Partendo da Aosta si sale al Colle del Gran San Bernardo e da lì si scende a Martigny, nella Svizzera di lingua francese. Il tutto nel volgere di 75 chilometri. La località svizzera, oltre a essere incantevole in ottica turistica, è stata anche sede di Agrovina, "luogo di incontro internazionale ufficiale per tutti i professionisti dei settori dell'enologia, della viticoltura e dell'arboricoltura".
Tra le novità di spicco emerse durante la kermesse, ve ne sono sette che meritano attenzione da parte del mondo produttivo vitivinicolo, incluso quello italiano: Agroscope, entità di ricerca della Confederazione elvetica, ha infatti annunciato la registrazione di sette nuovi vitigni che mostrano significativi livelli di resistenza verso alcune patologie chiave della vite come oidio e peronospora.
I magnifici 7
Ci sono voluti oltre quindici anni di lavoro, ma alla fine la selezione genetica ha portato alla nascita e alla registrazione di sette vitigni, ossia Forisia, Elaris, Orellis, Damona, Valpesia, Dioniso e Taranis. I primi quattro sono a bacca bianca, gli ultimi tre a bacca rossa. Ciò che li accomuna, però, è l’elevata resistenza a peronospora e oidio, mantenendo al contempo ottime qualità enologiche, per lo meno stando a quanto dichiarato dai ricercatori.
Piramidi virtuose
La tecnica utilizzata dai ricercatori è nota come "gene pyramiding", capace di integrare molteplici geni di resistenza. In tal modo le nuove varietà beneficiano di una protezione duratura, aggiungendo al contempo anche bassa suscettibilità a botrite e black rot. I geni delle resistenze sono stati ricavati da varietà di vite americane (Vitis rupestris, Vitis aestivalis, Vitis rotundifolia) e asiatiche (Vitis amurensis).
Trattamenti: dall'80 al 90% in meno
Stando ai risultati in campo, condotti in Svizzera e Francia, le sette varietà hanno necessitato di molti meno trattamenti fitosanitari rispetto a quelle convenzionali, facendo registrare una riduzione delle applicazioni fino all’80–90%.
Saggiamente, però, i ricercatori raccomandano comunque un paio di interventi annui, poiché questi ultimi possono concorrere ad arginare le sempre possibili evoluzioni dei patogeni tali da metterli in grado di eludere le resistenze stesse. Inoltre, le patologie della vite non si limitano alle quattro sopra menzionate. Quindi qualche trattamento va pur fatto anche contro quelle verso le quali nemmeno i nuovi vitigni sono resistenti.
La genesi dei nuovi vitigni
No: non sono Ogm. Anche se tale puntualizzazione serve solo a prevenire le usuali grida indignate delle frange più retrograde in materia di genetica agraria.
Agroscope ha infatti collaborato con l’Inrae francese incrociando fra loro, come detto, varietà europee, americane e asiatiche. Un po' quello che fece l'italiano Nazareno Strampelli quando incrociò varietà di grano molto lontane per areali di coltivazione, con l'italiana Rieti che vide i propri geni mescolarsi con quelli della varietà olandese Wilhelmina Tarwe e della giapponese Akakomugi. Ardito, questo il nome della nuova varietà, aveva ereditato la resistenza alle ruggini da Rieti, la precocità di Wilhelmina Tarwe e la bassa taglia da Akagomugi.
Ora il lavoro di incroci e pazienza ha portato alla nascita di sette varietà di vite resistenti a più malattie fungine. Il tutto, sempre stando ai ricercatori, mantenendo integre le qualità organolettiche dei vini che ne derivano. I viticoltori dovranno però avere anch'essi un po' di pazienza, poiché le prime piante saranno disponibili per il mercato a partire dal 2029.
