Cinghiali che devastano i campi di mais, lupi che attaccano le greggi, storni e corvi che banchettano nei frutteti. I danni causati dalla fauna selvatica sono ormai una realtà quotidiana per molti agricoltori italiani, complici da un lato l'aumento di alcune specie, dall'altro la difficoltà nel gestirne efficacemente la presenza. Ma se il danno è certo, meno chiara è la strada da seguire per ottenere un rimborso.
Non tutti sanno, infatti, che la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato, il quale ha l'obbligo di risarcire i danni che essa provoca ai cittadini. Esiste un iter codificato per richiedere un risarcimento, anche se questo dipende da molti fattori, come il tipo di animale coinvolto, l'area in cui si trova l'azienda agricola e il rispetto delle misure di prevenzione. Vediamo, punto per punto, cosa deve fare un agricoltore per tutelarsi.
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A chi spetta il risarcimento?
Il primo elemento da considerare è la posizione dell'azienda agricola: si trova in una zona protetta (come un parco nazionale o regionale), oppure in una zona di caccia (come un Atc, Ambito Territoriale di Caccia) o in una zona libera? Questo discrimine è fondamentale per capire a chi presentare la domanda di indennizzo.
In zone protette, dove la caccia è vietata (parchi, zone di ripopolamento e cattura, oasi), il rimborso dei danni è sempre a carico dell'ente pubblico, generalmente la regione oppure l'ente gestore del parco.
In zone di caccia, invece, la responsabilità cambia in base alla specie coinvolta:
- Se il danno è causato da specie cacciabili (cinghiali, fagiani, lepri, eccetera), l'indennizzo è a carico dell'Atc o della riserva di caccia che gestisce quel territorio.
- Se il danno è causato da specie protette (lupo, tasso, orso, eccetera), paga comunque l'amministrazione pubblica, anche se l'area è soggetta a caccia.
Un caso a parte è quello della nutria, una specie alloctona classificata come infestante. Per legge non è considerata fauna selvatica, quindi nessuno risarcisce i danni che provoca, neanche se colpisce argini, canali o colture.
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Il percorso da seguire per ottenere il rimborso
Una volta verificata la competenza dell'ente, è importante muoversi con tempestività. La domanda di risarcimento va presentata entro ventiquattro ore dall'evento dannoso.
La procedura, se seguita correttamente, è abbastanza lineare:
- Segnalazione del danno: va inviata all'ente competente (Atc, regione o parco).
- Sopralluogo del perito: entro circa cinque giorni viene inviato un tecnico per valutare i danni.
- Istruttoria: sulla base del verbale del perito e della domanda, l'ente decide se liquidare o meno l'indennizzo.
Nel caso di predazioni da lupo o da orso, il primo soggetto da contattare è l'Asl, che deve inviare un veterinario per certificare l'attacco. Solo in seguito si presenta domanda alla regione, allegando il verbale del veterinario.
Nel caso in cui l'azienda ricada in una riserva di caccia privata (azienda faunistico venatoria), è il concessionario a doversi occupare di prevenzione e rimborsi. In genere, i rapporti tra aziende agricole e gestori privati sono regolati da accordi chiari, spesso più semplici da gestire rispetto ai canali pubblici.
La condizione indispensabile: la prevenzione
Un principio chiave, che può compromettere tutta la richiesta di indennizzo, è l'obbligo di aver messo in atto misure di prevenzione. In mancanza di queste, nella stragrande maggioranza dei casi il danno non viene pagato.
Le tecniche di prevenzione possono variare: recinzioni, dissuasori acustici, visivi o olfattivi, reti protettive, eccetera. È importante anche che tali sistemi siano funzionanti e adattati alla situazione, poiché gli animali possono sviluppare assuefazione (come nel caso dei cannoncini, che col tempo smettono di spaventare gli uccelli).
Non mancano però i paradossi. Primo, in alcune aree i regolamenti comunali (o quelli legati alle misure di conservazione dei parchi o di Rete Natura 2000) vietano l'installazione di recinzioni e questo rende la prevenzione impossibile, pregiudicando quindi il risarcimento.
