Pratichi agricoltura biologica, ma sei sicuro di usare i semi giusti?

 

Per anni, nel bio, sono mancate varietà sviluppate appositamente per crescere e produrre bene in assenza di input chimici. Si è fatto ricorso a varietà convenzionali in deroga selezionate per sistemi ad alto input, poco adatte a contesti agroecologici e caratterizzate da una maggiore sensibilità agli stress.

 

Ma dal 1° gennaio 2022, oltre ai cosiddetti grani antichi regionali, oggi è possibile utilizzare e commercializzare il materiale eterogeneo biologico (Meb), cioè sementi che non sono varietà uniformi ma popolazioni di individui geneticamente e fenotipicamente diversi il cui punto di forza è l'elevata biodiversità.

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Il materiale eterogeneo biologico può essere ottenuto attraverso diverse tecniche come, per esempio, l'incrocio di più tipi diversi di materiale parentale, riunione della progenie, risemina ripetuta ed esposizione dello stock alla selezione naturale e/o umana. Si tratta in questo caso di popolazioni evolutive i cui individui non solo si incrociano, ma interagiscono attivamente con l'ambiente e, con il tempo, si adattano alle condizioni locali e agli stress biotici e abiotici.

 

In sostanza, stiamo parlando di miscugli di varietà che evolvono in campo, adattandosi anno dopo anno all'ambiente in cui crescono. Come funziona nella pratica? In una determinata annata alcune piante della popolazione possono rispondere positivamente alle condizioni ambientali e quindi produrre più semi ed aumentare nella generazione successiva. Altre invece saranno meno performanti e potranno diminuire (restando "in panchina", pronte a tornare utili se e quando le condizioni cambieranno) o scomparire del tutto.

 

Un meccanismo semplice, quello della selezione naturale, che diventa estremamente attuale in un contesto di forte instabilità climatica: se non sappiamo come cambierà il clima, saranno le piante ad adattarsi anno dopo anno.

 

I vantaggi possono essere molteplici e riguardano, per esempio, la maggiore resilienza della coltura e dell'intera azienda agricola e la riduzione dei costi di gestione per infestanti e malattie.

 

In Italia le popolazioni evolutive non sono una novità recente. Sono arrivate nel 2010 grazie al progetto europeo Solibam (Strategie per il miglioramento genetico e tecniche produttive innovative per l'agricoltura biologica e a basso impatto). Da lì partirono le prime distribuzioni sperimentali di seme: una ventina di chili di frumento tenero furono affidati a 3 agricoltori provenienti da Toscana, Sicilia e Puglia. Oggi, a distanza di oltre 10 anni, questi agricoltori coltivano ancora quella popolazione evolutiva che nel tempo si è adattata in maniera specifica ai singoli areali di coltivazione, ma mostrando anche qualche caratteristica in comune: minore presenza di infestanti, campi puliti e farine dal profilo organolettico e nutrizionale apprezzato anche da chi ha intolleranze alimentari.

 

In questo articolo abbiamo deciso di intervistare 2 pionieri italiani nella coltivazione di popolazioni evolutive: Giuseppe Li Rosi, agricoltore siciliano, e Rosario Floriddia, agricoltore toscano.

 

Dopo di loro le popolazioni evolutive si sono diffuse in tutta Italia. Un esempio è quello del Veneto, dove la Cooperativa El Tamiso, in provincia di Padova, coltiva una popolazione di frumento tenero che nel tempo ha preso il nome di Furat. Per raccontare l'esperienza veneta abbiamo intervistato Franco Zecchinato agricoltore ed ex presidente della Cooperativa.

 

Miglioramento genetico evolutivo e popolazioni

Come nascono le popolazioni evolutive? Su AgroNotizie® ne abbiamo già parlato con il genetista Salvatore Ceccarelli che per decenni ha lavorato nei Paesi del Medio Oriente e del Mediterraneo cercando di gestire in campo lo stress idrico e la siccità.

