I prezzi del mais da granella per la prossima stagione si prevedono in leggero ribasso, potrebbero scendere sotto i 200 dollari/tonnellata, mentre i consumi mondiali sono proiettati a toccare 1 miliardo e 300mila tonnellate. Una domanda alta, nonostante l'aumento della produzione mondiale di mais da granella, che eroderà le scorte per fare fronte alle necessità.

 

Sono questi alcuni dei dati forniti dal professore Dario Frisio, economista dell'Università degli Studi di Milano, durante l'appuntamento classico con la Giornata del Mais, organizzata dal Crea Cerealicoltura e Colture Industriali, sede di Bergamo, che quest'anno si è tenuta il 30 gennaio 2026.

 

Dario Frisio ha scattato una fotografia a tinte fosche per il sistema maidicolo italiano.

 

Giornata del Mais 2026: intervista a Dario Frisio, professore dell'Università degli Studi di MIlano

 

Per il quinto anno consecutivo nel 2025 le superfici a mais in Italia sono rimaste sotto i 600mila ettari (541mila ettari), anche se in lieve risalita rispetto alla stagione precedente, sono sempre 400mila ettari in meno rispetto al 2012. Fra il 2016 e il 2025 si è perso il 39% della superficie a mais e il 33% della produzione di granella.

 

Eppure il mais è una coltura strategica per il Paese perché essenziale per le produzioni Dop e Igp italiane. Il fabbisogno italiano si attesta su 12 milioni di tonnellate e anche se nel 2025 le rese sono leggermente cresciute (+2,5% sul 2024 a 102 quintali/ettaro, poco sopra la media dell'ultimo decennio), l'Italia resta fortemente dipendente dalle importazioni. Nel 2025 la produzione si è attestata su 5,5 milioni di tonnellate di granella di mais.

 

"Siamo ancora sotto il 50% di autosufficienza" ha detto il professore Frisio. "Le importazioni nette hanno infatti superato i 7 milioni di tonnellate ed è la prima volta nella storia d'Italia. I prezzi sono un po' scesi quindi l'esborso è stato poco meno di 1 miliardo e 600 milioni di euro. Il tasso di autoapprovvigionamento è stato il minimo negli ultimi decenni, vicino al 40% (dato riferito al 2024)".

 

Per quest'anno l'import netto, si prevede, dovrebbe scendere sui 6,5 milioni di tonnellate, mentre la spesa per importazioni dovrebbe attestarsi intorno agli 1,4 miliardi di euro. Il tasso di autoapprovvigionamento dovrebbe risalire al 46%. "Faccio notare - ha detto ancora Frisio - che l'anno scorso le importazioni di mais e soia sono equivalse al 90-100% dell'export di formaggi e salumi Dop. Significa praticamente che ci mangiamo quasi il 100% del valore delle nostre esportazioni di prodotti top".

 

Un momento della Giornata del Mais 2026

Un momento della Giornata del Mais 2026

(Fonte foto: Barbara Righini - AgroNotizie®)

 

Quali sono dunque i fornitori di mais all'Italia? L'Ucraina è in crescita e l'ultimo dato la dà a 2,3 milioni di tonnellate. La produzione di mais nel Paese infatti non è nelle zone dove si combatte, anche se per l'Ucraina l'Italia è solo il quinto mercato di sbocco. Un'area importante è quella del Danubio, il 44% delle importazioni arriva da lì (3 milioni di tonnellate). "Nell'area danubiana ci sono i principali partner ed è un'area in crisi. Abbiamo riduzioni di produzione soprattutto in Romania e nel Nord della Bulgaria. Cali anche superiori al 75%. In Ungheria e nella principale area di produzione serba i cali sono del 31%".

 

Guardando all'Unione Europea, si sono persi 1,3 milioni di ettari in quattordici anni. L'unica a crescere in maniera consistente è la Polonia. La produzione nel 2025 si è attestata su 57,7 milioni di tonnellate, in calo nuovamente di 1 milione rispetto al 2024. "La Dg Agri - ha commentato Dario Frisio - prospetta una riduzione delle importazioni a livello europeo. Io non sono convinto. Se le produzioni diminuiscono e i consumi restano stabili o si importa o si usano le scorte. Il tasso di autoapprovvigionamento dell'Ue dovrebbe abbassarsi al 74%, nel 2021-2022 era al 90%. Non è solo la maiscoltura italiana quindi che fatica".

 

Le preoccupazioni di chi coltiva mais

Per la stagione a venire le preoccupazioni per chi coltiva mais non mancano e ci sono alcuni fattori da considerare per quanto riguarda la redditività della coltura. Sul fronte dei prezzi e dei costi ci sono alcune variabili cui fare attenzione, secondo il professore Dario Frisio. L'incognita urea pesa molto, negli ultimi vent'anni il prezzo reale dell'urea è cresciuto più di quello del mais, con la conseguenza di erodere i margini, già risicati.

 

"Non siamo autosufficienti nella produzione di fertilizzanti, con la crisi russa molti impianti europei hanno chiuso. Va poi considerato il divieto dal 2028 per l'urea in Pianura Padana che preoccupa, in più l'Italia importa soprattutto da Egitto, Algeria e Russia, tutti Paesi che sono interessati dal Carbon Border Adjustment Mechanism (Cbam)". (Guarda il reel che abbiamo realizzato sul tema).

 

Il Cbam è solo parzialmente entrato in vigore ed è un Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere introdotto dall'Ue per tassare i prodotti importati da Paesi extra Ue che hanno standard di emissioni di CO2 meno rigidi di quelli europei. Il Cbam minaccia quindi di far alzare il prezzo dell'urea. Da tenere sotto controllo c'è poi il cambio dollaro euro.

 

"Occorre fare attenzione ai tassi di cambio - ha detto Frisio - da gennaio 2025 il dollaro è stato svalutato di oltre il 10% e ciò modifica gli scambi commerciali. Il mercato di riferimento per i prezzi infatti continua ad essere quello americano". In altre parole la svalutazione del dollaro può rendere più conveniente per gli acquirenti comprare mais all'estero, il prezzo del mais di fatto potrebbe subìre una spinta al ribasso.

 

Le leve secondo il professore Frisio per tentare di risollevare le sorti del mais italiano e per provare a rendere ancora conveniente coltivarlo sono le seguenti: innovazione varietale con varietà a taglia bassa e con l'utilizzo delle Tecniche di Evoluzione Assistita (Tea) per ottenere ibridi più resistenti e capaci di affrontare il cambiamento climatico; agricoltura di precisione che però richiede nuove soluzioni gestionali e una dimensione aziendale sufficiente; reti d'impresa per mettere in relazione i singoli operatori della filiera con il mondo della ricerca e fare arrivare l'innovazione fino ai campi.

 

"Ci sono diverse strade che consentono di migliorare l'efficienza del sistema italiano" ha detto concludendo il professore Dario Frisio. "L'agricoltura di precisione ha bisogno di economie di scala e richiede nuove soluzioni non solo agronomiche, ma anche gestionali. Le reti d'impresa servono a mettere in relazione. Da soli non si va da nessuna parte".