Materie prime, è boom dei prezzi

Cambiamenti climatici, cali produttivi e quindi minore disponibilità di materia prima, aumento dei costi di trasporto: sono numerosi i fattori che fanno impennare i prezzi. Ma quanto durerà questa situazione e quale sarà la soluzione?

Matteo Bernardelli di Matteo Bernardelli

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La pandemia è uno dei tanti ingredienti che hanno innescato la miccia dei prezzi (Foto di archivio)
Fonte foto: © Love the wind - Adobe Stock

Partire dai numeri, che come sempre rappresentano una bussola efficacissima per orientarsi meglio, questa volta sarebbe un invito al pessimismo. In questa fase siamo vicini a una sorta di tempesta perfetta. I prezzi delle materie prime sono alle stelle, con aumenti rispetto allo scorso anno decisamente sensibili. Prendiamo il mais, ad esempio: rispetto a 12 mesi fa siamo al 15% in più. Idem la soia. Siamo ben al di sopra del 30% con i valori del grano duro, che significa, conseguenza che un goloso sicuramente annota mentalmente subito, di rendere più costosa la trasformazione della pasta, ma anche - altra conseguenza da tempesta perfetta - la reperibilità del prodotto.

Il boom dei prezzi, infatti, deve essere ricondotto a una concausa di diversi fattori.

Impennata dei prezzi: le cause

I cambiamenti climatici, ad esempio. Prendiamo l'Italia, che è uno dei principali trasformatori di pasta, per la quale il grano duro è componente primaria, essenziale e soprattutto insostituibile. L'autosufficienza del nostro Paese per il grano duro è abbastanza limitata, di poco sopra al 60%, secondo le elaborazioni di Teseo.Clal.it. Questo significa che l'industria molitoria è obbligata a ritirare merce dall'estero, è evidente.

Cosa capita, ad esempio, se la siccità compromette i raccolti? È il caso dell'andamento meteo dell'estate 2021, che ha schiacciato le rese in campo nel Nord America, dal Canada agli Stati Uniti, con il Nord Dakota, primo Stato federato a stelle e strisce per la produzione di grano duro, che ha una produzione inferiore del 44% rispetto al 2020.

Come proteggersi, a questo punto? L'Unione Europea ha orientato i propri sforzi nell'approvvigionamento verso l'Australia. Ma i costi per la logistica, i noli, le navi dalla terra dei canguri all'Europa sono decisamente superiori rispetto alla costa orientale degli Stati Uniti o del Canada.

Ecco servito un esempio di più fattori che fanno impennare i prezzi: cambiamenti climatici, cali produttivi e dunque minore disponibilità di materia prima, aumento dei costi di trasporto. In altri casi potrebbero subentrare altri elementi in gioco, come ad esempio i dazi, che in un mondo in cui esistono barriere doganali di natura protezionistica possono essere frapposti a tutela dei mercati interni e, magari dell'ordine pubblico. Quest'ultimo aspetto lo citiamo come elemento che ha fatto da detonatore alle proteste della Primavera Araba, scaturite non tanto dal desiderio di democrazia o di maggiore libertà, ma per l'aumento del prezzo del pane, a sua volta cresciuto sensibilmente perché all'epoca (era il 2010 e l'episodio è stato ricordato all'inizio di settembre nel corso degli eventi per G20 di Firenze all'Accademia dei Georgofili dal professor Luigi Costato) la Russia per la siccità fece i conti con una minore produzione ed esportò minori quantitativi di grano verso il Nord Africa.

Se vogliamo dare un quadro più completo dell'emergenza dei rincari delle materie prime, nei giorni scorsi Coldiretti si è esercitata a calcolare la forza della fiammata di questi aumenti, i più violenti da dieci anni a questa parte, prendendo come riferimenti l'Indice Fao. Ebbene, a settembre 2021 tale indice ha raggiunto il valore più alto dal 2011, trascinato in particolare dai prezzi internazionali dei cereali cresciuti del 27,3% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente, mentre lo zucchero aumenta del 53,5% ed i grassi vegetali sono balzati addirittura del 60% rispetto all'anno scorso.

La pandemia è innegabilmente un altro ingrediente che ha innescato la miccia dei prezzi. Dopo il calo delle esportazioni, inevitabile in un mondo che si chiude al proprio interno, con il canale Horeca che rimane sigillato per mesi o settimane e che ricomincia a singhiozzo, manda in tilt i prezzi. E quando - mesi dopo - i commerci ripartono, è evidente che tutto non potrà essere come prima.

Nella fase più dura del covid-19, con i prezzi del petrolio in picchiata, quanti si sono accorti del ribasso dei prezzi dei carburanti? Avrebbero dovuto diminuire i prezzi alla pompa molto più massicciamente, invece non è stato così. Oggi, al contrario, quando il carburante (non solo quello agricolo) è su valori non comparabili rispetto a 18 mesi fa, i costi incidono. Con quale effetto sui costi in campagna? E, soprattutto, chi dovrebbe farsene carico? Quando il caro carburante è sulle spalle degli agricoltori, la risposta è automatica. Ma quando tali rimbalzi sono sui bilanci delle imprese agromeccaniche, su chi scaricano le maggiori uscite? E in quale percentuale dovrebbero rivalersi?