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Il miglioramento genetico evolutivo è un approccio agroecologico alla selezione delle piante, basato su un principio semplice ma potente: la diversità genera adattamento. Una strategia che lavora contro l'uniformità, tipica delle colture moderne, selezionate per essere geneticamente omogenee e che, di conseguenza, sono più vulnerabili ai cambiamenti climatici e alle malattie.

 

Il metodo consiste nella creazione di popolazioni (mescolando il seme di incroci) o di miscugli (mescolando il seme di vecchie varietà e nuove varietà) che vengono seminate e lasciate evolvere sotto la pressione selettiva dell'ambiente, delle pratiche agronomiche e delle preferenze locali.  

 

Le popolazioni evolutive si adattano gradualmente al cambiamento climatico senza bisogno di previsioni: le piante che resistono meglio a caldo o siccità produrranno più semi e diventeranno dominanti. La biodiversità, inoltre, ostacolerà malattie e insetti, rendendo il sistema meno vulnerabile e meno dipendente da interventi esterni.

 

Secondo Giuseppe Li Rosi: "Le popolazioni evolutive sono come un fluido. Non sono rigide come le varietà moderne, ma è come se prendessero la forma del contenitore cioè il clima, la terra, l'esposizione, l'altitudine, eccetera".

 

L'inizio di tutto: le voci dei pionieri delle popolazioni evolutive in Italia

Popolazioni evolutive e Meb in Sicilia: l'iniziativa "Adotta un campo di grano"

L'agricoltore siciliano Giuseppe Li Rosi, della provincia di Enna, è stato tra i primi a ricevere e coltivare la popolazione evolutiva di frumento tenero oggi nota come Furat nella sua azienda, Masseria Pietrapesce. A consegnargliela, quindici anni fa, furono i genetisti Salvatore Ceccarelli e Stefania Grando, di ritorno dalla Siria. Da quel momento ha cominciato a coltivare popolazioni evolutive portando avanti la salvaguardia delle varietà locali e un progetto agricolo e sociale basato su una esperienza di filiera partecipata tra agricoltori, mugnai e pizzaioli gourmet.

 

"La mia è un'azienda cerealicola, ma ho anche degli ulivi e produco legumi che metto in rotazione ai cereali. Sono il custode e il riproduttore di 3 varietà locali siciliane di frumento: Timilia e Perciasacchi (frumento duro) e Maiorca (frumento tenero). Coltivo la popolazione Meb Furat Tenero Li Rosi, composta da circa 2mila varietà che ho sempre lasciato evolvere attraverso la selezione naturale, senza mai intervenire con la selezione umana. Coltivo anche il Meb Terre Frumentarie, anche detto Evoldur, fatto con una decina di varietà e oggi prima popolazione ad essere certificata in Italia. Infine, coltivo la popolazione Angelo, che ancora non è stata dichiarata come Meb, ed è composta da 44 varietà di grani siciliani e incroci", racconta Li Rosi.

 

Campo di popolazione evolutiva di frumento tenero in Sicilia

Campo maturo di Meb Furat Tenero Li Rosi in Sicilia

(Fonte: Giuseppe Li Rosi)

 

Il compito di Giuseppe è quello di riprodurre le sementi, selezionarle, conciarle, certificarle bio, etichettarle con il cartellino rilasciato dal Ministero e venderle.

 

Insieme al Molino Quaglia, in provincia di Padova, Giuseppe Li Rosi ha lanciato l'iniziativa "Adotta un campo di grano": un'idea semplice ma potente perché garantisce la vendita del grano ottenuto da popolazioni evolutive. In questo modo, pizzaioli e chef possono adottare un campo in cui viene coltivato il Furat, pagano in anticipo la farina e ne seguono tutto il percorso, dal seme al piatto. 

 

"Io produco le semente - spiega Giuseppe Li Rosi - gli agricoltori, che oggi non sono solo siciliani ma fanno parte di 9 regioni italiane, coltivano quei semi e il Molino Quaglia acquista tutto il prodotto, lo macina e lo assegna a chi ha adottato il campo di grano, cioè pizzaioli di tutta Italia. In questo modo la parola compravendita cambia e diventa un "esserci messi d'accordo" tra agricoltori, sementieri, mugnai, panettieri, pizzaioli e pasticceri, per prendere una materia prima e portarla a tavola nella maniera più dignitosa possibile". 

