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Storie di chimica e di aziende: Monsanto sta per diventare un ricordo, dopo l'acquisizione da parte di Bayer. Una storia di oltre un secolo fra grandi business e critiche feroci

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Storie di chimica e di aziende: Monsanto

Un uomo coraggioso e romantico, John Francis Queeny.
Coraggioso, perché nel 1901 prese tutti i propri risparmi e creò un'azienda chimica, forte della sua esperienza nel settore farmaceutico. Romantico, perché chiamò l'azienda con il cognome della moglie, Monsanto, di origini ispaniche. Olga Mendez Monsanto in Queeny ricevette cioè un regalo che ben poche altre spose della storia possono vantare.

La neonata Monsanto trovò sede a St. Louis, Missouri, iniziando con un business, per così dire, dolcissimo, cioè vendendo saccarina, dolcificante scoperto una ventina di anni prima, nel 1879, da alcuni ricercatori della Johns Hopkins University, istituto privato fondato a Baltimora, nel Maryland, solo tre anni prima, nel 1876.
Uno dei clienti principali di Queeny e della sua Monsanto fu subito un altro nome che ha fatto la storia dell'industria americana, ovvero Coca Cola. La scura bevanda gasata furoreggiava infatti negli Stati Uniti dal 1886 e i suoi volumi commerciali stavano rapidamente crescendo di anno in anno.

In effetti, Monsanto ebbe una grande fortuna e una grande disgrazia allo stesso tempo. Ogni volta che si intuiva un nuovo business, la Casa di St. Louis lo sapeva cogliere al volo. Peccato che poi, a distanza di molti anni, la maggior parte dei prodotti che ha brevettato e commercializzato siano finiti nel mirino di media, normatori e associazioni ambientaliste a causa di criticità, vere, gonfiate o addirittura inventate, emerse poi nel tempo.
Ad esempio, fu nei primi anni '30 che brevettò i policlororobifenili, in acronimo PCBs, sostanze clorurate dall'elevata stabilità chimica, inclusa la non infiammabilità. Tale caratteristica ne decretò il successo negli isolanti termici ed elettrici. Per esempio negli oli usati come fluidi dielettrici nei condensatori e nei trasformatori.
Il forte sviluppo industriale mondiale generò un'impennata nella costruzione di reti elettriche, la quale causò a sua volta un'esplosione nelle vendite dei PCBs. Peccato che nei decenni successivi si scoprì che erano praticamente eterni nell'ambiente e, ancora più recentemente, che fossero degli interferenti endocrini.
Tutte cose che negli anni '30, ovviamente, non sfioravano minimamente i pensieri delle grandi aziende della chimica.

La produzione di PCBs cadde quindi in disgrazia e prima ancora che venissero proibiti negli Usa, evento accaduto nel 1978, Monsanto smise di produrli nel 1977, dopo essere stata per decenni leader mondiale della loro commercializzazione. Purtroppo, però, ad Anniston, sede dello stabilimento ove si producevano i PCBs, qualcosa negli anni era pur successo.
Le concentrazioni ambientali che si erano sviluppate localmente furono infatti la base per scatenare contro Monsanto una causa legale ferocissima in cui tremila e cinquecento cittadini chiesero i danni per le emissioni di PCBs che avevano contaminato terreni e case, generando anche preoccupazioni per la salute.
Fu la prima volta che Monsanto venne presa d'assalto per dei prodotti che al momento della loro invenzione sembravano la panacea di tutti i mali, salvo poi riservare amare sorprese qualche decennio dopo.

Altro business che finì con creare grane al marchio americano fu il DDT, insetticida clorurato anch'esso in auge per decenni, ma poi bandito più o meno nello stesso periodo dei PCBs e per lo stesso motivo, ovvero la lunghissima persistenza ambientale. Anche in questo caso il nome di Monsanto venne legato a quello di un mostro mediatico, in buona parte grazie ai neonati movimenti ambientalisti che si stavano generando nel mondo occidentale. A poco serve ricordare che grazie al DDT si è potuta combattere una malattia come la malaria, eliminando il suo insetto vettore, cioè le zanzare Anopheles.

