L'accordo per i formaggi

QN del 13 dicembre dedica un ampio servizio a Lactalis, il colosso francese del latte e del formaggio in Europa, che vanta 20 miliardi di euro di fatturato e 80 mila dipendenti, ai primi posti anche sul mercato italiano dopo l'acquisizione di importanti marchi, a iniziare da Parmalat e poi Galbani, Cademartori, Invernizzi, Locatelli e molti altri.
A firmare l'articolo è Giuliano Molossi che ha raccolto una lunga intervista con Giovanni Pomella, amministratore delegato italiano del colosso francese.
Si parte dal recente trattato firmato da Macron e Draghi, dove si parla fra l'altro della protezione dei formaggi a denominazione di origine, argomento che interessa da vicino sia l'Italia sia la Francia che insieme posseggono il maggior numero di formaggi Dop.
L'idea che insieme possano proteggere queste eccellenze è molto importante soprattutto quando si pensi all'esportazione.

Fra gli argomenti affrontati non poteva mancare una domanda sulla stagnazione dei consumi che a parere di Pomella sono la conseguenza di una diversificazione di quel che si consuma e in parte il risultato dei mutamenti nelle abitudini alimentari, una situazione che si registra anche in Francia e non solo in Italia.
Un motivo in più per impegnarsi sul fronte delle esportazioni e in conclusione dell'intervista Pomella conferma il sostegno dell'Ice (Istituto per il Commercio Estero) alle imprese del settore lattiero caseario, favorendo al contempo la diffusione di una cultura dei prodotti italiani nel mondo.

Latte, un prezzo che non paga

Il prezzo del latte spot, quello venduto fuori contratto, continua ad aumentare, ma gli allevatori non ne traggono alcun beneficio e stanno ancora aspettando i quattro centesimi di aumento previsti dall'accordo di filiera firmato nelle settimane scorse.
A denunciare la difficile situazione delle stalle da latte è Il Giornale di Vicenza del 14 dicembre, che mette in evidenza le difficoltà vissute dagli allevatori, alle prese con importanti aumenti dei costi di produzione.

A rischio c'è la sopravvivenza di migliaia di aziende alle quali va riconosciuto il giusto prezzo, che tenga conto dei costi di produzione sempre più alti.
L'aumento dei prezzi di energia e mangimi impone che vengano subito adeguati i compensi riconosciuti agli allevatori sulla base del protocollo sottoscritto da tutta la filiera al tavolo del latte indetto dal ministero delle Politiche agricole.
Se non ci saranno riscontri a queste richieste, le organizzazioni degli allevatori sono pronte a presentare le prime denunce contro le pratiche sleali per tutelare il lavoro e la dignità degli allevamenti.

La Pac contro il caporalato

Annamaria Capparelli affronta sulle pagine del Quotidiano del Sud del 15 dicembre l'annoso e ancora irrisolto problema del caporalato.
Un aiuto, si legge nell'articolo, potrebbe arrivare dalla Pac, Politica Agricola Comune, che ai suoi due classici pilastri, gli aiuti diretti e lo sviluppo rurale, ne ha aggiunto un terzo "sociale".
Semplice il suo dettato: i produttori agricoli per ottenere gli aiuti comunitari dovranno essere in regola con le norme sul lavoro.
Una strategia che consentirà alle imprese italiane di non subire la distorsione concorrenziale che proviene da quei paesi dove i salari sono irrisori e non ci sono obblighi stringenti in tema ambientale e di disciplinari produttivi.
Una tutela importante specie se si considera l'enorme quantità di cibi importati e l'assenza in molti alimenti di etichette con l'indicazione della provenienza.

Un aiuto indiretto a frenare il fenomeno del caporalato potrà anche arrivare dall'approvazione delle norme sulle pratiche sleali con le quali contrastare le speculazioni sul cibo.
Avviene quando le promozioni che si incontrano sugli scaffali della distribuzione organizzata sono il frutto di un lavoro sottopagato ai produttori agricoli, che al contempo sono costretti ad affrontare pesanti rincari dei costi di produzione.

Etichette, resta l'origine

Con la fine di quest'anno sarebbero giunte a scadenza le norme che prevedono l'indicazione in etichetta dell'origine di molti alimenti, dal latte alla pasta.
Norme che erano state definite sperimentali, anche al fine di non incorrere nei vincoli comunitari in tema di etichettatura.
Una breve nota pubblicata su Avvenire del 16 dicembre conferma che questa scadenza è stata prorogata e che l'indicazione della provenienza resterà in vigore.

