Le due facce della medaglia

Le tecniche di minima lavorazione e di semina su sodo apportano vantaggi in termini di costi e di rispetto del terreno. Iniziano però a sorgere delle perplessità sui risvolti fitoiatrici che esse comportano

Tecnica
Questo articolo è stato pubblicato oltre 5 anni fa

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Minime lavorazioni: grandi vantaggi, ma attenzione alle avversità

Si passa una volta e basta, non ci si pensa più. Niente lavorazioni del terreno, men che meno profonde, né ripetuti passaggi per rifinire il letto di semina. Un sonoro risparmio di gasolio e di tempo, come pure un occhio di riguardo ai fenomeni di compattamento dei suoli in pianura e di erosione in collina. Questo è ciò che emerge dall’adozione di pratiche di minima lavorazione o, addirittura, di semina su sodo.
 
Passati alcuni anni di entusiasmo, però, iniziano a sorgere le prime perplessità.
Per esempio, si è notato che l’assenza di lavorazioni, soprattutto dell’aratura, implica l’aumento delle infestazioni di malerbe, come pure delle popolazioni di patogeni fungini. Un aspetto che magari pesa meno nel mais, ma che pesa molto di più nei cereali a paglia.

Per contrastare le malerbe, non a caso, prima delle pratiche cosiddette "conservative", sono frequenti i diserbi con prodotti a base di glifosate, in modo da partire puliti con il ciclo colturale. Ciò però non basta e si devono quindi abbinare anche erbicidi di pre e di post-emergenza, quando in altre circostanze sarebbe magari bastato solo uno dei due.
Anche i patogeni, spesso minimizzabili con l’adozione di varietà tolleranti, si ringalluzziscono obbligando a trattare con fungicidi anche quei campi che forse non ne avrebbero avuto bisogno se coltivati a seguito di una bella aratura profonda.

Vi è di più: se si accede ai contributi regionali per le misure dedicate alle minime lavorazioni, come fare per esempio in caso si vogliano applicare pratiche meccaniche di diserbo, come una rincalzatura?
In altre parole, le tecniche conservative apportano si grandi vantaggi, ma creano anche una serie di effetti collaterali che vanno tenuti in debita considerazione. Non a caso, i report dell’Ispra sulle acque suggerirebbero di ridurre i carichi di agrofarmaci sul suolo. Una tendenza che purtroppo non pare possibile soddisfare con la semina su sodo o similari.
 
Ed ecco quindi emergere uno scenario intermedio. Come si rotano fra loro le colture e i mezzi tecnici, perché non rotare anche le lavorazioni? Seminiamo pure su sodo, ma ogni tanto rivoltiamo il terreno e agiamo su malerbe e patogeni in forma fisica e non solo chimica.

Ciò farà discutere ovviamente i contrapposti schieramenti: quelli che amano l’aratura vedono come fumo negli occhi le minime lavorazioni e chi propugna queste pratiche non vuol manco sentire parlare di alternanza. Una contrapposizione che ovviamente diventa ancor più accesa quando i contendenti siano coloro che vendono le due tipologie di macchine.  
 
Negli anni futuri, quindi, si attendono messe a punto di "tecniche miste”, ove i risultati agronomici possano essere valutati in un’ottica pluriennale.

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