Forse, ricorrendo più generosamente alle moderne tecniche di genome editing è probabile che invece di 15 anni ce ne sarebbero voluti meno. Purtroppo, però, nell'Europa del conservatorismo più ottuso continua a non piacere l'idea di usare l'aereo per andare in America, insistendo nel prediligere il più romantico ma ben più lento vaporetto. Qualche spiraglio alle tecniche di evoluzione assistita pare che ora sia giunto all'orizzonte, ma è ancora presto per cantare vittoria.
In un futuro lontano v'è quindi da chiedersi cosa penseranno le generazioni a venire dell'oscurantismo scientifico attuale, figlio dei molti, troppi oscurantismi del tutto simili che hanno zavorrato lo sviluppo dell'Umanità anche in passato.
Denominazioni: sì o no
Una questione non da poco riguarda l'accettazione da parte dei mercati. Si attendono infatti le posizioni ufficiali dei vari consorzi di tutela, poiché non è detto che le nuove varietà possano essere inserite d'emblée nei disciplinari di produzione al fianco delle varietà storiche, di tipo convenzionale, alla base delle attuali denominazioni. Un punto di domanda, questo, che vale per qualsiasi tecnica di miglioramento che rimescoli i geni di varietà completamente differenti fra loro, oppure ne modifichi solo alcuni con le forbici molecolari.
Il cambiamento nei secoli: filosofi a confronto
A favore delle Tea e delle nuove varietà di vitigni si sarebbe forse espresso Eraclito di Efeso, noto per il concetto di pánta rheî, ossia "tutto scorre". Il filosofo pre-socratico sosteneva infatti l'idea per la quale la realtà sia in continuo movimento e trasformazione. Purtroppo per lui, Eraclito era noto anche con il soprannome di "Oscuro" a causa dello stile filosofico a tratti enigmatico, espresso sovente in forma di aforismi e con toni che tendevano all'oracolare. A conferma che il modo di comunicare faceva grandi differenze anche allora.
Per contro, Eraclito avrebbe dovuto discutere a lungo con Parmenide di Elea che invece sosteneva l'immutabilità dell'Essere, da lui ritenuto unico, eterno, immobile, quindi in piena contrapposizione al divenire eracliteo. Il filosofo nato nell'attuale Cilento, non lontano da Salerno, sosteneva infatti come i mutamenti del mondo fisico siano solo illusori. Chi pensasse però di incontrare ancora oggi Parmenide a passeggio lungo le sponde del fiume Sele, sarà meglio ci rinunci, poiché a dispetto delle sue idee sull'immutabilità dell'Essere anch'egli invecchiò e morì, tornando nell'eterno ciclo della vita in cui tutto cambia e tutto si trasforma.
Chissà poi in tempi più recenti cosa avrebbe pensato Giordano Bruno dei nuovi vitigni svizzeri, prima di morire sul rogo dell'Inquisizione per la grave colpa di aver concepito l'idea di un universo infinito, in costante trasformazione. E magari Antoine Lavoisier non pensava né a Eraclito, né a Giordano Bruno quando pronunciò la propria legge secondo la quale "nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma". Ossia il principio di conservazione della materia attraverso il suo stesso cambiamento.
Pensieri quindi molto alti quelli che si scontrano, si fondono, cercando punti in comune senza mai trovarli, sebbene siano tutto sommato fra loro più vicini e semplici di quanto si pensi. Anche per le varietà di vino.
Accettare il cambiamento adeguandosi ad esso
Ovviamente, nulla sapevano i grandi pensatori del passato di Doc e Docg. I vini che bevevano loro, infatti, erano molto diversi dagli attuali sotto molteplici aspetti. Si auspica quindi che gli attuali consorzi di tutela applichino alle innovazioni genetiche una buona dose di flessibilità, pur nel rispetto delle caratteristiche organolettiche dei loro vini. Altrimenti, con buona pace di Parmenide, potrebbe rivelarsi difficile parlare di sostenibilità dell'attuale viticoltura convenzionale quando invece di fare due trattamenti si deve continuare a farne quindici.




