Incalcolabili i milioni di vite salvate nel tempo dall'insetticida, guardato all'epoca come una vera e propria benedizione, anche in Italia, viste le massicce campagne di disinfestazione operate nel Secondo Dopoguerra. Dopo il suo bando le morti per malaria tornarono infatti a crescere, a dispetto di chi dimostra di saper guardare sempre e solo a un'unica faccia della medaglia.

Negli stessi anni, decisamente fortunati per le vendite, ma sfortunati per la reputazione, Monsanto divenne una delle aziende americane fornitrici del governo. Il prodotto richiesto dalle Forze Armate americane era l'Agente Orange, ovvero una miscela di due diserbanti uno dei quali, il 2,4-D, tutt'ora utilizzato nei diserbi dei cereali a paglia. Purtroppo, in piena guerra del Vietnam, l'uso che i militari ne fecero fu tutto tranne che agricolo.
L'Agente Orange veniva infatti impiegato per disseccare ampie porzioni di giungla al fine di snidare i Vietcong. L'ondata di sdegno nata in Usa negli anni '70 contro una guerra definita infame dagli stessi americani finì quindi col toccare anche Monsanto, in quanto fornitrice dell'esercito di una sostanza chimica a scopi bellici.
In un clima dove erano esplosi ormai i movimenti Hippy forse a Monsanto sarebbe convenuto produrre l'acciaio dei mitra, degli elicotteri e dei fucili, perché almeno così nessuno le avrebbe portato siffatte polemiche.

Ma gli anni '70 videro anche il lancio sul mercato di glifosate, l'erbicida sistemico totale che divenne presto il primo agrofarmaco venduto al mondo, soprattutto dopo che nel 1996 comparvero gli Ogm, sempre prodotti da Monsanto, moltiplicando a dismisura i fatturati del colosso americano. Fiumi di denaro quindi, ma sempre con la spada di Damocle appesa sopra la testa. Ormai divenuta la strega assoluta agli occhi degli ambientalisti, contro la casa del Missouri si moltiplicarono feroci campagne di demonizzazione, le quali si sono spesso basate su quanto avvenuto nel passato pur di attaccare i business presenti.

Se erano stati una disgrazia i PCBs, il DDT e l'Agente Orange, perché mai non dovrebbero esserlo anche ogm e glifosate? Su questo sillogismo si sono quindi sviluppati gli attacchi degli ultimi anni, soprattutto con il caso glifosate, deflagrato a seguito della monografia n. 112 della Iarc che lo poneva fra i probabili cancerogeni; decisione che a posteriori ha mostrato poi tutte le proprie lacune e possibili motivi per chiederne il ritiro.
Ma quando un sasso ha ormai spaccato il vetro, ripararlo è impossibile. E così Monsanto sta tutt'ora attraversando pesanti diatribe legali, lottando contro una class action sulla cui genesi sospetta e imbarazzante si è già abbondantemente scritto.

Sugli ogm manco a parlarne.
Sempre resteranno taboo in Europa in generale e in Italia in particolare. Intanto, nel resto del mondo vanno alla grande, avendo toccato ormai la soglia di 190 milioni di ettari coltivati. Praticamente 16 volte la superficie agricola italiana.

Resta il fatto che oggi Monsanto, dopo aver tentato la scalata nei confronti di Syngenta, finita poi in mani cinesi, dovrà imparare a parlare tedesco, visto che appena dopo il fallimento del piano di acquisizione del colosso elvetico, la casa di St. Louis è stata acquisita da Bayer. Un'acquisizione da oltre 60 miliardi di euro che ha avuto la luce verde solo recentemente, a patto che Bayer alienasse alcuni business, soprattutto nella genetica.

E così, finita "Monsatàn", come era stata soprannominata dagli ambientalisti, ora inizia l'era di "Belzebayer", nuovo nomignolo partorito dalla loro fervida fantasia.
Perché vi è da aspettarsi che l'ondata di odio verso Monsanto non finirà certo per un cambio di nome e di colori sociali. Una certezza, quella dell'odio ecologista, alla quale Bayer dovrà rispondere con molta puntualità e precisione. Perché contro certe lobby di lupi travestiti da agnelli, la gara pare sempre più dura.