La nutria è un animale non originario dell'Italia che si è insediato stabilmente in tutta la Pianura Padana, favorito da un clima mite e dall'abbondanza di corsi d'acqua. Questo roditore, che si riproduce velocemente, arreca danni diretti alle colture, ma causa anche moltissimi problemi alle infrastrutture idriche, andando a scavare le proprie tane, lunghe anche diversi metri, all'interno degli argini dei fiumi e dei canali. Per questo motivo l'animale, considerato specie da eradicare, è oggetto di piani regionali volti al suo controllo che prevedono la cattura e l'abbattimento.

 

Ogni regione ha adottato una propria strategia e nel 2025 il Veneto ha deciso di affidare il controllo della nutria ai Consorzi di Bonifica che, essendo enti che operano a diretto contatto con il territorio e con le infrastrutture idrauliche, dovrebbero essere più adatti ad affrontare l'annoso problema. In questo contesto abbiamo incontrato il presidente e il direttore generale del Consorzio di Bonifica Adige Po, che amministra il territorio del Polesine (ad esclusione del Delta del Po).

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Quanto pesa la nutria sul Polesine: colture, argini e sicurezza

Il Consorzio di Bonifica Adige Po, che opera soprattutto in provincia di Rovigo, gestisce circa 120mila ettari e una rete di circa 1.700 chilometri di canali in gran parte a cielo aperto. Qui l'equilibrio è fragile per definizione: circa il 40% del territorio è sotto il livello del mare e l'acqua viene governata con impianti di sollevamento meccanici.

 

In un contesto del genere, le gallerie scavate dalle nutrie sulle sponde e nelle arginature diventano un acceleratore di rischio. Come spiega Marco Volpin, direttore generale del Consorzio di Bonifica Adige Po, le tane provocano smottamenti sia lungo i canali arginati (dove si teme il cedimento dell'argine) sia nei canali incassati, dove le sponde possono collassare. Il problema si amplifica quando lungo i canali insistono strade: in quel caso il danno non è solo idraulico, ma riguarda anche la sicurezza stradale.

 

Roberto Branco, presidente del Consorzio di Bonifica Adige Po, insiste su un aspetto spesso sottovalutato: anche un singolo collasso può comportare costi elevatissimi tra ripristini, urgenze e messa in sicurezza. E gli agricoltori, oltre ai problemi infrastrutturali, continuano a pagare il conto dei danni diretti alle colture.

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Il piano del Consorzio per il controllo della nutria

Nell'ambito della normativa regionale, il Consorzio di Bonifica Adige Po ha deciso di varare un piano esecutivo integrato, che metta in campo tutti gli strumenti disponibili. L'idea di fondo la sintetizza Branco: il Consorzio non nasce per occuparsi di fauna selvatica, ma è un ente che presidia quotidianamente un territorio vasto e può "fare sintesi" tra attori diversi, dagli agricoltori alle amministrazioni locali.

 

Nel Polesine, spiega Branco, esiste un patrimonio umano che negli anni si è in parte "spento": in vent'anni di piani sono stati formati migliaia di operatori (tra cacciatori e agricoltori) e sono state distribuite gabbie per il trappolaggio. "Molti però si sono progressivamente disimpegnati perché si sono sentiti abbandonati tra burocrazia, gestione pratica e assenza di una filiera chiara per il dopo cattura".

 

È qui che entrano in scena nuove figure professionali, incaricate dal Consorzio, che non sostituiscono i volontari, ma li rendono realmente operativi. In pratica, questi tecnici di supporto dovranno fornire le trappole e fare formazione agli agricoltori e gestire la logistica, a partire dal ritiro dei capi non smaltiti in loco.

 

Il ruolo dei cacciatori

I cacciatori hanno sempre avuto un ruolo importante nella gestione della nutria, ma è difficile trovare disponibilità stabile e numericamente adeguata. C'è poi un tema motivazionale: "la nutria non ha appeal venatorio come altre specie e l'attività implica anche operazioni poco gradite, come il recupero di carcasse in acqua, la gestione dei registri, il rispetto di tempi e vincoli", spiega Roberto Branco. "Il risultato è che il fucile resta uno strumento importante, ma collocato dove la numerosità è alta e serve un intervento rapido".

 

Ai selecontrollori, operatori in possesso del porto d'armi e del patentino regionale per il contenimento della specie nutria, viene dato un rimborso per ogni uscita effettuata, sulla base dei chilometri percorsi e sulle cartucce utilizzate. Inoltre, nell'ambito della convenzione con la Regione Veneto, che però deve ancora essere attivata, sarà possibile rimborsare anche alcune spese sostenute, come assicurazione e tassa d'iscrizione all'Ambito Territoriale di Caccia (Atc).

 

Un'app per coinvolgere i cittadini e snellire la burocrazia

Il Consorzio ha arricchito la sua app aggiungendo una sezione in cui è possibile segnalare la presenza di nutrie. Serve a coinvolgere la popolazione e, soprattutto, a capire dove il problema è percepito e dove si concentra.

 

Due schermate dell'app sviluppata dal Consorzio di Bonifica Adige Po

Due schermate dell'app sviluppata dal Consorzio di Bonifica Adige Po

(Fonte foto: Consorzio di Bonifica Adige Po)

 

Il secondo tassello è in costruzione e punta a essere decisivo per far rientrare i volontari nel sistema: una piattaforma Gis e un flusso digitale per gestire posizionamento delle trappole, geolocalizzazione degli abbattimenti e tracciamento dei risultati. Oggi la compilazione dei registri è spesso un deterrente perché richiede tempo e attenzione: l'obiettivo dichiarato è semplificare fino al "basta un click", riducendo attriti burocratici e migliorando la qualità del dato.

 

"In prospettiva, avere dati omogenei significa anche poter fare ciò che fino a oggi è mancato: collegare interventi e risultati a indicatori di danno (smottamenti, ripristini, criticità idrauliche, segnalazioni), per spostare la discussione dal numero di capi abbattuti ai danni evitati", sottolinea Marco Volpin.

 

Una questione (anche) di soldi

Sul fronte economico il Veneto ha messo in campo 500mila euro l'anno per tre anni, distribuiti sul territorio: al Consorzio di Bonifica Adige Po, per il 2025, sono arrivati circa 109mila euro. Il Consorzio ha però l'ambizione di arrivare 350mila euro l'anno, integrando il finanziamento con risorse proprie e degli altri enti territoriali. Branco sottolinea un passaggio politico non banale: gran parte della contribuenza consortile è agricola, quindi sono ancora una volta gli agricoltori a mettere risorse sul tavolo. Per questo, dice, l'obiettivo deve essere dimostrare che con un sistema diverso si può ottenere un risultato misurabile.

 

Nel modello basato solo su attività venatoria con rimborsi e gestione completa delle carcasse, Roberto Branco stima che si possa arrivare rapidamente a 15-20 euro a nutria considerando smaltimento, premi e rimborsi. A questi livelli, passare da 30mila capi abbattuti all'anno a 60mila, obiettivo del progetto, diventa economicamente non sostenibile. Ecco perché il Consorzio punta sui volontari e su personale di supporto.

 

Anche perché le risorse più ingenti serviranno nei primi anni, quando si dovrebbe ridurre drasticamente il numero delle nutrie. Successivamente si passerà ad una fase di mantenimento, con trappole e monitoraggio per intercettare eventuali ritorni e impedire che la pressione risalga.

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