Vespa orientalis, quale rischio per il Centro Nord Italia?

Dopo il ritrovamento di un esemplare a Genova in primavera, abbiamo intervistato Ernesto Ragusa, ricercatore dell'Università di Palermo, per farci spiegare che pericolo rappresenta per le api e se può adattarsi a vivere in altre zone della penisola

Matteo Giusti di Matteo Giusti

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Un'operaia di Vespa orientalis su un fico d'india
Fonte foto: Zeynel Cebeci - Wikipedia

Il 13 maggio scorso un esemplare femmina di Vespa orientalis L. veniva catturato nel porto di Genova.

A catturarlo è stato Andrea Valle, un lavoratore del porto e apicoltore dell'associazione Alpa miele, che aveva notato l'insetto e insospettito l'aveva portato ai tecnici della rete StopVelutina per l'identificazione.

Vespa orientalis è un calabrone originario dell'Asia e dell'Europa Sud Orientale, Mediterraneo compreso e presente anche in Italia, in particolare in Sicilia e in altre zone del meridione. Quindi di per sé non sarebbe un vero e proprio insetto alieno, anche se non era mai stato trovato al Centro Nord.

Quello di Genova è stato un ritrovamento casuale, dovuto con tutta probabilità a un trasporto passivo dell'insetto via nave e a cui per il momento non sono seguiti altri avvistamenti.

Ma questo calabrone, che attacca anche le api, potrebbe adattarsi a vivere anche nel Centro Nord della penisola? Lo abbiamo chiesto a Ernesto Ragusa, ricercatore dell'Università di Palermo, che da anni studia questo insetto nella sua regione.

Ernesto Ragusa, innanzitutto come riconosce Vespa orientalis da un 'comune' calabrone della specie Vespa crabro?
"Esistono varie differenze morfologiche tra le due specie, alcune visibili ad un occhio esperto altre più evidenti; quella più macroscopica riguarda il numero dei tergiti addominali gialli presenti, che sono ben visibili: in Vespa orientalis ne troviamo due (quantomeno nella sottospecie orientalis) mentre in Vespa crabro cinque".

Quali sono le caratteristiche biologiche di Vespa orientalis? Quale è il suo ciclo, cosa mangia, dove nidifica?
"Secondo le ultime osservazione fatte in Sicilia, il ciclo va da inizio marzo, periodo in cui le fondatrici effettuano i primi voli, fino a metà novembre circa. Dopo aver svernato in luoghi riparati e asciutti, le fondatrici vanno alla ricerca di cibi zuccherini (sono ghiotte di melata che trovano sulle piante, ma sono state fatte osservazioni in cui sembrano nutrirsi direttamente dai fiori) e materiali con cui fondare il nuovo nido; qui, dopo aver costruito le prime cellette, depongono le uova da cui sfarfalleranno le operaie di prima generazione (fine aprile). Queste ultime si occuperanno di ampliare il nido e foraggiare le nuove larve con cibi proteici (per questo motivo le operaie di seconda generazione sono più grandi delle precedenti) che trovano su resti di animali morti e residui organici presenti nei rifiuti. Questa occupazione, che coinvolge tutte le operaie della famiglia, dura praticamente fino al termine del ciclo.

A fine settembre cominciano a sfarfallare, in gran quantità, anche i maschi, che serviranno per la fecondazione delle nuove fondatrici (novembre); queste ultime lasceranno il nido cercando un luogo dove passare l'inverno per ricominciare il ciclo. I nidi vengono generalmente costruiti in luoghi riparati, asciutti e tranquilli come tronchi cavi, costruzioni poco frequentate, muretti a secco ma anche sotto terra; in ambienti fortemente antropizzati è consuetudine trovarli all'interno dei cassoni delle tapparelle. Non sono finora stati osservati nidi all'aperto, cosa invece tipica in Vespa velutina"


Vespa orientalis preda anche le api da miele. Quale impatto ha sugli alveari?
"Devastante e purtroppo poco evidenziato. Le operaie di Vespa orientalis sono ghiotte di larve e adulti di api; le prime sono razziate entrando nelle arnie mentre le altre vengono catturate durante la fase iniziale o finale del volo o quando stazionano sul predellino. Per questo motivo i calabroni sferrano dei veri e propri attacchi agli apiari, stazionando in volo davanti le arnie e aspettando pazientemente che la famiglia, sfinita dal lungo assedio, sciami o 'abbassi le difese'; a questo punto penetrano indisturbate nell'alveare facendo razzia e portando quel che resta della famiglia alla morte. In questo modo, in breve tempo possono distruggere interi apiari".

Oggi quale è l'areale di Vespa orientalis in Italia?
"La presenza di questa specie è stata segnalata in tutto il Sud Italia".

Si è ampliato negli ultimi anni?
"In Sicilia è sicuramente in continua espansione. Fino a pochi anni fa le segnalazioni erano sporadiche, probabilmente anche perché la specie veniva confusa con Vespa crabro. Da circa sei anni, a causa dei danni provocati agli alveari, le segnalazioni sono aumentate. Le province più colpite sono quelle di Palermo e di Trapani, ma cominciano ad arrivare segnalazioni da tutte le altre province. Tra l'altro, mentre inizialmente la presenza dell'insetto era limitata alle zone costiere, adesso lo si trova frequentemente anche fino a 700/800 metri di altitudine. Questo fa capire che la sua assenza era dovuta più che a condizioni ambientali non idonee, al fatto che quelle zone non erano ancora state colonizzate".

Questo calabrone potrebbe adattarsi a vivere nell'Italia centrale e settentrionale?
"Non ci sono elementi che possano far escludere questa possibilità. Essa è infatti una specie che riesce ad adattarsi perfettamente non solo dal punto di vista climatico ma anche da quello trofico".

Come si possono difendere gli alveari da questo predatore?
"Finora la metodologia più utilizzata è basata sull'uso di trappole, che, poste generalmente in prossimità degli apiari, catturano, tra giugno e settembre una gran quantità di vespe operaie. E' questa una soluzione temporanea, poiché, dopo qualche giorno, il numero dei calabroni torna ad essere cospicuo.

Risultati più soddisfacenti sono stati ottenuti anticipando il posizionamento delle trappole ad inizio primavera: ciò consente di catturare le fondatrici; infatti, riducendo il loro numero, si inibisce di conseguenza lo sviluppo della famiglia che, resa orfana, nel giro di pochi giorni si estingue.

Ma tutto questo non è ancora sufficiente. Per ottenere dei risultati tangibili e difendere in modo concreto gli alveari, bisogna, a mio avviso, integrare varie azioni ma, soprattutto, andare a monte del problema distruggendo quanti più nidi possibile. Ovviamente la cosa non è semplice poiché essi, come detto in precedenza, sono spesso nascosti e quindi difficilissimi da localizzare. Gli studi che stiamo conducendo sono orientati in questa direzione"
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Fonte: Agronotizie

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Tag: api interviste veterinaria apicoltura

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