L'olmo da biomassa

La ceduazione a turno breve riduce la propagazione della grafiosi. A cura di Mario A. Rosato

Mario A. Rosato di Mario A. Rosato

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Un esemplare monumentale di olmo a Budrio (Bo)
Fonte foto: Regione Emilia Romagna, Patrimonio culturale

Gli olmi formano parte del paesaggio italiano da tempi immemoriali. Nel VII secolo a.C., gli etruschi svilupparono la tecnica della "vite maritata", che consiste nell'utilizzo di un albero vivo, spesso un olmo - ma anche aceri, salici e pioppi - come tutore per le viti. In tale modo, gli antichi massimizzavano la produzione di un singolo appezzamento: ricavavano le uve come prodotto alimentare, le foglie come foraggio per gli animali e le fascine risultanti dalla potatura come sottoprodotto energetico. Le viti maritate venivano piantate a modo di linea di demarcazione fra i vari appezzamenti dedicati a cereali e ortive, fungendo anche come frangivento.
Un esempio di economia circolare adottato poi dai romani, che lo diffusero nel resto del loro Impero. Durante le frequenti carestie del Medioevo, le foglie dell'olmo, assieme a quelle dell'acero, del frassino, del castagno e della betulla, venivano utilizzate come foraggio [i].

Due sono le specie autoctone: l'olmo campestre (Ulmus minor) e l'olmo montano (Ulmus glabra).

Il primo è in declino per l'insorgere della grafiosi, provocata dal fungo Ophiostoma ulmi (alias Ceratocystis ulmi, originalmente noto come Graphium ulmi, da dove deriva il nome della malattia). La grafiosi ha decimato la popolazione di olmi italiani in due ondate, la prima dal 1930, la seconda a partire dalla fine degli anni Sessanta, provocata da un nuovo ceppo, Ophiostoma novo ulmi [ii]. Le spore del fungo vengono trasportate dai coleotteri Scolytus multistriatus e Scolytus sulcifrons, i quali scavano gallerie nel legno e infettano gli alberi sani. Il fungo penetra dunque nel sistema vascolare della pianta (tracheomicosi) arrivando ad ostruire il passaggio della linfa, con conseguenze fatali per l'albero. La diffusione dei coleotteri era agevolata dalle frequenti capitozzature cui venivano sottoposti gli olmi per la pratica della "vite maritata", ma anche per le normali potature, che lasciavano ferite aperte di facile accesso per gli insetti. La peculiarità dell'apparato radicale dell'olmo campestre aggrava ulteriormente la situazione: durante i primi dieci anni la radice rimane fittonante, poi sviluppa rami laterali che si anastomizzano (cioè formano una specie di innesto) con le radici delle piante vicine, favorendo dunque la propagazione del fungo. L'olmo campestre emette numerosi polloni e ricaccia se ceduato, oppure dal tronco secco della pianta madre affetta da grafiosi (Foto 1 e [iii]).

Polloni che ricacciano dalla radice di un olmo campestre affetto da grafiosi
Foto 1: Polloni che ricacciano dalla radice di un olmo campestre affetto da grafiosi
(Fonte foto: [iv])  

L'olmo montano, invece, ha radici più superficiali e meno estese, minore capacità pollonifera, ed è meno propenso alla grafiosi. Con lo scopo di combattere la grafiosi, nel XX secolo è stato introdotto l'olmo siberiano (Ulmus pumila), pianta molto resistente alla malattia, alle basse temperature e alla siccità. L'olmo siberiano e quello nostrano sono facilmente ibridabili, caratteristica desiderabile nell'ottica del secolo scorso, ma preoccupante alla luce delle conoscenze moderne: l'olmo siberiano è molto invadente, colonizza facilmente ambienti ruderali, cave dismesse e perfino le crepe lungo marciapiedi e massicciate, e la sua capacità di ibridazione pone un rischio evidente di perdita della biodiversità ai danni dell'olmo campestre nostrano [ii già citato].
L'olmo siberiano è già stato inserito nelle liste nere delle piante alloctone invasive delle Regioni Piemonte, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna (in questa regione assieme all'olmo biancoUlmus laevis). L'olmo siberiano e l'olmo bianco sono menzionati come alloctone potenzialmente invasive a livello nazionale [v].

