfide del mercato e della sopravvivenza dell'umanità. Mantenendo un occhio attento alla sostenibilità economica, produttiva, sociale ed ambientale. E' legato al blog Agrarian Sciences, che ha elaborato ed inviato un documento alla Camera dei Deputati - firmato da importanti ricercatori e dalla senatrice a vita Elena Cattaneo - per promuove una posizione più produttivistica dell’agricoltura e più focalizzata all'innovazione ed alla tecnologia. Per questo schieramento abbiamo intervistato Luigi Mariani, professore di storia dell'Agricoltura all'Università di Milano.
 

La sua posizione è critica verso l’attuale produzione biologica. Può spiegarci le motivazioni?
"Di fronte a noi abbiamo un bivio: da un lato l'agricoltura della rivoluzione verde, che grazie all'innovazione tecnologica nei settori della genetica e delle tecniche colturali garantisce oggi livelli di sicurezza alimentare mai raggiunti in passato, in quanto ha sestuplicato in un secolo le rese delle grandi colture (ad es. frumento, riso, mais, soia, sorgo) che oggi da sole coprono il 70% del fabbisogno alimentare globale; dall'altro abbiamo agricolture che difendono con forza il ritorno al passato (biologico in primis ma non solo) rifiutando gran parte del pacchetto tecnologico offerto dall’agricoltura della rivoluzione verde ed integrata. Credo che la prima agricoltura oggi si stia seriamente attrezzando per vincere le sfide del futuro, presentandosi sempre più come 'agricoltura integrata' e cioè che integra le migliori innovazioni per ottimizzare le produzioni in termini di rese, qualità e sostenibilità.

L’approccio proposto dall’agricoltura biologica è contraddittorio sotto vari punti di vista: ad esempio la dipendenza dall’industria chimica per i fitofarmaci di cui si serve (i fungicidi derivati dal rame che vengono dall’industria chimica, quelli a base di zolfo che utilizzano zolfo ottenuto per desolforazione dei combustibili fossili, ecc.) o la dipendenza dall’agricoltura convenzionale per la maggior parte dei concimi organici di cui si serve e per la stessa produzione di fitofarmaci quali il piretro, di cui fa largo uso.
E qui occorre essere molto chiari: il ritorno al passato propugnato dal bio non regge anzitutto sul piano della sostenibilità ambientale: ad esempio rinunciare alle tecniche aggiornate di difesa e nutrizione comporta cali di resa che per le grandi colture si aggirano intorno al 50%. Questo significa che se convertissimo l’intera agricoltura mondiale al biologico occorrerebbe trovare il doppio degli arativi per soddisfare le richieste del mercato. Oggi questi arativi in più non li abbiamo e per procurarceli dovremmo devastare foreste e praterie naturali, il che peraltro evidenzia l’inadeguatezza di proposte ambientalistiche fondate sul biologico.
Emblematico è poi il caso dell’azoto: sul piano della nutrizione delle piante l’azoto è un elemento chiave e da esso derivano le proteine essenziali per la nutrizione animale e umana. Oggi il 50% dell'azoto con cui nutriamo le nostre colture è azoto di sintesi. Rinunciare a tale azoto come propone il biologico significa affamare le piante e di conseguenza l'umanità, che senza proteine non può avere sicurezza alimentare.
Domandiamoci poi quale sostenibilità sociale ed economica per il consumatore abbia l’agricoltura biologica, che arriva sul mercato con prezzi mediamente doppi (e ciò anzitutto perché produce la metà e ha costi di produzione più alti) e questo a fronte a differenze non significative sul piano delle caratteristiche organolettiche e della salubrità.
Ora il discorso che si fa oggi è quello per cui il biologico è il futuro e dobbiamo dunque sempre più sostenerlo economicamente con sussidi pubblici. E qui mi domando: che senso abbia sussidiare l’inefficienza di chi produce poco e male e che già oggi premiamo in modo rilevante (nel 2016 il 45% del reddito netto delle aziende bio deriva da contributi comunitari contro il 31% del reddito delle aziende convenzionali (fonte: Bioreport 2018)".

 
Il consumo di prodotti biologici stra trascinando la crescita su superfici coltivate in modo biologico
Il consumo di prodotti biologici stà trascinando la crescita dell'agricoltura biologica
(Fonte foto: © Rido - Adobe Stock)
 

Come la legge si sta evolvendo sul biologico?
"Premetto che un imprenditore agricolo rispettoso delle normative e del diritto dell’acquirente (a ricevere quanto da lui atteso) dev’essere libero di adottare il processo produttivo che meglio gli consente di confrontarsi con il mercato. Pertanto se il consumatore richiede prodotti biologici non c’è nulla di male nell’offrirglieli. Ciò detto ritengo però che il legislatore dovrebbe porsi l’obiettivo di favorire l’innovazione della nostra agricoltura per consentire ai nostri agricoltori di confrontarsi ad armi pari con i colleghi delle altre parti del mondo e di svolgere in modo sempre più efficace e sostenibile il proprio ruolo di produttori.

