Si discute a livello europeo per istituire una soglia al prezzo del gas.
L'obiettivo è quello di frenare le troppe speculazioni che spingono in alto le quotazioni.
Che l'energia sia un bene prezioso è indiscutibile.
Ma il grano non è da meno. Anzi, al valore economico associa valenze sociali di importanza primaria, legato com'è alla sicurezza alimentare (intesa come lotta alla fame) nelle aree più povere del mondo.

E allora perché si pensa al gas, ma non al grano? Un interrogativo che si è posto Matteo Bernardelli nel recente articolo pubblicato su AgroNotizie, analizzando la fibrillazione del mercato delle materie prime.
Una domanda retorica, ma solo all'apparenza. Perché questo interrogativo si è trasformato in una proposta concreta, lanciata all'Unione europea dalla recente assemblea di Unaitalia, l'associazione che riunisce la quasi totalità delle imprese avicole italiane.


Fermate le speculazioni

A lanciare un appello affinché si metta un freno alla speculazione sul grano e più in generale sui cereali e la soia, è stato il presidente di Unaitalia, Antonio Forlini, che ha ripercorso le tappe e le motivazioni all'origine del parossistico andamento dei mercati.
Prima ancora del conflitto in corso, la corsa dei prezzi è stata innescata dalla Cina, che ha fatto incetta di grano sui mercati mondiali.


Tanto che oggi i magazzini cinesi ospitano il 65% delle scorte mondiali di grano, di gran lunga superiori alle esigenze del loro consumo interno.
Inevitabili le ripercussioni sui prezzi mondiali, che hanno suscitato l'interesse dei fondi speculativi. Un gioco al rialzo che rischia di affamare il mondo.
Si può fermare? Sì, secondo Antonio Forlini. Gli strumenti ci sono, vincolando ad esempio le contrattazioni al reale movimento delle merci. 


L'aumento dei costi

Il perché di tanto interesse del mondo avicolo alle vicende del mercato cerealicolo è presto spiegato.
Sino ad oggi l'efficienza degli allevamenti e di tutta la filiera avicola è stata in grado di offrire carni sicure e nutrienti a un prezzo accessibile, che ha fatto delle carni avicole una delle più consumate al mondo.
Ma ora il costo dell'alimentazione, che rappresenta circa il 60% dei costi totali, rischia di compromettere questo percorso virtuoso.


Con il mais aumentato del 44%, la soia del 18% e poi il petrolio del 65% e il gas persino del 400%, il costo per produrre un chilo di carni avicole è aumentato nei primi tre mesi del 2022 del 21,1%.
Un'impennata che arriva sino al 50% nel caso delle uova.
Il conto finale è da capogiro: 800 milioni di euro di maggiori spese solo nell'ultimo anno.
Costi che finiranno per riverberarsi sul prezzo finale, aumentando le difficoltà delle fasce più deboli della popolazione, come pure il rischio di insicurezza alimentare.

 

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Il comparto delle carni avicole nel 2021

(Fonte: Unaitalia)


E' tempo di nuove scelte

Uno scenario inimmaginabile solo pochi mesi fa e che oggi impone nuove scelte, prima fra tutte un ripensamento a livello europeo delle politiche in campo agroalimentare.
Il Green new deal, gli obiettivi del Farm to Fork, e lo stesso Pnrr italiano (Piano nazionale di ripresa e resilienza), andrebbero rivisti alla luce dei nuovi eventi, dalla pandemia prima al conflitto poi, restituendo all'agricoltura la centralità che merita.


Troppe volte anche in sede europea si è dimenticato il ruolo strategico delle produzioni agricole, lasciando che sull'agricoltura pesassero scelte di convenienza, funzionali all'arrivo di prodotti a basso costo, ma non sempre di qualità comparabile a quella delle produzioni europee.