La coltivazione intensiva dell'olmo campestre a scopo di biomassa potrebbe rappresentare un'opportunità per recuperare questa specie, ormai ridotta a meno dell'1% della popolazione esistente prima dell'insorgere della grafiosi.

Esperienze condotte in Veneto [vi] hanno riscontrato che l'olmo campestre cresce bene su terreni umidi e profondi, non si adatta a terreni troppo secchi o collinari, e non tollera salinità superiore a 0,4 EC (1-2 mS/centimetri). La tecnica d'impianto prevede l'utilizzo di piantine di un anno con pane di terra. È fortemente indicata la ripuntatura profonda (80-100 centimetri) prima di eseguire le altre lavorazioni di preparazione del terreno. Si consiglia, inoltre, di eseguire una spollonatura manuale sulle ceppaie l'anno successivo ad ogni taglio di fine turno (in genere a fine inverno): quest'operazione permette di concentrare tutto l'accrescimento sui pochi polloni rilasciati per ceppaia (tre-cinque al massimo) aumentando la produttività degli individui e consentendo allo stesso tempo una più efficiente meccanizzazione del cantiere di raccolta. A causa della possibile infestazione da grafiosi in presenza di olmo campestre e della diffusione di tale malattia per anastomosi radicale, si consiglia, nel sesto d'impianto dell'arboreto, l'alternanza di gruppi di piante appartenenti a specie diverse, sia tra le file sia all'interno delle file stesse, per interrompere la continuità radicale ed impedire la propagazione del fungo. Va comunque evidenziato come l'applicazione di turni di ceduazione inferiori a dieci anni non permetta la creazione di substrati favorevoli all'insorgere della grafiosi.

Fino ad ora non si ha notizia di attacchi di tale patogeno con questa tecnica colturale nelle zone rurali venete. Gli olmi campestre e siberiano vengono coltivati in impianti a ceduazione breve misti, insieme al frassino, alla robinia e al platano con un turno colturale di cinque-otto anni. Sotto tali condizioni, si stima che un arboreto misto da biomassa possa produrre circa 110-125 tonnellate/ettaro di sostanza fresca allo scadere del primo turno (cinque anni) e 220-225 tonnellate/ettaro di sostanza fresca allo scadere del terzo turno (15 anni). La massa volumica del legno dei vari olmi si attesta mediamente su valori di 620 chilogrammi/m3 (legno con contenuto idrico del 13%).

L'olmo cigliato, detto anche olmo bianco (Ulmus laevis) è una specie originaria dell'Europa centrale, introdotto in Italia come albero ornamentale. Allo stato spontaneo è segnalato come esotica casuale e naturalizzata in diverse località del Centro Nord. La qualifica di "cigliato" allude alle vistose ciglia che circondano l'ala del frutto (samara), agevolandone il trasporto per mezzo del vento. Durante un'esperienza condotta a Belgrado [vii] semi di olmo bianco sono stati coltivati in vivaio per un anno e poi messi a dimora con una densità d'impianto pari a 71.428 piantine/ettaro. Solo durante il primo anno le piantine sono state concimate, irrigate, e si è praticato un diserbo manuale; negli anni successivi fino alla ceduazione non è stata condotta alcuna operazione agronomica. Nei tre primi anni, la crescita media è stata di 1 metro all'anno, raggiungendo un diametro alla base di 32 millimetri. La produzione di biomassa al terzo anno è stata di 90 tonnellate SS/ettaro, con un Pci medio pari a 18,4 MJ/chilogrammo (legna con 3,2% di umidità e 0,92 % di ceneri). La produttività è più alta di quella citata nella letteratura per altre colture forestali.
Va segnalato che l'esperimento in questione è avvenuto in un terreno con suolo profondo e ricco di humus, la densità di piantumazione è estremamente alta, e non sono riportati dati sulla produttività negli anni successivi, probabilmente nulla o molto bassa, perché l'olmo bianco non ha la capacità pollonifera dell'olmo campestre.

