L'obiettivo è di fare il debutto sul mercato internazionale del luppolo, il mondo brassicolo in Italia da anni ormai è dinamico ma ciò che manca è la possibilità di caratterizzare le birre prodotte in Italia con luppolo 100% italiano, non solo perché coltivato in Italia ma anche perché di genetica italiana.
 
Il numero di ettari coltivati a luppolo nel nostro paese cresce, anche se ancora si tratta di produzioni di nicchia, ma per acquisire credibilità agli occhi dell'industria della birra è necessaria organizzazione. Proprio con lo scopo di strutturare una filiera che pare avere buone prospettive di crescita, nel 2018 si è costituita la rete d'imprese umbra Luppolo made in Italy, un progetto partito in realtà nel 2014 grazie al Psr della Regione Umbria, sottomisura 16.2.1. Fanno parte della rete, che organizza la supply chain, trasformazione e commercializzazione del prodotto, tredici aziende. La rete collabora poi con il Cerb di Perugia, Centro di eccellenza di ricerca sulla birra e, per la parte di ricerca e innovazione, con il Cnr Ibbr.

"Siamo partiti dalla consapevolezza - ha raccontato il presidente della rete Stefano Fancelli - che il luppolo è commodity agroindustriale labour intensive ad alta Plv. Ha bisogno quindi di filiera per stare sul mercato in maniera credibile. Ci siamo quindi concentrati su prototipo di filiera completo per avere luppolo di qualità e quantità sul mercato italiano. Si tratta di un progetto decennale per rendere sostenibile e scalabile la produzione di una gamma di varietà di luppolo di proprietà italiana".

Ad oggi gli ettari in produzione, fra biologico e convenzionale, sono 3 e mezzo ma c'è già in programma di ampliare le superfici. Della rete fa parte anche Aboca, azienda che produce integratori alimentari, perché il luppolo non è solo ingrediente essenziale per la produzione di birra ma trova collocazione anche nella produzione di preparati per la salute e la bellezza.
 
Le varietà che la rete Luppolo made in Italy sta producendo sono Cascade, Chinook e Centennial: "Dall'anno prossimo i nostri luppoli saranno in commercio e sarà possibile, per i birrifici che vorranno, sperimentarli gratuitamente. Chi vorrà avviare un percorso con noi avrà a disposizione schede tecniche e saprà di poter contare su una certa quantità e qualità", ha detto ancora Fancelli durante l'intervista. Perché i birrifici italiani scelgano di produrre birra con luppolo italiano devono infatti poter contare su una fornitura affidabile: "Ci vuole una filiera organizzata, ci vogliono investimenti e prodotti che siano frutto di un confronto con i mastri birrai. Negli Usa c'è un costante confronto, noi vogliamo lavorare in questa direzione. I produttori della nostra rete sanno che per molti anni bisogna investire in ricerca di processo e di prodotto. Nel nostro territorio regionale abbiamo mappato le genetiche, raccolto le migliori piante selvatiche e infiorescenze, abbiamo avviato una prima sperimentazione di breeding, ma vanno unite le altre esperienze locali. C'è bisogno di fare un grande progetto nazionale sulla genetica italiana. Dobbiamo investire unendo le forze, università, ente pubblico ed aziende".

E anche le competenze agronomiche, secondo la rete Luppolo made in Italy, vanno condivise con le iniziative locali che stanno spuntando un po' in tutta Italia: "Noi stiamo facendo un lavoro per la definizione delle buone pratiche colturali. Pensiamo sia utile, allo stesso tavolo del Mipaaf, costruire un progetto di confronto fra chi sta mettendo sul campo expertise diretta per definire linee guida nazionali. Per la Regione Umbria rilasceremo un manuale il prossimo anno. Crediamo ci voglia la messa in rete di competenze".


Il luppolo fuorisuolo

Fa parte della rete umbra anche Idroluppolo, startup innovativa che alleva luppolo fuorisuolo. Inizialmente la serra era di 100 metri quadrati, oggi la sperimentazione si è ampliata a 250 metri quadrati e la produzione è stata spostata indoor, in un capannone industriale vicino al Centro ortofrutticolo di Fondi (Mof) in provincia di Latina, posizione strategica anche per la logistica.

"Sono moltissimi i vantaggi del fuorisuolo" ha raccontato il fondatore di Idroluppolo Alessio Saccoccio di trentanove anni, partito quattro anni fa grazie a un finanziamento europeo. "Normalmente, in un impianto tradizionale, puoi piantare una pianta di luppolo a metro quadro, noi ne mettiamo quattro. Puoi inoltre produrre più volte l'anno e c'è un risparmio idrico di circa il 50%. Il luppolo ama l'acqua ma non sopporta i ristagni idrici. In coltura protetta poi hai meno problemi di difesa e sei al riparo dagli agenti atmosferici. Gli sbalzi di temperatura sono pericolosi, alternano l'aroma. Il substrato che utilizziamo è stato da noi studiato, è un mix di sostanze che si trovano in commercio, mentre la soluzione nutritiva, fra le varie componenti, contiene propoli per prevenire problematiche fungine. Il nostro obiettivo è arrivare in quattro anni a compiere tre cicli in un anno e a produrre 3 chilogrammi di luppolo fresco a pianta. Coltivando tradizionalmente al massimo produci un chilogrammo e mezzo a pianta".

Sembrerebbe tutto molto semplice e il primo pensiero sarebbe quello di abbracciare il fuorisuolo immediatamente ma il know how è fondamentale e Idroluppolo ha dovuto superare diversi scogli. "Una grande problematica da risolvere è stata la questione delle radici che naturalmente spiralizzano. Oggi coltiviamo utilizzando vasi particolari detti air pot. Difficile è stato anche capire, a livello nutrizionale, cosa volesse il luppolo e come fare per la difesa. Su quest'ultimo punto non ci sono vie di uscita, bisogna prevenire".

Per le produzioni indoor il grande punto debole è il consumo di energia elettrica per le lampade, ma Alessio Saccoccio sta sperimentando un modo per consumare meno: "Mi sono arrivati da poco tubi solari dal Portogallo, in pratica raccolgono la luce dall'esterno e la puntano all'interno. Stiamo testando il metodo, dovremmo risparmiare il 70% di energia. Abbiamo comunque un impianto fotovoltaico da 36 KW/h, il luppolo richiede quattordici ore di luce in fioritura e sedici ore in vegetazione".

Di quanto investimento c'è bisogno per immaginare un impianto in coltivazione protetta e fuorisuolo? "Per iniziare servono 150mila euro di investimento - ci ha raccontato ancora Saccoccio - compreso il costo della serra e immaginando un'estensione di 1.200 metri quadri, escluso però il costo delle lampade. Se produci luppolo, un solo ciclo l'anno, e integri con altre produzioni, per esempio zucchine, rientri dell'investimento in quattro anni. Partiamo ovviamente dal presupposto che ci sia una rete vendita. Io consiglio sempre infatti di non partire dalla serra ma di partire cercando prima i clienti. Io sono inserito dentro la rete Luppolo made in Italy e questo fa la differenza per quanto riguarda l'organizzazione”.
 

E' ancora una coltura di nicchia e tutta da esplorare, ma sembra essere molto interessante.
Il viaggio di AgroNotizie nella filiera del luppolo tra opportunità e criticità.
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