AgriCrisi - Perché la carne bovina in Italia costa di più

La scarsità di aree da destinare a pascolo ha condannato l'Italia a puntare sugli allevamenti intensivi. Molto efficienti, ma costosi

Angelo Gamberini di Angelo Gamberini

Questo articolo è stato pubblicato oltre 9 anni fa

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Molta della carne bovina prodotta in Italia proviene da animali giovani importati dall'estero e poi allevati nelle stalle da ingrasso
Fonte foto: Dolphinpix

Protagonista della filiera del bovino da carne è il vitellone, con 2,4 milioni di capi. Un terzo di questi animali è rappresentato da animali importati in giovane età e poi allevati in Italia per il resto della loro carriera produttiva, sino alle fasi conclusive dell'ingrasso e del finissaggio. Gli altri due terzi sono rappresentati da soggetti nati in Italia e provenienti per lo più da razze da latte e in misura minore da razze da carne. Allevamenti a forte specializzazione, capaci di performance produttive di tutto rispetto, ma spesso con scarsa disponibilità di terra e di foraggi. Aziende costrette a ricorrere a fonti esterne per l'approvvigionamento di animali da ingrassare (per lo più broutard francesi e “polacchi”) e per l'alimentazione. Alla produzione del vitellone si affianca quella del vitello a carne bianca, settore nel quale l'Italia primeggia, e quello delle vacche a fine carriera.

 

Gli allevamenti nel mondo

Nulla a che vedere con gli allevamenti del Sud America, con basse produzioni, enormi superfici a disposizione e bassi costi di produzione. Un confronto è impossibile anche con gli allevamenti intensivi degli Stati Uniti o del Canada con i loro grandi recinti all'aperto (feedlot). Difficile il raffronto anche con gli allevamenti europei, dove l'allevamento del bovino da carne si affianca a quello delle vacche nutrici (per la produzione di vitelli) e alla disponibilità di ampie superfici agricole destinate a colture foraggere e industriali.

 

Costi più alti

Diverse le tipologie di allevamento e diversi i costi di produzione, più alti in Europa rispetto agli Usa o al Brasile e più alti in assoluto in Italia, colpa soprattutto del costo dei ristalli, come si definiscono i vitelli da avviare all'ingrasso. Il problema non è di oggi. Se ne parla da tempo e molte le soluzioni via via proposte.

Produzione di carne delle principali specie di interesse zootecnico (anno 2008 - fonte Istat)
  000 tonn. peso vivo Variazione su 2007 (%) Valore (milioni di euro) Variazione su 2007 (%)
Bovini 1470 -2,7 3364 0,4
Suini 2009 1,1 2574 8,5
Pollame 1546 9,5 2382 5,0

Tra un “piano carne” e l'altro (ne abbiamo perso il conto) con i quali si è tentato di rispondere alle difficoltà della produzione di carne bovina in Italia,  si è più volte giocata la carta della “linea vacca-vitello”, un mix con il quale si è cercato di aumentare la disponibilità di vitelli “made in Italy” e di recuperare le aree marginali di collina e montagna. Con il risultato che le aree marginali sono rimaste tali, come pure il numero dei vitelli, insufficiente. Si è anche provato ad aprire le importazioni di vitelli dai paesi del Sud America, richiesta avanzata con forza e per lungo tempo dalle associazioni degli importatori (Uniceb). Ma i vincoli sanitari e le difficoltà di spostamento su grandi distanze hanno precluso questa strada come mezzo per abbassare i costi dei ristalli. E l'Italia sarà ancora per molto tempo condannata a spendere molto per approvvigionarsi di vitelli. Meglio tenerne conto

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Fonte: Agronotizie

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Tag: allevamento carne bovini

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