Il futuro della Pac a 360 gradi

Che Politica agricola comune ci dobbiamo aspettare? Se ne è parlato nel corso di un webinar organizzato dall'Accademia dei Georgofili dove sono stati presi in considerazione temi chiave come la digitalizzazione, la sicurezza alimentare e i pagamenti diretti

Matteo Bernardelli di Matteo Bernardelli

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'Per una Pac al futuro: tra transizione e cambiamento': affrontare il futuro della Politica agricola comune (Foto di archivio)
Fonte foto: © Rustamank - Adobe Stock

Ci voleva l'Accademia dei Georgofili per affrontare il futuro della Politica agricola comune nella sua essenza, plasticamente sintetizzata negli obiettivi istitutivi del Trattato di Roma del 1957 (incrementare la produttività; assicurare un tenore di vita equo alla popolazione agricola; stabilizzare i mercati; garantire la sicurezza degli approvvigionamenti; assicurare prezzi ragionevoli ai consumatori), senza cadere nella banalità e senza abusare del concetto di sostenibilità.

A dirigere i numerosi e qualificati interventi del webinar "Per una Pac al futuro: tra transizione e cambiamento" sono stati i professori Alessandro Pacciani, presidente di Gaia, il Centro di studio sull'organizzazione economica dell'agricoltura e sullo sviluppo rurale dell'Accademia dei Georgofili di Firenze e Daniela Toccaceli dell'Università di Firenze e direttrice di Gaia.

"I prossimi mesi saranno fondamentali per chiudere, già sotto la presidenza portoghese di questo primo semestre del 2021 i triloghi fra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo". Lo ha detto l'onorevole Paolo De Castro, georgofilo e componente della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo. È proprio De Castro che sintetizza alcuni aspetti fondamentali del disegno di riforma, che entrerà in vigore a partire dal primo gennaio 2023.
 
"Rispetto al disegno iniziale - ha precisato De Castro - abbiamo evitato una rinazionalizzazione della Pac; avremo una grande flessibilità, certo, ma non sarà data carta bianca agli Stati membri, con il rischio di avere soluzioni disomogenee".
"Scomparirà il greening - ha illustrato - sostituito dall'ecoschema. Il Parlamento Ue aveva chiesto che l'ecoschema incidesse per il 30% sugli aiuti diretti, mentre la Commissione aveva chiesto, invece, che pesasse per il 20%. Le regioni continueranno ad avere un ruolo nella programmazione dello sviluppo rurale e nella costruzione dei singoli piani, in dialogo con la Commissione e sarà mantenuto un Quadro finanziario nazionale a vasi comunicanti, con un bacino nazionale autorizzato a ripartire le risorse non spese da alcune regioni verso quelle più virtuose e con maggiore capacità di spesa".

Per il biennio 2021-2022 l'Italia, tra Recovery plan e Next generation EU potrà contare su una dotazione finanziaria proveniente dall'Europa pari a 1,2 miliardi di euro e, se il paese dovesse decidere per il cofinanziamento integrale, le risorse disponibili per gli agricoltori raddoppierebbero a 2,4 miliardi. "L'impostazione di spesa - ha reso noto Paolo De Castro - vedrà il 55% dei fondi destinato agli investimenti e ai giovani, la restante parte riguarderà i temi ambientali".
Da De Castro è giunta anche la doverosa precisazione che "le due strategie From farm to fork e Biodiversity, contenute nel Green deal, sono appunto strategie, cioè comunicazioni, e non atti legislativi".
 
Nel disegno della Pac 2023-2027, ha rassicurato l'europarlamentare, "la componente di gestione del rischio sarà rafforzata, così da garantire agli agricoltori maggiori strumenti per gestire l'incertezza dei mercati e le incognite dei cambiamenti climatici, così come saranno implementati gli aiuti per consolidare le organizzazioni commerciali".
Qualora la barra degli strumenti fosse fuori fuoco rispetto alla rapida evoluzione dell'agricoltura, non si attenderà troppo tempo per riformulare i necessari correttivi. "L'orientamento della Commissione Ue è quello di accelerare con una revisione di medio termine della Pac, ipotizzata nel 2025".

Nei prossimi mesi, inoltre, l'Europa affronterà la questione dell'etichettatura nutrizionale che, per l'Italia, ha ricordato De Castro, "deve essere informativa e non condizionante. Quindi, no al Nutriscore a semaforo proposto dalla Francia, ma un sistema che informi correttamente", magari nel rispetto della dieta mediterranea.
Parallelamente all'Europa, anche l'Italia ha avviato un dibattito interno, coinvolgendo istituzioni e stakeholder, così da condividere una strategia nazionale. Lo ha ribadito Alessandro Monteleone del Crea-Mipaaf.

Gli esiti di tali analisi, ha specificato Monteleone, "sono sfociati nelle raccomandazioni dell'Unione europea per il piano strategico della prossima Politica agricola comune. La sfida ora è quella di mettere in pratica le opportunità delineate dalla strategia nazionale, prevedendo una maggiore equità negli aiuti diretti e superando l'attuale meccanismo legato ai titoli, assegnando una corretta attenzione all'architettura verde e agli ecoschemi", relativamente ai quali Monteleone si è chiesto se si debba adottare una formula uguale per tutti "oppure se si possono immaginare ecoschemi per il biologico, per la riduzione dei prodotti chimici, per le aree Natura 2000, per le zone ad alto carico zootecnico e via dicendo".