Un esperimento condotto nei pressi di Madrid [viii] ha messo a confronto tre cultivar di olmo campestre, impiantate con densità pari a 10.666 piante/ettaro, e una di olmo bianco, quest'ultima impiantata a 16mila piante/ettaro. Le quattro tesi sono state replicate su tre tipologie di terreno: non concimato, concimato con fanghi fognari essiccati e concimato con compost di fanghi fognari e residui del verde pubblico. Nel periodo da maggio a ottobre è stata applicata una irrigazione di 600 millimetri. La produttività dell'olmo campestre è stata massima, circa 15 tonnellate SS/ettaro.anno, sul terreno concimato con fanghi essiccati; scendendo a 7,5 tonnellate SS/ettaro.anno nel caso del terreno non concimato. L'olmo bianco, invece, ha reso leggermente di più nel terreno concimato con compost (12 tonnellate SS/ettaro.anno) rispetto al terreno concimato con fanghi essiccati, e la produzione su terreno non concimato è stata di circa 8 tonnellate SS/ettaro.anno, in linea con la tesi omologa di olmo campestre.


Conclusione

L'olmo campestre, Ulmus minor, è stato diffuso in tutta Europa dai romani, dando origine ad almeno cinque sottospecie in Francia, Spagna, Grecia, Inghilterra e Nord Italia, una delle quali sarebbe un ibrido con olmo montano (Ulmus glabra), ma tutte mostrano un elevato livello di clonalità, a dimostrazione che sono state propagate dall'uomo. L'olmo campestre è molto importante per la biodiversità dei boschi europei: prima della diffusione della grafiosi sono state rilevate ben settanta specie di insetti che convivevano nei boschi di latifoglie olandesi, di cui l'olmo era la specie preponderante.

Oggi il patrimonio genetico dell'olmo campestre è minacciato dalla "nuova grafiosi", divenuta ancora più letale, e dalla capacità invasiva dell'olmo siberiano (Ulmus pumila), il quale si ibridizza facilmente e tende a colonizzare rapidamente gli ambienti, minacciando la biodiversità. L'olmo montano si ibridizza con l'olmo campestre e c'è evidenza genetica che tali cloni siano stati propagati in Europa sin dall'antichità, è poco gradito ai coleotteri xilofagi, per cui è poco propenso a subìre la grafiosi.

L'olmo bianco (Ulmus laevis), originario dal Centro Est europeo, non genera ibridi, ed al pari dell'olmo montano è poco gradito ai coleotteri [iv già citato]. Fra le minacce per la sopravvivenza dell'olmo campestre, ricordiamo l'olmo cinese (Ulmus parvifolia), specie introdotta in Italia come ornamentale e presente, per ora, solo nei giardini, ma segnalata come invadente negli Usa.

Bibliografia
[i] FAO and Plan Bleu; State of Mediterranean Forests 2018. Food and Agriculture Organization of the United Nations, Rome and Plan Bleu, Marseille.
[ii] Andrea Mainetti, Michele Lonati, Note preliminari sulla presenza di Ulmus pumila L. in Valle d'Aosta, REV. VALDÔTAINE HIST. NAT. 71: 29-39 (2017).
[iii] Visita questa pagina.
[iv] Martín, J.A., Sobrino-Plata, J., Rodríguez-Calcerrada, J. et al;. Breeding and scientific advances in the fight against Dutch elm disease: Will they allow the use of elms in forest restoration? New Forests 50, 183–215 (2019).
[v] Laura Celesti-Grapow, Francesca Pretto, Emanuela Carli, e Carlo Blasi. Flora vascolare alloctona e invasiva delle regioni d'Italia, Ministero dell'Ambiente , Società Botanica Italiana e Università la Sapienza, 2010.
[vi] Paolo Giandon, Silvia Talbot, Silvia Obber, Adriano Garlato & Massimo Ferasin, Colture energetiche e protezione del suolo, ARPA Veneto e VenetoAgricoltura, 2010.
[vii] Devetakovic, Jovana & Todorovic, Nebojša & Vilotic, Dragica & Ivetic, Vladan. (2018). European white elm biomass production (Ulmus laevis Pall.) in high-density plantation. REFORESTA. 22-25. 10.21750/REFOR.5.04.50.
[viii] Bautista, I., Amorós, M.C., Belver, S., Cano-Ruiz, J., Plaza, A., Lobo, M.C., Mauri, P.V.; Effect of Treated Sewage Sludge on Dry Weight Biomass Production in Ten Different Energy Crops; 27th European Biomass Conference, 2019.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: ricerca biomasse

Temi caldi: Colture energetiche e per bioraffineria

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