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Il ruolo della Cina

Per completare il quadro da tempesta perfetta, anche la Cina gioca un ruolo primario. Negli ultimi anni il Dragone è stato forse il principale player per l'importazione di cereali e semi oleosi e la pandemia, che è scoppiata proprio in Cina, dopo una prima fase di rallentamento dei ritiri, li ha fatti esplodere. È stata la Cina che ha riacceso i riflettori su un tema che l'Occidente aveva dimenticato, trascurato, lasciato sullo sfondo: la sicurezza alimentare, intesa non come qualità e salubrità delle produzioni (food safety), ma come garanzia degli approvvigionamenti (food security).


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E cosa accade quando un Paese abitato da 1,4 miliardi di persone che sogna di scalare rapidamente le vette dell'economia ritira fra gennaio e agosto di quest'anno oltre 46 milioni di tonnellate di cereali (+147,5% sullo stesso periodo del 2020) e oltre 71 milioni di tonnellate di semi oleosi nei primi otto mesi del 2021 (+3,3% su base tendenziale, secondo i dati forniti da Teseo.Clal.it)?

Cambiamo la domanda, ma la risposta resta la medesima. Cosa accade quando gli stock di mais della Cina, secondo le previsioni Usda per il periodo 2021-2022, superano i 209 milioni di tonnellate su un totale degli stock mondiali che è pari a 301,7 milioni di tonnellate? E se prendiamo in esame la soia, vediamo che le stime degli stock alla fine della campagna 2021-2022 per la Cina ammontano a quasi 36 milioni di tonnellate, su una quota di stock mondiali di quasi 105 milioni di tonnellate?

La risposta è abbastanza semplice. Non solo i prezzi salgono verso l'alto o si mantengono elevati (salvo politiche economiche e di ritiro differenti), ma l'importanza nel decidere gli andamenti dei prezzi aumenta e, in proiezione, diventa assai rischioso per il resto del mondo, che non sempre è vicino alle posizioni di Pechino (anche se non se ne lamenta).
Che la Cina sia in grado di condizionare i listini mondiali è risultato abbastanza evidente con le dinamiche vissute dal settore delle carni suine. È bastato che la Cina rallentasse la lunga marcia dell'import (-0,78% gli acquisti tendenziali fra gennaio e agosto 2021, conseguenza di un forte rallentamento a partire dallo scorso maggio), della quale l'Unione Europea beneficiava largamente, a deprimere il settore europeo e italiano, proprio come effetto di una produzione di carne suina che non trovava più la strada asiatica per essere collocata a prezzi vantaggiosi.

Agricoltori e allevatori alle prese con i prezzi in salita libera

Inutile piangere, anche perché l'esplosione dei prezzi ha riguardato e sta riguardando l'energia, dal gas al greggio all'energia elettrica. Poco male, potrebbe pensare chi intravede tale curva pericolosamente in ascesa come una spinta alla conversione verso le energie rinnovabili. Ma siamo sicuri che sia così? E a che prezzi, visto che anche la componentistica sta vivendo una fase di pesanti rincari (acciaio, conduttori, ecc.) e, in aggiunta, di difficile reperibilità? Il caso Taiwan, con la Cina che minaccia di rimpossessarsi dell'isola (supportata nelle ultime ore a parole dalla Russia di Putin) non è solamente puro revanscismo politico, ma anche il desiderio di mettere le mani sui microchip, che Taiwan produce a ritmi sostenutissimi.

Agricoltori e allevatori sono alle prese anche con i prezzi in salita libera dei mezzi tecnici (urea +70%, perfosfato ammonico +90%, nitrato ammonivo +40%) e, addirittura, con possibili difficoltà di reperimento, in quanto il boom energetico sta portando alcune industrie e rallentare o fermare le produzioni. Domanda finale agli odiatori della chimica: provate a immaginare se in molte superfici agricole non venisse utilizzata, quale sarebbe il calo produttivo, il calo di sicurezza alimentare, il calo degli approvvigionamenti e delle scorte e il rilancio dei prezzi verso l'iperuranio borsistico? Meglio non chiederselo.


C'è una soluzione?

Quale soluzione per l'esplosione delle materie prime? Difficile trovarla, in quanto il mercato si muove sempre secondo la regola aurea della domanda e dell'offerta. Ma il dialogo non solo fra le filiere, ma fra le catene di approvvigionamento e, parallelamente, fra le istituzioni e gli stakeholder (a livello italiano e su un piano europeo) sarebbe un primo passo importante, per affrontare consapevolmente questa fase che, lo ammettiamo, non sappiamo quanto durerà e dove ci porterà.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: cerealicoltura import/export prezzi mercati unione europea georgofili

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