Per troppo tempo abbiamo lasciato che i prezzi scendessero così in basso da rendere antieconomico produrre.
In Italia è accaduto per il mais, che oggi siamo costretti a importare.
E' il momento, ha affermato Forlini, di puntare all'autosufficienza, che declinata in chiave europea è in molti casi perseguibile.


Le risposte di Bruxelles

Da Bruxelles arrivano segnali che vanno in questa direzione.
Lo ha ricordato l'europarlamentare Paolo De Castro intervenendo da remoto all'assemblea di Unaitalia, a iniziare dal "Pacchetto Ucraina" che ha tolto il vincolo al riposo obbligatorio per il 5% dei terreni agricoli.
Per l'Italia significa 200mila ettari in più da destinare alle coltivazioni.
Poi gli aiuti che provengono dalle riserve per i fondi di crisi, e quelli che derivano dalle risorse per la quota non utilizzata per la "Next generation".


Forte l'impegno europeo sul fronte diplomatico per sbloccare le partite di cereali ferme nei porti del Mar Nero.
L'Unione europea, ha ricordato infine De Castro, ha un ruolo globale come potenza agricola e deve farsi carico per la sua parte della sicurezza alimentare mondiale.

 

E la sostenibilità?

L'esigenza di nutrire il mondo metterà in secondo piano gli obiettivi di una maggiore sostenibilità sino a ieri prioritari? Ovviamente no, hanno ribadito i numerosi interventi che si sono succeduti durante l'assemblea di Unaitalia.
Produrre di più non si traduce necessariamente in un maggiore impatto ambientale.
A volte, come nel caso della zootecnia italiana, accade il contrario.
I risultati si possono misurare, come ha fatto Ispra (Istituto per la ricerca ambientale), confermando che l'impatto dell'agricoltura italiana nella produzione di gas climalteranti si ferma al 9%.


La zootecnia contribuisce per il 72% nel suo insieme mentre solo il 3,4% è ascrivibile alle produzioni avicole.
Rifacendo i conti in termini assoluti, si scopre che il contributo dell'avicoltura alla produzione di CO2 si ferma ad appena lo 0,2% del totale delle emissioni. Poco più di nulla.


Avicoltura, la più sostenibile

Eppure è convinzione diffusa che ben altri siano gli impatti ambientali della zootecnia e in particolare di quella descritta come "intensiva".
Invece l'avicoltura, certo catalogabile in questa categoria, dimostra di essere campionessa in sostenibilità.
Che non è solo quella ambientale, ma anche sociale ed economica se si tiene conto dell'importanza delle produzioni avicole nell'assorbire manodopera (64mila gli addetti, 5,9 miliardi il fatturato globale) e delle sue potenzialità nell'offrire cibo di alto valore nutrizionale a prezzi accessibili.
Valori che si vorrebbero disconoscere da quanti investono in business alternativi, proponendo preparazioni tese ad imitare la carne.
Progetti che potrebbero nascondere molte insidie, ambientali, salutistiche e sociali.


Avicoltura e solidarietà

Proprio sugli aspetti sociali si è chiusa l'assemblea di Unaitalia, annunciando l'accordo con il Banco Alimentare, associazione impegnata in una quotidiana battaglia alla povertà, con la raccolta di generi alimentari e il recupero delle eccedenze, mettendole a disposizione di strutture caritative.

E se nel 2020 la pandemia ha portato ad aumentare di un milione il numero delle persone in forti difficoltà economiche, l'impennata dell'inflazione rischia di far aumentare ancor più questo numero.
Il mondo dell'avicoltura è pronto a dare una mano per aiutare la difficile missione del Banco Alimentare. Un aiuto del quale, purtroppo, ci sarà molto bisogno.

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Un momento dell’assemblea di Unaitalia, da sinistra: Ettore Prandini (Coldiretti), Stefania Trenti (Intesa Sanpaolo), Antonio Forlini (Unaitalia), Giovanni Bruno (Banco Alimentare), Carlo Piccinini (Confcooperative) Fonte foto: Unaitalia