 

Giocare al piccolo genetista in Toscana

Se in Sicilia si lascia più spazio all'adattamento spontaneo, nell'azienda agricola Biologica Floriddia in Toscana, Rosario si è cimentato molto anche con la selezione manuale.

 

"Nel 2009 io e mio fratello Giovanni abbiamo deciso, insieme ad altre aziende confinanti, di non seminare più i grani di nuova generazione ma solo grani di vecchie varietà, anche detti autoctoni o antichi - racconta Rosario - Io conoscevo già i miscugli: fino agli anni '70 gli agricoltori e i mugnai mescolavano i semi e le farine per ottenerne quelle più lavorabili e digeribili. La novità della popolazione evolutiva Furat, però, stava nel fatto che non si trattava di un semplice miscuglio di monovarità ma di un miscuglio dato da migliaia di accessioni capaci di evolvere in campo. Adesso nella nostra azienda coltiviamo quasi esclusivamente popolazioni evolutive".

 

Popolazione evolutiva di grano dell'azienda agricola Floriddia

Popolazione di grano tenero e di grano duro Furat Floriddia

(Fonte: Rete Semi Rurali)

 

In tutti questi anni hanno coltivato prevalentemente grano tenero e ora stanno cominciando anche con il grano duro e il farro monococco.

 

Dopo i primi 6-7 anni di acclimatazione, in cui il miscuglio è stato lasciato evolvere senza selezione manuale, è iniziato il lavoro da "piccolo genetista": "Grazie agli insegnamenti del professor Stefano Benedettelli dell'Università di Firenze, e del professor Ceccarelli, ho cominciato a muovermi nei campi di grano tra le piante e a cercare quelle che mi piacevano di più: con tante e belle foglie, con un apparato radicale forte e profondo, con la giusta altezza (non troppo alte per evitare il rischio di allettamento e non troppo basse per evitare che le spontanee prendano il sopravvento) e prive di malattie. Dopo potevo decidere se raccogliere la spiga più bella della pianta più bella e farne una varietà, oppure prendere le spighe di 10, 50, 100 piante e fare un miscuglio adatto al mio terreno e areale".

 

Nell'azienda di Floriddia vendono semi, farine, pane e pasta attraverso un negozio aziendale e altre aziende biologiche con cui hanno fatto un contratto di rete e si scambiano i prodotti. Questo garantisce continuità produttiva e mutualismo.

 

La diffusione delle popolazioni evolutive in altre regioni d'Italia: l'esperienza del Veneto

Nel 2020, la Cooperativa El Tamiso ha seminato per la prima volta la popolazione evolutiva Furat cercando di lavorare in parallelo a come commercializzare e valorizzare il prodotto sul mercato.

 

"Per qualsiasi agricoltore è evidente, prendendo in mano una manciata di grano, che si tratta di tante varietà molto diverse tra loro. Ce ne sono di scure, chiare, grandi e piccole. La popolazione è partita da 2mila varietà", racconta Zecchinato, ex presidente della Cooperativa.

 

Oggi sono al quinto anno di risemina e in questi anni hanno lavorato integrando solo semi locali. Al momento non svolgono una selezione manuale e lasciano che la popolazione si selezioni naturalmente in funzione dell'andamento stagionale e delle caratteristiche tipiche dall'areale. "Noi puliamo la produzione dalla polvere o dalle sementi strane, una parte del raccolto viene riseminato in aziende diverse ma che si trovano sempre nella zona del padovano".

 

Popolazione evolutiva Furat in Veneto

Popolazione evolutiva Furat di frumento tenero coltivato dalla Cooperativa El Tamiso in provincia di Padova

(Fonte: Franco Zecchinato - Cooperativa El Tamiso)

 

Anche alla Cooperativa El Tamiso il grano viene trasformato in pane e pasta artigianali e proposto a un pubblico consapevole. "Fino ad un paio d'anni fa abbiamo gestito un forno a legna dove facevamo il pane utilizzando un lievito madre forte, robusto e rinfrescato anche 3 volte, per aumentarne la carica di lieviti. Ora il nostro pane lo fa un forno professionale in provincia di Vicenza e viene venduto regolarmente al nostro negozio e tramite la vendita diretta al panificio. Anche la pasta ha avuto successo nonostante si tratti di piccole quantità (10-15 quintali). Viene fatta da un pastificio artigianale della zona e siamo riusciti a venderla anche in Olanda", conclude Zecchinato.

