Gli effetti dei cambiamenti climatici sono visibili a tutti gli agricoltori, alle prese con estati torride, bombe d'acqua, gelate primaverili e venti forti. A soffrire sono in particolare i viticoltori, che hanno visto non solo cambiare la difesa negli ultimi anni, ma anche le caratteristiche delle uve portate in cantina.


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Effetti forse più visibili si hanno in Franciacorta e in Trentino, dove i vitigni di riferimento (come lo Chardonnay e il Pinot Nero) non riescono più a esprimere quei livelli di acidità e freschezza che hanno fatto il successo di questi territori. In Trentino si sta studiando di portare la viticoltura a quote superiori per sfuggire al caldo del fondovalle. Mentre in Franciacorta è stato modificato il Disciplinare del Franciacorta Docg, consentendo l'impiego di un vitigno autoctono, chiamato Erbamat, che si adatta meglio alle nuove condizioni ambientali.


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Ma anche in Francia si sta andando nella stessa direzione. Il Consorzio di Tutela del Vino Bordeaux ha infatti approvato una modifica al Disciplinare di Produzione per consentire l'impiego del vitigno Marselan, una varietà di origine mediterranea frutto dell'incrocio tra Cabernet-Sauvignon e Grenache Noir, per un 5% del totale. Una novità che dovrebbe consentire di preservare l'identità del vino pur in un contesto di cambiamenti climatici.

Quale direzione dovrebbe prendere l'Italia in questo contesto? Lo abbiamo chiesto ad Attilio Scienza, professore ordinario di Viticoltura all'Università Statale di Milano e profondo conoscitore del vino e della vite.

"Prima di tutto dobbiamo sgombrare il campo da equivoci. La viticoltura è cambiata molte volte nel corso degli anni per adattarsi alle mutate condizioni ambientali che via via si sono susseguite durante i secoli. La storia del vino e della viticoltura, come del resto di tutta l'agricoltura, è la storia della lotta dell'uomo nei confronti del clima".

In che modo è possibile adattarsi agli attuali cambiamenti?
"Ci sono differenti strade e ogni territorio deve trovare la propria. Si può ad esempio intervenire sull'approccio agronomico al vigneto, puntare su nuove varietà o impiegare portainnesti che consentano alle piante di gestire meglio la carenza di acqua che caratterizzerà aree oggi invece soggette a frequenti precipitazioni. In questo frangente il Sud è avvantaggiato".

In che senso?
"La viticoltura del Sud Italia, come quella della Grecia o della Spagna, fa già i conti da secoli con temperature estive elevate e carenza di acqua. Le genetiche sono già quindi adatte. Migliorando la gestione della risorsa idrica, adottando nuovi portainnesti e modificando l'approccio agronomico al vigneto, si riuscirà a gestire la situazione".

Ci può fare un esempio di modifica della gestione agronomica della vigna?
"Uno dei temi fondamentali sarà proteggere i grappoli dalla radiazione luminosa. In questo senso, ad esempio, la potatura verde dovrà probabilmente essere modificata in certi contesti. Mentre da anni stiamo lavorando come Università di Milano a nuovi portainnesti in grado di gestire meglio la carenza di acqua".

Nel Nord Italia o nell'Europa continentale come cambierà la situazione?
"Qui gli effetti dei cambiamenti climatici saranno molto più radicali, sia a livello di temperatura che di precipitazioni e sarà probabilmente necessario introdurre nuove scelte genetiche".

Modificare i disciplinari di produzione per inserire varietà nuove non è però una cosa che i consorzi possono accettare a cuor leggero…
"Qui non si tratta di modificare da un giorno all'altro l'identità della nostra viticoltura. Si tratta di iniziare a riflettere su che tipo di vini vogliamo produrre nei prossimi cinquant'anni e iniziare a sperimentare sul territorio nuovi approcci e nuove scelte genetiche".

Ci può spiegare meglio?
"Prendiamo l'esempio della Franciacorta, che ha introdotto Erbamat nel Disciplinare di Produzione del Franciacorta Docg. Questo vitigno è stato prima testato per anni in campo per vedere come si comportava e che tipo di produzioni garantiva. Poi si sono provate a fare delle vinificazioni e solo successivamente è stato introdotto nel Disciplinare di Produzione e comunque in percentuali limitate, fino ad un massimo del 10%".

Quali sono le regole per modificare i disciplinari?
"Si inizia con un massimo del 15% e dopo tre anni, se il nuovo vitigno è in linea con l'identità del vino, allora si può salire di percentuale. È comunque un percorso lento, graduale e che deve sempre rispondere alle esigenze degli agricoltori e dei consumatori".

Oggi ci sono delle alternative ai vitigni internazionali o a quelli tipici italiani?
"La variabilità genetica della viticoltura è enorme e nell'area del Mediterraneo abbiamo molti vitigni da provare. Ma queste genetiche spesso non sono coerenti con lo stile del vino dei vari disciplinari. Il salto di qualità si può fare con nuove varietà. E cioè con nuovi vitigni selezionati proprio per adattarsi ai cambiamenti climatici e allo stesso tempo in grado di preservare l'identità del vino e del territorio".

Non c'è il rischio che il consumatore non accetti questi cambiamenti?
"Le variazioni sono davvero piccole e se calibrate bene è difficile che incidano sulla percezione del vino. In ogni caso bisogna spiegare al consumatore che è necessario cambiare per adattarsi e che produrre vino come si faceva cinquant'anni fa semplicemente non è più possibile".