Secondo, per tanti animali, come il cinghiale, non esistono degli strumenti di prevenzione efficaci e non viene effettuata una gestione corretta da parte del mondo venatorio. La normativa prevede infatti che siano i cacciatori a fornire la prevenzione alle aziende agricole nell'Atc. Ma spesso ciò non avviene e gli agricoltori si trovano quindi impossibilitati a chiedere gli indennizzi.
Terzo, sebbene le regioni mettano a disposizione fondi, legati al Csr, per dotarsi di elementi di protezione nei confronti degli animali selvatici, le procedure amministrative sono spesso così complesse da scoraggiare, se non rendere impossibile, aderirvi.
Cosa viene (davvero) rimborsato?
I rimborsi, erogati solitamente nell'anno successivo all'accertamento del danno, non coprono quasi mai la perdita economica reale. Si tratta di indennizzi, non di veri risarcimenti. La somma liquidata tiene conto solo del prodotto agricolo danneggiato, non del lavoro né dei mancati guadagni. Ad esempio, se un campo seminato a mais viene distrutto dai cinghiali, la regione (o un altro ente) risarcisce solo il costo della semente e non il tempo speso a seminarla o il gasolio consumato.
Infine, i valori di riferimento per il calcolo dei risarcimenti derivano dai listini pubblici, come quello della orsa merci o delle camere di commercio, e possono dunque cambiare nel tempo. Ciò detto, la discrezionalità del perito, soprattutto in ambito Atc, può ridurre sensibilmente l'importo riconosciuto.
Ad ogni modo, in caso di rigetto della domanda da parte di un Atc l'agricoltore può presentare ricorso amministrativo alla regione. E secondo i tecnici interpellati, circa il 90% dei ricorsi viene accolto, ma i tempi sono lunghi e bisogna mettere in conto spese legali. Nel caso invece sia la regione l'ente a cui si chiede l'indennizzo e questa lo neghi, l'agricoltore può fare riferimento al Tribunale Amministrativo Regionale (Tar).
Un sistema da rivedere?
Parlando con gli agricoltori risulta però evidente che l'attuale sistema di rimborso è poco efficiente e non tutela la sostenibilità economica delle aziende agricole. A causa di una riduzione delle superfici coltivate e dello spopolamento delle zone montuose e collinari, le aree a bosco sono in espansione e la fauna selvatica è in aumento. Basti pensare al cinghiale, che oggi si avventura anche alle periferie delle grandi metropoli.
Gli agricoltori subiscono dunque danni sempre maggiori, ma i ristori, complicati da ottenere, quando arrivano sono bassi e non ripianano, se non in minima parte, il danno subìto. Ad essere colpite sono soprattutto le aziende agricole che lavorano nelle aree marginali, dove la pressione della fauna selvatica è più intensa e dove la sostenibilità economica dell'impresa, già precaria, risente particolarmente delle incursioni degli animali.
"L'inefficacia degli attuali meccanismi risarcitori rappresenta una forte criticità che da tempo Cia - Agricoltori Italiani denuncia, considerata la crescente entità dei danni economici e sociali subìti dalle aziende, in particolare nelle aree interne, montane e collinari", ci spiega Cristiano Fini, presidente di Cia - Agricoltori Italiani.
"L'attuale sistema di risarcimento dei danni è infatti farraginoso, lento, disomogeneo e spesso scoraggia l'attivazione delle richieste, tanto che molti agricoltori, pur subendo perdite evidenti, rinunciano a presentare denuncia. Chiediamo dunque un sistema nazionale semplificato, efficace, fondato su criteri uniformi e su un principio di giusta compensazione e quantificazione oggettiva dei danni. Inoltre, sarebbe auspicabile un sostegno finanziario per la prevenzione del conflitto tra fauna selvatica e agricoltura, orientato a misure preventive e a piani per la messa in sicurezza delle aree più esposte".
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