 

Come funziona la gestione agronomica di una popolazione evolutiva?

Non serve una gestione agronomica speciale per coltivare un miscuglio evolutivo.

 

Le aziende intervistate seguono pratiche agroecologiche come le rotazioni: "Nella nostra azienda - racconta Floriddia - seguiamo rotazioni biennali con leguminose (trifoglio, sulla, favino, lenticchie, eccetera) e interriamo le trinciature. Se tutto va bene e le leguminose crescono abbondanti non aggiungiamo nemmeno concime organico; le trinciature danno sofficità al terreno e la paglia viene digerita dal suolo grazie ai microrganismi aerobici".

 

Per la gestione delle infestanti e delle malattie, la strategia è ancora più semplice afferma Floriddia: "Anche in questo caso basta una buona rotazione, ma anche che la popolazione abbia la giusta altezza. Per le malattie, a parte la carie che si controlla con la concia del seme, non abbiamo mai avuto grossi problemi fitosanitari".

 

L'altezza conta: in un campo evolutivo il frumento deve superare i 70 centimetri ma restare sotto 1,30 metri per evitare l'allettamento. Piante troppo basse non competono con le infestanti, mentre una buona altezza permette al grano di soffocare le spontanee, riducendo la necessità di diserbare.

 

Inoltre, con i miscugli evolutivi la diversità genetica e strutturale delle piante crea competizione tra insetti e malattie, evitando la diffusione massiccia di una singola specie dannosa.

 

Le stesse considerazioni valgono anche per la Cooperativa El Tamiso in Veneto. "Agronomicamente - spiega Franco Zecchinato - non c'è nulla di particolare. Le infestanti si gestiscono con la rotazione agraria e non usiamo concimazioni primaverili in copertura. Ciò che osserviamo, inoltre, è che le piante stanno acquisendo una buona dose di resistenza ai problemi invernali come il ristagno idrico e l'ingiallimento da clorosi ferrica".

 

I risultati in campo

Cosa succede quando si fa crescere una popolazione evolutiva per più anni nello stesso areale? Ovviamente evolve.

 

I risultati più evidenti nascono dal confronto tra le due popolazioni evolutive, quella siciliana e quella toscana, che sono partite dallo stesso miscuglio. "Osservando il miscuglio coltivato in Sicilia e quello coltivato in Toscana - spiega Li Rosi dell'azienda agricola Masseria Pietrapesce - ci rendiamo conto di come la popolazione si modifica nel tempo. Adesso, infatti si tratta di popolazioni completamente diverse: quella toscana ha spighe più alte e mutiche, senza le ariste; quella siciliana è più bassa, produce su più livelli, ha spighe semi aristate, il grano è più vitreo e pare anche che abbia più forza per quanto riguarda la lavorazione. Quest'ultima caratteristica è legata al clima arido, infatti la popolazione è anche più resistente alla siccità".

 

Le rese, che non possono essere paragonate a quelle dell'agricoltura convenzionale, restano generalmente stabili, ma la caratteristica principale sta nel fatto che difficilmente scendono sotto una soglia critica.

 

"Alcune popolazioni sono arrivate a produrre 25-30 quintali per ettaro - racconta l'agricoltore toscano - e questo anche in annate un po' complesse. Di queste annate però prima ce n'era una ogni tanto ora invece sono più frequenti e alcune rese sono scese a 10-15 quintali per ettaro".

 

lo conferma anche Zecchinato che dice: "La produttività non è eccezionale ma quando l'annata va bene si riescono a produrre 30 quintali ad ettaro o anche di più. Ma ciò che ho imparato in questi anni è che difficilmente questi grani fanno molto poco perché riescono a garantire una loro rusticità, si adattano e con il tempo riescono sempre meglio ad affrontare le difficoltà".

