Il battage mediatico, pressoché continuo, sui residui nei cibi è il principale responsabile dell'apprensione popolare circa la sicurezza degli alimenti stessi per la salute.

A poco sono serviti i reiterati pareri rassicuranti di Efsa, anzi. Sul tema dei multiresidui si è addirittura lanciato il progetto MixTox, al fine di individuare eventuali problemi derivanti dalla contemporanea presenza di differenti sostanze attive differenti sugli alimenti. Il tutto poggia su alcuni casi riportati in bibliografia in cui si sarebbero evidenziate interazioni nocive fra sostanze diverse: in un caso l'assunzione contemporanea di statine anticolesterolemiche e di succo di pompelmo, in altri la melamina è stata protagonista insieme all'acido urico nella formazione di calcoli renali.

Ciò è avvenuto in condizioni ovviamente differenti rispetto al caso dei residui sugli alimenti. Le statine vengono assunte a dosi conformi alla posologia, cioè efficaci nel generare un effetto. Il succo di pompelmo lo si beve a bicchieri interi, non a millilitri. Stessa cosa per la melamina. Per realizzarsi i calcoli renali è stato necessario assumere la sostanza molto al di sopra delle dosi giornaliere raccomandate dall'Oms pari a 0,2 mg/Kg di peso corporeo. Nei casi riportati i pazienti erano stati sottoposti a livelli dalle 40 alle 120 volte tali limiti.

Va da sé che il profilo residuale sui cibi stalla forse a qualche ordine di grandezza al di sotto di tali situazioni. Quindi si auspica che il progetto MixTox possa fare ulteriore chiarezza sul tema.

Però c'è un aspetto che si teme non verrà mai valutato tramite appositi progetti, né che verrà mai abbastanza sviscerato dai media, ovvero la presenza di sostanze nocive naturali negli alimenti. Le piante stesse producono infatti i propri stessi "pesticidi", come pure possono contenere sostanze potenzialmente cancerogene.

Senza arrivare a scomodare le diverse micotossine, molecole tossiche e cancerogene presenti sì negli alimenti ma per via di proliferazioni "naturali" di microrganismi, più volte sono stati citati safrolo e metil eugenolo, il primo contenuto in diverse spezie, come la noce moscata per esempio, il secondo nel basilico. Sono entrambi possibili cancerogeni, in classe 2B della Iarc al pari, tanto per dire, di folpet.

Il tutto, pensando che mentre di residui se ne ingerisce nell'ordine dei milligrammi l'anno, nel caso delle molteplici sostanze nocive naturali se ne ingeriscono "n" volte di più. Un computo impossibile da realizzare con precisione, vista la molteplicità di tali sostanze attive e la presenza variabile nei diversi alimenti quanto a contenuti.
 

Grammi contro milligrammi

Una stima approssimativa di tale esposizione alimentare l'ha effettuata Bruce Ames, uno dei padri della moderna tossicologia, il quale ha stimato che tali sostanze siano circa 10mila volte più abbondanti nei nostri piatti delle molecole inventate dall'uomo per proteggere le colture.

Quel tentativo di calcolare gli input naturali, ma nocivi, con la dieta risale ormai a 29 anni fa. Ames e il suo gruppo stimarono allora che gli americani assumano una media di 1,5 grammi di "pesticidi" vegetali, ma non all'anno: al giorno. Un dato impressionante, visto che stalla circa 2-3mila volte al di sopra di quanto si possa supporre ingerisca di residui un comune cittadino nel medesimo lasso temporale. Secondo Ames, questi ammonterebbero infatti a centesimi di milligrammo al giorno. Forse un po' ottimistica come stima, quella del biochimico americano, potendo in realtà ipotizzare una presenza di residui nei piatti degli Italiani compreso fra le decine e le centinaia di milligrammi l'anno.

Ames andò però anche oltre, cercando di valutare la potenziale cancerogenicità di numerose sostanze naturali in caso fossero somministrate alle cavie secondo le modalità con cui si testano gli agrofarmaci. Sorpresa: circa la metà delle molecole risultò cancerogena in diversi ordini e gradi. Del resto, se si alzano le dosi senza porsi altro limite se non la morte delle cavie – cosa che avviene nei laboratori con gli agrofarmaci in corso di valutazione – prima o poi qualche tumore può saltare fuori anche con molecole "insospettabili".

Purtroppo, per la cancerogenicità vale l'approccio "qualitativo" anziché "quantitativo", cioè quello che vuole sia la dose a fare il veleno. Non esiste cioè un Acceptable daily intake per la cancerogenicità. Se una molecola si dimostra cancerogena viene classificata tale indipendentemente dalle dosi alle quali gli effetti si sono manifestati.

Chissà quindi cosa succederebbe se un domani sugli alimenti venissero apposti i pittogrammi che accompagnano le confezioni degli agrofarmaci: punti esclamativi, o finanche omini col petto che esplode, potrebbero essere molto più frequenti di quanto si creda su confezioni di pasta, ortofrutta e alimenti conservati.

Eppure, nonostante la natura abbia seminato molecole per noi tossiche e cancerogene in una molteplicità di cibi, pare che alla fine di grandi danni all'umanità non ne abbia fatti. Anzi: l'aspettativa di vita è cresciuta proporzionalmente alla disponibilità di cibo.

Forse perché il veleno più terribile e letale che ci sia, si chiama "fame".
"La tossicologia spiegata semplice" è la serie di articoli con cui AgroNotizie intende fornire ai propri lettori una chiave di lettura delle notizie allarmanti sul mondo agricolo in generale e su quello fitoiatrico in particolare.

Perché la tossicologia, in fondo, è più semplice da comprendere di quanto sembri.