Glifosate: son tornate a fiorire le rose

Agricoltura, ambiente e salute: una ricerca canadese evidenzia un effetto dell'erbicida su rose selvatiche anche a distanza di un anno dal trattamento. Vediamo cosa c'è da sapere sul tema

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

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Agricoltura, ambiente & salute: anche la silvicoltura è un'attività economica finalizzata alla produzione

Non appena è stato pubblicato il parere preliminare su glifosate, alquanto positivo, sembra siano state subito richiamate le truppe cammellate del fronte antichimica, vuoi con repliche di trasmissioni televisive di quattro anni fa, vuoi con articoli su noti siti allarmisti che alla chimica agraria fanno guerra un giorno sì e l'altro pure. Poco importa se ve ne sia motivo o meno.

Sui social, per esempio, è stato condiviso un articolo che rilanciava uno studio canadese che dimostrerebbe le influenze di glifosate sulla flora spontanea, rose selvatiche nella fattispecie, nei boschi di conifere della British Columbia. Detta così parrebbe una notizia bomba, in realtà è la classica montagna che partorisce il topolino.

In primis, non si tratta di boschi nell'accezione più naturalistica del termine, essendo tali estensioni a conifere rientranti nelle pratiche di selvicoltura della Columbia Britannica. Vanno cioè considerate appieno come coltivazioni, non come natura in senso stretto. Quindi anche le rose oggetto della ricerca non sono da intendersi come flora spontanea che contribuisce alla biodiversità di monti e vallate, bensì come vere e proprie infestanti da eliminare in quei boschi al pari del chenopodio nei campi di grano. In tal senso, proprio glifosate viene impiegato per eliminare le piante che crescono sotto tali conifere da reddito e i ricercatori avrebbero investigato gli effetti del diserbante sulla morfologia riproduttiva di Rosa acicularis, un arbusto molto diffuso in quegli areali.

La prova sarebbe stata sviluppata sia nei boschi, sia in serra. Nel primo caso, all'interno di tre blocchi forestali, sono state valutate le fioriture delle piante di rosa sopravvissute a trattamenti con prodotti "glyphosate based" in ragione di 1,782 kg/ha di sostanza attiva, equivalenti a circa cinque litri per ettaro di formulati al 36% dell'erbicida. Il trattamento, cosa che fa un po' inorridire noi europei, viene effettuato con elicotteri allestiti con apposite barre da diserbo.

L'obiettivo dello studio era quello di confrontare la morfologia riproduttiva, compresa la deiscenza delle antere, come pure la vitalità e la forma del polline. A tali osservazioni sono state aggiunte quelle sull'altezza dello stigma, sulla dimensione e sulla forma dei petali, nonché sulla dimensione dei fiori. Per operare un ulteriore confronto, alcune piante di Rosa acicularis sono state cresciute anche in serra, irrigate e fertilizzate regolarmente, nonché trattate con aficidi specifici. La metà sono state poi spruzzate con un formulato di glifosate (Vision Max) per indurre una risposta subletale. Altre sono state raccolte nelle aree boschive trattate con glifosate (tre diversi blocchi operativi), ponendole poi a confronto con i fiori, allo stadio di bocciolo, delle rose raccolte in aree limitrofe non trattate.

A distanza di un anno dal trattamento, nelle piante presenti nelle aree lavorate si rilevavano differenze nella forma e nel colore dei fiori, sebbene in modo alquanto differente tra le diverse aree di studio. Pure la vitalità del polline sarebbe risultata ridotta, in media, del 66%. All'analisi chimica è stato inoltre rinvenuto glifosate, ma non Ampa, sopra il limite di quantificabilità analitica in sei dei nove campioni analizzati. Sotto l'Loq nei restanti tre. La media delle concentrazioni è stata di 39,7 ng/kg, con un picco di 110 ng/kg. Quindi alquanto variabili anch'esse.
 

Osservazioni

In primis, va osservato come lo studio sia stato condotto in boschi gestiti dall'uomo, non selvatici. Quindi si sta ragionando di ambienti soggetti all'intervento agronomico, diserbi inclusi. Per tale ragione ogni valutazione in termini di biodiversità, come diffuso talvolta nei social, ha senso zero: ciò che è "biodiverso" in un ambiente naturale diventa infatti infestante in un'area coltivata. E come tale è normale trattarlo.

Inoltre, se la dose è addirittura subletale, cioè la pianta non muore ma viene profondamente impattata, possono verificarsi profondi cambiamenti anche nella fisiologia stessa, alterando gli afflussi di nutrienti verso le parti epigee o ipogee delle piante. Soprattutto in specie perennanti, come appunto le rose, un erbicida potrebbe quindi influenzare il comportamento dei metaboliti destinati all'accumulo, segnando il fabbisogno di freddo per poi andare in fioritura. Le alterazioni nei fiori, annotate l'anno successivo del trattamento, non dovrebbero quindi stupire più di tanto.

Del resto, se una potatura sbagliata riesce ad alterare profondamente la fisiologia delle piante, non si può pensare che un trattamento erbicida subletale non abbia influenze sul comportamento delle piante nell'anno successivo. Quanto ai residui di glifosate riscontrati nelle piante, i livelli di nanogrammi sono compatibili con una pianta che ha sfiorato la morte e che non digerisce certo bene l'erbicida che quasi l'ha uccisa.
 

Dettaglio finale

Dagli articoli in inglese riassuntivi della ricerca, si evince che “The project [...] received an Nserc Discovery grant worth $132,500 and [...] an additional $149,226 Nserc Research tools and instruments grant". In totale, il Gruppo ha ricevuto finanziamenti per 281.726 dollari.

Molti dubbi aleggiano quindi su glifosate, nonostante i continui pareri positivi delle Autorità di regolamentazione, con un'unica certezza: permette di ottenere fondi importanti per coloro che riescano ad articolare ricerche incentrate su questo erbicida. Sia che abbiano senso, sia che non ne abbiano affatto.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: diserbo biodiversità irrigazione residui erbicidi glifosate

Temi caldi: Agricoltura, ambiente & salute

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