Biocarburanti, questi sconosciuti

Prima, seconda, terza generazione. Ecco l'evoluzione dei biocombustibili

Questo articolo è stato pubblicato oltre 10 anni fa

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I biocarburanti vengono alternativamente dipinti come il toccasana in grado di rimediare al supposto esaurimento del petrolio e limitarne l'incremento dei prezzi e dell'inquinamento o come concorrenti delle produzioni alimentari e zootecniche senza un positivo effetto ambientale.
Ma cosa sono effettivamente? E' importante una prima precisazione. Si usano spesso indifferentemente i termini bioenergie, biomasse, biocombustibili, biocarburanti, ecc. Sono invece termini diversi per materie prime impiegate, modalità di ricavare energia, caratteristiche e destinazione d'uso del prodotto energetico ottenuto.   In particolare, i biocarburanti sono una categoria dei biocombustibili utilizzata per produrre energia meccanica per autotrazione nel settore dei trasporti, delle macchine agricole e della motopesca. Sono costituiti da etanolo, bio-eteri e biodiesel.
I primi sono ricavati da colture ricche di carboidrati (zuccheri ed amidi) quali canna da zucchero, cereali, barbabietola, ecc., mentre i biodiesel derivano da colture oleaginose quali colza, girasole (potenzialmente anche soia) e brassicacee in ambienti temperati e palma, jatropha e altri in ambienti tropicali.
La seconda generazione di biodiesel ed etanolo, in rapido progresso a livello di ricerca (con l'impegno di oltre venti grandi Compagnie) e già in fase sperimentale operativa nel 2008 in USA, Giappone ed anche Europa, è basata invece su colture lignocellulosiche annuali e poliennali, che hanno rese notevolmente superiori a quelle della prima generazione.
Una terza generazione (alghe) e una quarta (lieviti) sono solo in fase di studio, così come il corretto utilizzo di rifiuti solidi urbani.   Uno dei problemi attuali è se favorire comunque la diffusione di biocarburanti cosiddetti di prima generazione oppure aspettare quelli di seconda che hanno una efficienza notevolmente superiore. Inoltre, le colture lignocellulosiche per biofuels di seconda generazione sono spesso specie ad elevata produttività, anche in terreni non competitivi per il settore alimentare.
Attualmente si ritiene che i biocarburanti di prima generazione, pur con alcune controindicazioni, siano comunque un passaggio obbligato per entrare in un sistema più efficiente. Mancano però ancora molte conoscenze sia a livello di produzione primaria (combinazioni fra situazioni pedoclimatiche, colture e tecniche colturali) sia per trasformazione ed uso. Manca inoltre una visione integrata in grado di fornire indicazioni sulle migliori destinazioni energetiche di ciascuna materia prima: quale coltura preferire? Per quale conversione? In quale areale? In tutti i settori la ricerca sta procedendo, ma l’incalzare degli eventi richiederebbe un impegno molto più massiccio.
Un ulteriore aspetto fondamentale va posto in evidenza. L'apporto dei biocarburanti è e sarà trascurabile ad assicurare una disponibilità energetica, ma ha ed avrà un ruolo importante sotto l'aspetto ambientale. In molte situazioni potrà anche assicurare un miglior reddito al mondo rurale. Il settore dei trasporti, a livello mondiale, assorbe da un 1/5 a 1/4 dei consumi di energia ed è responsabile di circa 2/3 dell'emissione di gas serra. Attualmente, nell'U.E., l'energia per i trasporti viene ottenuta per circa il 98% dal petrolio, che è importato per oltre l'80%. Per alcuni anni i biocarburanti sono stati considerati come uno dei principali fattori per contrastare le emissioni di gas effetto serra, con un conseguente aumento nella loro produzione. Questo 'boom' ha comunque portato a destinare ad etanolo meno dell'1% dei cereali prodotti in UE (circa il 2% se si considerano anche i cereali d’importazione) e a biodiesel appena il 2 % dell'olio di semi prodotto a livello mondiale.
Il loro effetto concorrenziale verso destinazioni zootecniche ed alimentari è quindi estremamente limitato, così come il loro apporto (0.3 %) ai consumi energetici mondiali. Molto più robusto è invece il loro contributo ambientale. Va ricordato che la riduzione di emissione di CO2 per ogni 100 Km percorsi rispetto ai carburanti tradizionali può variare da 5.5 Kg con etanolo da cereali a 6.8 con biodiesel da oleaginose, fino a 13-14 Kg con biocarburanti derivanti da lignocellulosiche. Ciò corrisponde ad una riduzione delle emissioni di CO2 in un range dal 30 fino all’80% rispetto ai carburanti fossili. La produzione di biocarburanti, inoltre, deve sottostare a vincoli stringenti. Ad es. l'U.E. ritiene che i biocarburanti siano giustificati solo se comportano una riduzione del 35% (alcuni Stati propongono il 50%) nell’emissione di CO2. Inoltre la produzione di biocarburanti deve salvaguardare biodiversità, terreni con alto contenuto di carbonio, e tutte le situazioni in cui un cambiamento può ridurre la disponibilità locale di cibo od anche di produzioni a destinazione non alimentare. Per nessun altro tipo di produzione sono previsti vincoli così robusti.
 
Con metodologie e motivazioni diverse a seconda degli areali del mondo, i biocarburanti possono quindi rappresentare una bella sfida….. da affrontare e vincere.
 
Prof. Gianpietro Venturi
Università di Bologna
Chairman P.T. Biofuels Italia    
 

Fonte: Agronotizie

Speciale: Biocarburanti

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