Lo prevede un decreto firmato dal ministro per le politiche agricole Stefano Patuanelli, insieme ai colleghi per lo sviluppo economico Giancarlo Giorgetti e della salute Roberto Speranza.
Sono tuttavia ancora molti i prodotti per i quali rimane sconosciuta l'origine, come accade per la frutta presente nelle confetture o per il grano impiegato nella panificazione.

Pratiche sleali, c'è la legge

È lotta alle vendite sottocosto e alle pratiche commerciali sleali che erodono i già magri margini delle aziende agricole.
Ora gli strumenti legali ci sono, scrive Filippo Calere sulle pagine de Il Tempo del 17 dicembre, a margine dell'assemblea di Coldiretti. 
Gli agricoltori, prosegue l'articolo, sono pronti a presentare le prime denunce per fermare comportamenti scorretti sui mercati.
Azioni legali ora rese possibili dalla recente pubblicazione del decreto legislativo di attuazione della Direttiva comunitaria che governa questa materia.

Sul sito del ministero per le Politiche agricole è stata attivata la pagina "Pratiche sleali" con le istruzioni per segnalare abusi in tema di commercializzazione di prodotti agricoli.
Un argine a comportamenti scorretti che pesano su un settore già compromesso dall'impennata dei costi di produzione conseguenti all'aumento dei prezzi dell'energia e delle materie prime e solo in parte mitigato dagli interventi di sostegno previsti dal Governo.
A questo proposito l'articolo si conclude ricordando che nella Legge di Bilancio sono previsti sostegni per 450 milioni di euro, il 58% in più rispetto al 2020.

Carne bovina in recupero

È tornata a crescere la produzione di carne bovina, che segna un incremento del 3,2% nei primi nove mesi del 2021, riavvicinandosi ai livelli del 2018.
Un trend in crescita a dispetto delle conseguenze della pandemia con la chiusura della ristorazione collettiva e il conseguente calo dei consumi.
Ne hanno beneficiato i prezzi, cresciuti in particolare per i vitelloni che hanno raggiunto le quotazioni più elevate degli ultimi tre anni.

È questa in sintesi la fotografia del comparto delle carni bovine proposta da Emiliano Sgambato sulle pagine de Il Sole 24 Ore in edicola il 18 dicembre.
Numeri che prendono spunto dal report diffuso in questi giorni da Ismea, l'Istituto per i servizi sui mercati agroalimentari.
Risultati positivi, si legge ancora, che non devono far dimenticare le criticità che il settore deve ancora affrontare, a iniziare dall'aumento dei costi di produzione.
Inoltre occorre fare i conti con la pressione del prodotto di importazione, che si propone sui nostri mercati a prezzi inferiori e al quale è necessario ricorrere per soddisfare la domanda interna.

Per Luigi Scordamaglia, presidente di Assocarni, è il momento di investire sulle produzioni italiane, recuperando il danno arrecato al settore da anni di depauperamento del patrimonio bovino.
Un aiuto potrà venire dai contratti di filiera con i quali allargare la produzione nelle aree del Mezzogiorno, dove ottenere quei vitelli che oggi dobbiamo importare.
Un aumento che non desta preoccupazione sul piano ambientale dove l'Italia vanta un sistema di allevamento fra i meno impattanti al mondo.

Fotovoltaico senza regole

Intermediari finanziari delle compagnie di energie rinnovabili battono le campagne alla ricerca di terreni sui quali installare impianti fotovoltaici e molti sono gli agricoltori che invogliati dalle cifre interessanti che vengono proposte accettano di affittare o vendere i propri campi.
Il tutto in assenza di una pianificazione sulle aree idonee a subire questa trasformazione, come denuncia Antonio Fraschilla sulle pagine del settimanale L'Espresso in edicola il 19 dicembre.
Il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, avverte però che non un euro dei 4 miliardi a disposizione per le rinnovabili andranno a chi vuole installare pannelli fotovoltaici a terra e saranno anche fissati limiti all'impiego dei terreni da parte delle compagnie energetiche.

Porte aperte invece agli impianti sulle aree dismesse o agli impianti in zone non produttive.
L'obiettivo è quello di evitare speculazioni, senza però causare ritardi nelle autorizzazioni a nuovi impianti dei quali c'è necessità.
Agli agricoltori sarà comunque assicurata la possibilità di collocare impianti a terra, ma solo su un'area limitata e non destinata alle produzioni e in questo caso i bandi per accedere ai sostegni non saranno accessibili alle compagnie energetiche.
Ora si attendono norme chiare, come richiesto da Bruxelles che impone di fissare le linee guida entro il prossimo mese di maggio.
Per i grandi impianti dei quali si sta discutendo, Cingolani ricorda che già sono previste le modalità per minimizzare il loro impatto ambientale.


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