Pasta, buona e sostenibile grazie alla ricerca

I numeri della filiera e le novità che arrivano dalla scienza per ottenere più grano duro, di maggiore qualità e con meno emissioni, come il progetto Icafrud e il sequenziamento del genoma

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Il 25 ottobre scorso è stato il ventesimo World pasta day
Fonte foto: © Maresol - Fotolia

La pasta, simbolo della dieta mediterranea e della cucina italiana, ha festeggiato i 20 anni del giorno dedicato proprio a lei, il World pasta day, lo scorso 25 ottobre. Tante le iniziative promosse per l'occasione. Tra queste, a Milano, si è tenuta la settima edizione del Pasta world championship organizzata da Barilla, che ha visto vincere Carolina Diaz, rappresentante gli Stati Uniti, il titolo di Master of pasta. In competizione con altri 17 young chef provenienti da tutto il mondo, Carolina Diaz ha cucinato il suo spaghetto al pomodoro rivisitato conquistando una giuria di quattro chef stellati. L'evento ha visto la partecipazione di oltre 450 persone tra foodlover, stampa, influencer e professionisti del settore.
 

I numeri della pasta

La pasta made in Italy copre il 28% della produzione mondiale e il 75% della produzione nei paesi dell'Unione europea, si legge nella nota di Rosario Lopa, portavoce della Consulta nazionale dell'agricoltura, componente del dipartimento nazionale Ambiente agroalimentare alimentazione acqua ristorazione e turismo del Mns.

A livello nazionale la produzione è di oltre 4 milioni di tonnellate, per un valore di circa 4,3 miliardi di euro e le esportazioni assorbono circa il 47% della produzione nazionale con quasi 2 milioni di tonnellate, per un valore di oltre 2,1 milioni di euro.
Il consumo nazionale di pasta alimentare è di quasi 2 milioni di tonnellate per un valore di oltre 3 miliardi di euro e un consumo annuale per persona di 28 kg, tre volte superiore a quello di uno statunitense, di un greco o di un francese, cinque volte superiore a quello di un tedesco o di uno spagnolo e sedici volte superiore a quello di un giapponese.

Lopa nella nota, ricordando il primato della pasta campana che ha radici profonde e si snoda dal campo di grano al pastificio, ha sottolineato la necessità di "dare stabilità alle forniture promuovendo e realizzando accordi di filiera". Contratti che per gli agricoltori produttori di grano significano maggiorazione dei prezzi. "E' un modello vincente - ha sottolineato Lopa -, che si può consolidare nel tempo, che consente all'industria pastaia di ottenere grani di alta qualità".
 

Icafrud

Lo scorso 25 ottobre è stato inoltre presentato, Icafrud, il nuovo modello pilota di coltivazione del grano duro, in grado di garantire alla pasta italiana una materia prima di eccellente qualità, con ottime rese e ridotto impatto ambientale. Rilevati sulle aziende che hanno aderito, sono stati illustrati a Roma, in occasione dell'incontro "Per un'agricoltura italiana più sostenibile: l'esperienza della filiera del grano duro di alta qualità", i risultati del progetto Icafrud, Impronta carbonica della coltivazione di frumento duro, messo a punto dal Crea politiche e bioeconomia in collaborazione con Barilla, Horta, Lyfe Cycle Engeneering e Ccpb, nell'ambito del progetto Barilla sustainable farming, che punta a ottenere prodotti agricoli più sostenibili con un migliore utilizzo di fattori produttivi.

L'impresa che aderisce al progetto può utilizzare il Dss GranoDuro.net®, "Decalogo per la coltivazione sostenibile del grano duro di qualità", strumento di consulenza sviluppato da Horta e supporto alle decisioni, Dss, che integra le informazioni relative all'andamento meteorologico, alle condizioni del suolo e alle caratteristiche varietali. Le informazioni generate dall'applicazione consentono di avere i dati tecnici per calcolare l'impronta carbonica della coltivazione.

Sono stati confrontati gli output delle aziende che adottano GranoDuro.net® con quelli ottenuti dalle imprese del campione della Rete di informazione contabile agricola, Rica, gestito dal Crea politiche e bioeconomia, e che applicano una gestione ordinaria della coltura. L'impronta carbonica del frumento duro nelle aziende Rica è stata misurata attraverso un'indagine pilota diretta, che ha integrato le informazioni strutturali e tecniche già rilevate nell'ambito dell'attività Rica. La rilevazione e il successivo confronto hanno riguardato 136 aziende appartenenti al campione Rica e diverse centinaia di aziende che hanno adottato GranoDuro.net® (Gdn) nei quattro anni (2014-2017) scelti per l'indagine. Dal confronto sono emerse la maggiore sostenibilità e la migliore qualità del prodotto delle aziende GranoDuro.net®.. Le rese nelle aziende Gdn sono superiori del 22-32% rispetto a quelle riscontrabili nelle aziende ordinarie Rica, a seconda dell'anno di coltivazione, mentre l'impronta carbonica (misurata in tonnellate di CO2 equivalente) delle aziende Gdn è inferiore in misura variabile dall'8 al 16%, sempre in funzione dell'annata agraria.
 

Frumento duro e ricerca

Ma il frumento duro è al centro della ricerca anche per il recente sequenziamento del genoma che aprirà scenari interessanti secondo Assosementi: "La mappatura del genoma del frumento duro, che sarà pubblicata in breve tempo, è un risultato straordinario ottenuto anche grazie alla ricerca italiana che ha partecipato al lavoro di sequenziamento con istituti quali Crea, Cnr e Università di Bologna - ha dichiarato Franco Brazzabeni, presidente della sezione Cereali di Assosementi -. E' un punto di partenza che con le nuove tecniche di innovazione vegetale garantirà varietà migliori. Attraverso il genome editing sarebbe possibile ottenere piante che resistono meglio ai cambiamenti climatici e alle principali malattie".

Assosementi accoglie inoltre con favore le dichiarazioni del commissario alla Salute Vytenis Andriukatis e del vicepresidente della commissione Agricoltura del Parlamento europeo Paolo De Castro che hanno messo in discussione la sentenza della Corte di giustizia europea dello scorso luglio. "La Corte europea ha inserito le varietà ottenute con la mutagenesi nella stessa normativa che regola gli Ogm, nonostante le New breeding techniques non prevedano inserimento nel genoma migliorato di Dna esogeno e di fatto costituiscano modifiche genetiche del tutto simili a quelle che avvengono già spontaneamente in natura".