Allo stesso tempo, "dovranno essere avanzate strategie settoriali e di riorganizzazione delle filiere, formule di gestione del rischio in agricoltura, magari introducendo l'ipotesi di un fondo mutualistico nazionale efficiente. Dovranno essere inoltre colte le opportunità legate alla digitalizzazione e alla transizione ecologica, alla sicurezza e alla qualità alimentare ripensando a una politica del cibo, al lavoro e a un nuovo modello di sviluppo locale". Monteleone è convinto anche che il modello italiano non possa che essere "regionalizzato, magari migliorando le strategie nazionali e territoriali attraverso un nuovo dialogo".

Ma quella che entrerà in vigore nel 2023, che Pac sarà? Una Pac del futuro o una politica agricola ispirata al presente? Lo ha chiesto il professor Franco Sotte (Università di Ancona), per il quale servirebbe "una Pac integrata alle altre politiche europee come ambiente, lavoro, concorrenza".
Critica la posizione del professor Sotte relativamente a una visione della Pac "ispirata ancora al pagamento per ettaro: è dunque una rendita, che è il maggiore nemico del profitto e dell'impresa. Sarebbe auspicabile, al contrario, rafforzare il Secondo pilastro legato allo sviluppo rurale, più idoneo a declinare la visione ambientale".

Una posizione non condivisa dal professor Angelo Frascarelli dell'Università di Perugia, secondo il quale gli strumenti dei pagamenti diretti svolgono un'azione uniforme in tutta Europa a vantaggio della produzione agricola, chiedendo comunque in cambio agli imprenditori agricoli il rispetto di standard ambientali.
Il professor Ferdinando Albisinni ha posto l'attenzione su alcune "dimenticanze" della Politica agricola comune, "in passato laboratorio straordinario nella quale si ridisegnavano i rapporti tra paesi".
"Manca completamente - è la puntuta osservazione di Albisinni - una semplificazione, che al contrario sarebbe auspicata e necessaria".
Anche "la posizione dell'agricoltore attivo, esclusivamente rapportata al reddito, appare riduttiva e penalizzante, soprattutto in paesi come l'Italia, dove il 60-70% dei percettori della Pac si colloca al di sotto dei 5mila euro".
È assente - e questo segnale preoccupante è emerso ancora più prepotentemente con la crisi pandemica - una visione legata alla sicurezza alimentare, invece strategica.

Per compiere un salto di qualità in avanti, secondo il professor Pietro Pulina dell'Università di Sassari, "è importante potenziare l'economia circolare come soluzione ai cambiamenti climatici in atto e nella gestione delle filiere e dei rifiuti/scarti".

Il merito del convegno organizzato sotto la forte spinta del presidente dell'Accademia dei Georgofili, Massimo Vincenzini, è anche quello di affrontare gli aspetti della digitalizzazione senza incorrere in visioni semplicistiche o parziali. Lo ha testimoniato il professor Gianluca Brunori dell'Università di Pisa, per il quale "sarà indispensabile lavorare su un concetto di digitalizzazione sostenibile, che non genera disuguaglianze e non penalizza i differenti modelli di agricoltura", evidenziando allo stesso tempo che "senza banda larga non può avvenire una transizione digitale".

La Politica agricola comune del futuro "dovrà consentire alle imprese agricole di rafforzare le proprie strutture, sostenendo una concentrazione dell'offerta", come raccomandato dal professor Giulio Malorgio, presidente di Sidea.
Per alcuni aspetti, è convinto il professor Fabian Capitanio dell'Università Federico II di Napoli, potrebbe essere necessaria una rivoluzione copernicana. "Abbiamo bisogno di ricerca per superare il fallimento dell'intervento pubblico - ha ammonito - e la stessa gestione del rischio in agricoltura non può essere affrontata con un unico strumento, come quello delle polizze assicurative, inefficaci per gestire gli choc di mercato. Allo stesso tempo, servirà tenere conto del rapporto fra banca e impresa, sempre più inscindibile in un approccio multidisciplinare".

Affrontando il tema specifico dei pagamenti diretti, nella prossima Pac interpretati anche in chiave di sostenibilità e con una nuova architettura verde, il professor Angelo Frascarelli si è addentrato nelle possibilità di declinazione delle risorse legate al Primo pilastro (pagamenti diretti). "Si potrà adottare un'erogazione dei fondi senza titoli per tutta l'Italia oppure con la scelta senza titoli, ma con una differenziazione territoriale o, terza ipotesi, mantenendo i titoli", ha indicato Frascarelli.
Uno dei compiti al quale dovrà rispondere il legislatore nell'architettura della nuova Pac, individuato dal professor Eugenio Pomarici dell'Università di Perugia, "sarà quello di individuare settore per settore delle strategie nazionali, così come sarà fondamentale favorire una semplificazione normativa e declinare la sostenibilità anche nelle produzioni Dop e Igp", come dichiarato dal professor Andrea Marescotti dell'Università di Firenze.

Nell'evoluzione della Politica agricola comune e, più ampiamente, di un'agricoltura meno orientata alla produzione e più attenta all'ambiente, ha concluso il professor Luigi Costato, emerito dell'Università di Ferrara, "la questione della sicurezza alimentare dovrà rimanere, comunque, in primo piano. La Fao nel 2019 ci ha segnalato che le scorte di commodity disponibili sono pari a circa quattro mesi di vita dell'uomo e di alcuni animali sulla terra: è troppo poco, se pensiamo che 800 milioni di persone non hanno i soldi per comprare il cibo e vivono ai margini".
 

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Fonte: Agronotizie

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Tag: pac georgofili politica agricola webinar

Temi caldi: Pac 2021-2027

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