 

Franco Zecchianto sottolinea anche un'altra caratteristica importante della sua popolazione: "Una cosa straordinaria è che si riesce a raccogliere comunque quando tutto il grano è più o meno maturo. In tanti hanno paura che la maturazione sia scalare e che si faccia fatica a raccogliere il grano tutto insieme. Noi non abbiamo mai riscontrato questo tipo di problema". 

 

Che le annate peggiori siano sempre più frequenti è ormai una certezza. Per questo il punto di forza è la flessibilità genetica della popolazione. "Le varietà che un anno producono di meno possono ammalarsi o scomparire. Per esempio, ci sono state delle malattie, come la tilletia, che hanno eroso la diversità e quindi in campo il miscuglio si è modificato - racconta Giuseppe Li Rosi - ed è così che il campo diventa più resiliente. Se in questi anni invece di coltivare una popolazione evolutiva avessi coltivato una semplice varietà resistente alla siccità sarebbe potuta andare bene due anni fa, quando abbiamo avuto una forte siccità. Ma, l'anno dopo abbiamo avuto acqua in abbondanza e quasi due alluvioni. Forse non avrei prodotto nulla se avessi avuto le varietà arido resistenti. Il problema, infatti, è che dobbiamo fare i conti con annate ogni anno diverse".

 

Consigli utili per chi vuole coltivare popolazioni evolutive

Coltivare una popolazione evolutiva equivale ad un cambio di mentalità e paradigma che mette al primo posto la biodiversità. "Se un agricoltore vuole fare agricoltura biologica - suggerisce Rosario Floriddia - e ascoltare la natura, diventa necessario coltivare questo tipo di semi. Alla fine si ottengono molte soddisfazioni perché si migliora il campo e anche il prodotto finale. Questa biodiversità è un rimedio che permette di gestire infestanti e insetti senza eliminarli del tutto".

 

Questo nuovo approccio richiede di ripensare anche l'intera filiera, perché l'obiettivo finale resta quello di valorizzare e vendere un prodotto di qualità. "Per chi vuole cominciare è fondamentale costruire o entrare in una filiera consapevole - spiega Franco Zecchianto - Il mercato convenzionale non è pronto per il grano mescolato, lo manda in mangimistica. Serve garantirsi una filiera commerciale, qualcuno che riconosca il valore del prodotto".

 

Da qui l'importanza di contratti di rete, modelli cooperativi o delle iniziative come "Adotta un campo di grano" di Giuseppe Li Rosi: "Prima di coltivare qualsiasi cosa che sia evolutivo o una varietà locale, bisogna sensibilizzare un trasformatore: il mulino, il panettiere, il pizzaiolo, il pasticcere, e far sì che la scelta della semente non sia solamente dell'agricoltore, deve essere una scelta compartecipata. In questo modo, oltre a ricevere degli input in più, si può fare un accordo grazie al quale l'agricoltore sa che seminando 1 ettaro con una popolazione evolutiva, ci sarà qualcuno disposto a macinarlo e a panificarlo". In questo modo, in sostanza, non si è soli.

 

Per concludere, soffermiamoci ancora una volta sul ruolo che le popolazioni evolutive possono avere per l'agricoltura moderna: "Si tratta di semi che possono essere utilizzati in qualsiasi tipo di terreno e areale, e applicare ogni tipo di sistema produttivo - afferma Li Rosi - Le popolazioni evolutive si agganciano perfettamente al problema dei cambiamenti climatici e permettono anche di attivare un territorio e la sua cultura. Fino a qualche anno fa, chi si sposava nella dote aveva anche i semi. Chi si trasferiva e si spostava aveva con se soprattutto i semi ed è grazie a questi spostamenti, cambi e scambi, che la biodiversità si è moltiplicata al contrario di oggi in cui il rischio di erosione è efferato. Oggi in Sicilia abbiamo 52 varietà locali di grano, ma all'inizio del 1900 ne avevamo 250, quindi in 100 anni abbiamo perduto 200 varietà. Ed è così anche per altre colture".

 

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