A fronte di ciò in Parlamento è oggi in discussione il DDL998 che indica l'agricoltura biologica come 'di interesse nazionale' e propone una serie di misure irrazionali in tema di normativa sementiera (le agricolture prosperano se esiste la certezza che il seme che acquisti presenta caratteri di germinabilità, energia germinativa, purezza varietale e assenza d'impurità. Lo scambio di sementi fra vicini promosso dalla legge 988 vanifica questa certezza e configura una discriminazione normativa di dubbia costituzionalità tra agricoltore 'convenzionale' e 'bio'), strutture territoriali (creazione di carrozzoni politici pletorici ed inutili) e strutture di istruzione agraria (che senso ha creare corsi di laurea ad hoc dedicati al biologico? Ai nostri laureati viene già oggi offerta una visione completa del processo produttivo applicabile anche in biologico, come del resto hanno fatto osservare gli stessi certificatori Bio).
Il DDL988 peraltro non tocca minimamente il tema dei controlli, che oggi è a mio avviso l’elemento più critico del biologico nazionale. A fronte di tutto ciò, con amici del mondo accademico e agricolo abbiamo creato un gruppo informale denominato Seta-Scienze e tecnologie per l’agricoltura che ha fra l’altro condotto una campagna per contestare gli elementi di irrazionalità esistenti nel DDL 988. Tale campagna ha avuto successo nel senso che il DDL non ha proceduto con la celerità che la lobby del bio si poneva come obiettivo. I documenti prodotti da Seta con riferimento al DDL988 sono stati inviati prima alla Camera e poi al Senato ove il DDL giace al momento in commissione agricoltura".

Recentemente il Seta ha anche inviato una lettera a tutti i Parlamentari dal titolo 'I molti punti critici del DDL 988 sul biologico'.
 

Come la ricerca dovrebbe affrontare il tema della produzione biologica?
"La ricerca deve a mio avviso affrontare in modo sistemico il tema della produttività in agricoltura biologica e come da una produttività potenziale a base fotosintetica enorme (ad esempio per il riso siamo a 50-60 t/ha) si scenda a produttività molto più basse (rese finali di pieno campo di 6-8 t/ha di risone in convenzionale) in virtù delle limitazioni che vengono messe in campo. La ricerca deve poi occuparsi in modo più efficace di quel che accade in pieno campo, ove le limitazioni cooperano a dare cali di resa in biologico che sono rilevantissimi e che spesso non traspaiono da lavori scientifici condotti a livello parcellare".

Come vede il bio nel 2020 e nel prossimo futuro?
"Anzitutto non è tutt’oro quello che luccica: dei 1,3 milioni di ettari coltivati a biologico in Italia il 51% è costituito da prati e pascoli cui va aggiunta una quota stimabile nel 10-20% costituita da vigneti, frutteti ed oliveti abbandonati. In tal modo la superficie produttiva del bio si riduce al 30-40% del totale (400-600mila ettari). Si tratta cioè di una nicchia, a confronto con i 13 milioni di ettari di Sau. Inoltre dal report Sinab 2018 si evince che i produttori biologici esclusivi (e cioè le aziende agricole) si sono mantenuti grossomodo stazionari (erano 58mila nel 2001, sono 57mila nel 2017).

Ribadisco poi che in tema di sostenibilità è essenziale mirare a un’agricoltura integrata e cioè che integri le migliori innovazioni nel settore delle genetica (OGM inclusi) e delle tecniche colturali per migliorare sempre più la sostenibilità. Trovo inoltre profondamente scorretto che il biologico, che oggi nutre meno del 2% dell’umanità, si prefigga inoltre di guadagnare quote di mercato calunniando gli agricoltori 'convenzionali' che oggi coprono oltre il 98% delle produzione globale.
Nell’edizione 2018 del report 'Cambia la terra' di Federbio (sottoscritto anche da Medici per l’ambiente, Wwf, Lipu e Legambiente) ha come sottotitolo 'Così l’agricoltura convenzionale inquina l’economia (oltre che il Pianeta)', il che delinea un approccio demagogico intollerabile perché calunnia un settore che è in larghissima misura fatto di produttori rispettosi delle leggi e che non hanno come obiettivo quello di avvelenare nessuno.
Occorre anche fare chiarezza sul fatto che senza fitofarmaci non si produce né in convenzionale né in biologico e che i fitofarmaci usati in bio non sono per nulla privi di impatti ambientali e sulla salute umana (in proposito basta leggere le indicazioni precauzionali presenti sulle etichette di prodotti ammessi in bio come il solfato di rame, lo zolfo, gli oli bianchi, il piretro, l’azadiractina, lo spinosad, ecc. e confrontarle con un prodotto ingiustamente demonizzato come il gliphosate). E qui mi preme concludere ricordando che rispetto ai fitofarmaci vige il principio enunciato dal grande medico cinquecentesco Paracelso secondo cui 'e’ la dose che fa il veleno' cosa che in sempre più occasioni viene scordata da chi demonizza tali prodotti, essenziali tanto in agricoltura integrata che in agricoltura biologica"
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Bibliografia

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