Antibiotici, nuovo allarme

Ancora batteri resistenti agli antimicrobici. Ma gli allevamenti non sono gli unici responsabili. I farmaci divenuti inefficaci sono catalogati come "ospedalieri" e non si usano negli animali

Angelo Gamberini di Angelo Gamberini

Questo articolo è stato pubblicato oltre 2 anni fa

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Negli allevamenti l'uso di antibiotici si è ridotto, spesso sostituiti da antimicrobici che non creano problemi di resistenza batterica
Fonte foto: todo gaceta

Carbapenemi, linezolid, colistina, meticillina. Sono i nomi di alcuni antibiotici nei confronti dei quali si stanno registrando preoccupanti fenomeni di antibiotico-resistenza.

La denuncia viene da Efsa, l'ente europeo per la sicurezza alimentare, che in questi giorni ha diffuso un nuovo rapporto nel quale evidenzia l'accentuarsi di questo problema, una seria minaccia nei confronti della salute pubblica.
 

"One-Health"

Da tempo questo argomento è al centro delle attenzioni dell'autorità sanitaria europea, che più volte si è espressa per una riduzione dell'uso degli antibiotici negli allevamenti e per un impiego più attento e responsabile in medicina umana.

Considerare uomo e animali insieme è peraltro il fulcro della strategia ispiratrice dei programmi "One-Health" (una sola salute, si potrebbe tradurre), nella consapevolezza che si tratta delle due facce di un medesimo problema.
 

Convinzioni errate

Nell'aggredire il problema si tende tuttavia a guardare con maggiore sospetto le attività zootecniche, complice una diffusa ma erronea interpretazione della realtà, che vuole gli animali perennemente "bombardati" con antibiotici per favorirne la crescita.

La stessa promozione alla quale si affidano alcune catene distributive per propagandare la "bontà" dei loro prodotti, ottenuti senza impiego di antibiotici, danno vigore a questa convinzione.
Dimenticando che già le norme escludono la possibilità di residui di farmaci nei prodotti di origine animale.
 

Sotto controllo

Certo, gli antibiotici si usano in zootecnia, ma il loro impiego avviene sotto controllo del medico veterinario, il quale è l'unico autorizzato a prescriverli.

E siccome costano, l'allevatore ne farebbe volentieri a meno. Ma a volte servono e il loro uso è significativo, anche se l'Italia non è il paese europeo che ne fa maggiore impiego, come già AgroNotizie ha documentato.
 

Polli e suini

Ma torniamo ai carbapenemi e al linezolid citati all'inizio.
Nel 2016, afferma il report di Efsa, è stata rinvenuta nel pollame la presenza di batteri resistenti a questa categoria di antibiotici.

Una situazione analoga si è riscontrata nel caso di suini colpiti dallo Staphilococcus aureus, ma in questo caso l'antibiotico risultato inefficace era la meticillina.
 

Dall'uomo agli animali

A parte la meticillina e la colistina, da tempo caduti in disuso per i numerosi episodi di farmaco resistenza da parte dei batteri, i carbapenemi sono farmaci di esclusivo uso ospedaliero, non autorizzati in campo veterinario, il che lascia supporre che in questo caso il problema abbia preso un percorso inverso, dall'uomo agli animali, piuttosto che viceversa.
 

Responsabilità crociate

Dunque un'ulteriore conferma che il problema dell'antibiotico-resistenza non può essere ascritto solo agli allevamenti, ma chiama in causa anche la medicina umana, proprio nell'ottica di quella filosofia di intervento che si riconosce sotto il vessillo di "One-Health".

A questo proposito assumono particolare significato le parole del commissario europeo alla Salute, Vytenis Andriukaitis, quando affrontando questo tema afferma che "per vincere questa battaglia dobbiamo unire le forze e mettere in atto politiche stringenti sull'impiego degli antibiotici in ogni ambito. È fondamentale che tutti rinnovino il proprio impegno a combattere l'antibiotico-resistenza concentrandosi sulle aree chiave definite dal piano d'azione europeo per una sola salute".
 

L'impegno della zootecnia

Un appello che gli allevamenti hanno accolto da tempo, oltre dieci anni fa con la messa al bando degli auxinici, antibiotici che venivano utilizzati in quantità ridottissime per "pilotare" i meccanismi digestivi e per prevenire talune patologie.

Poi riducendo progressivamente l'impiego di antibiotici. Emblematico il caso dell'avicoltura che nel volgere di cinque anni ne ha dimezzato i consumi.
Cosa che avviene anche negli altri allevamenti, grazie a una più attenta igiene e alla ricerca di nuovi antimicrobici, le batteriocine ne sono un esempio, che non interferiscono sull'efficacia degli antibiotici.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: suini veterinaria avicoli antibiotici

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