I margini per chi coltiva mais sono sempre più risicati. Riuscire a ottenere un risultato economico accettabile, che garantisca la sostenibilità, diventa ogni anno più difficile.

 

Fra le criticità e le minacce individuate durante la Giornata del Mais 2026 organizzata dal Crea Cerealicoltura e Colture Industriali, sede di Bergamo, lo scorso 30 gennaio c'è anche la spada di Damocle del divieto dell'urea in Pianura Padana dal primo gennaio 2028 e il rischio Cbam, ovvero il Carbon Border Adjustment Mechanism, al momento in sospeso, ma che potrebbe colpire i fertilizzanti in arrivo da determinati Paesi, con conseguenti aumenti di costi per i maidicoltori.

 

Se le rese di mais da granella sono sostanzialmente stagnanti da anni e i costi di produzione crescono, è inevitabile che i margini si riducano ulteriormente.

 

Guardando specificamente all'urea, essenziale per la coltura mais dal momento che rappresenta per i coltivatori la principale fonte di azoto economica ed efficiente, l'Italia nel 2024 ha importato principalmente da Egitto, Algeria e Russia (rispettivamente 484mila tonnellate, 130.600 tonnellate e 100mila tonnellate). I Paesi da cui importiamo rischiano di essere colpiti dal Carbon Border Adjustment Mechanism, un Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere introdotto all'Ue per tassare i prodotti importati che hanno standard di emissioni di CO2 meno rigidi di quelli europei.

 

La produzione di urea è energivora e dipende dal gas naturale, per questo genera elevate emissioni di CO2. Inevitabilmente l'urea finirà nel mirino del Cbam e il suo costo è destinato a crescere. Il Cbam agirà di fatto come barriera doganale per una materia prima essenziale a chi coltiva mais. D'altra parte c'è da considerare il divieto di utilizzo dell'urea nel Bacino Padano che entrerà appunto in vigore dal 2028. Anche in questo caso, cambiare tecniche di fertilizzazione o modificare la strategia di fertilizzazione azotata farà lievitare i costi di produzione.

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Durante l'evento di Bergamo, Pietro Zannol di Nomisma ha presentato i risultati di una ricerca che ha analizzato l'impatto economico dell'urea e della concimazione azotata nel mais. "L'urea - ha detto Zannol presentando i dati - vale solo il 16% dei fertilizzanti utilizzati ma permette di coprire metà della domanda di azoto (44%). Perché è così importante? - si è chiesto ancora il ricercatore - perché l'urea ha un titolo d'azoto, un contenuto d'azoto, particolarmente elevato. Il più elevato di tutti i fertilizzanti al momento disponibili e ha un prezzo relativamente basso, considerando anche gli altri concimi minerali direttamente concorrenti come il nitrato ammonico o il solfato ammonico".

 

Il titolo di azoto dell'urea è infatti 46% mentre nitrato ammonico, solfato ammonico, nitrato di calcio e calciocianamide hanno rispettivamente: 26, 21,16 e 21%. Il costo dell'unità di azoto in urea è nettamente più basso degli altri e si attesta a 105 euro al chilogrammo.

 

Da cosa dipende però il bando da gennaio 2028? "Il problema - ha detto Pietro Zannol - è che l'urea, una volta distribuita in campo, tramite diversi processi chimici, determina l'emissione di ammoniaca gassosa, un precursore del particolato (PM2,5 e PM10)". Il divieto di distribuzione nel Bacino Padano è stato stabilito nell'agosto 2025, nel Piano di Azione Nazionale per il Miglioramento della Qualità dell'Aria. L'obiettivo è incentivare l'impiego di fertilizzanti organici e di fertilizzanti di sintesi chimica alternativi. La normativa italiana dipende dalla Direttiva Europea sulla Qualità dell'Aria (2024/2881/UE). Le regioni colpite dal bando sono Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto e, secondo dati 2024, proprio in queste regioni si coltiva l'80% del mais trinciato e l'82% del mais da granella nazionale.

 

L'obiettivo della ricerca presentata durante la Giornata del Mais 2026 era capire qual è il valore generato dall'urea distribuita, valutando l'effetto del cambio di concimazione azotata sia in termini produttivi, sia in termini di qualità della produzione. È stato preso in considerazione sia il breve sia il lungo periodo. Nomisma ha quindi considerato i piani di concimazione del mais nelle zone interessate. "Nel caso di aziende zootecniche, parte della concimazione è organica, un terzo invece è urea. Per le aziende cerealicole altamente specializzate, l'urea vale più dell'80% della fertilizzazione azotata", ha detto ancora Zannol.

 

Se nel caso del breve periodo, l'effetto di eliminazione della concimazione azotata e dell'urea hanno impatto limitato per il fatto che il terreno ancora mantiene una buona fertilità, nel lungo periodo gli effetti sono dirompenti. A seconda dell'indirizzo aziendale si fanno sentire più o meno forti, ma sono comunque incisivi sulla resa e di conseguenza sulla redditività aziendale.

 

Prendendo il caso di un'azienda zootecnica irrigua, la resa di mais da granella scende del 22% nel lungo periodo per assenza di concimazione azotata e del 12%, senza urea. L'azienda cerealicola irrigua perde il 76% di resa in caso di mancanza di concimazione azotata e il 51%, senza urea. La cerealicola asciutta perde rispettivamente il 76% e il 40%. Estendendo i risultati a livello nazionale, il valore della produzione (prezzi Ismea 2024) passerebbe da 1.053 milioni di euro a 375 milioni di euro, senza azoto minerale e a 620 milioni di euro, togliendo l'urea. Si va a perdere quindi il 64% del valore della produzione nel primo caso e il 41% nel secondo caso.

 

"Esistono naturalmente strategie - ha detto concludendo Pietro Zannol di Nomisma - che permettono di avere concimazione azotata più sostenibile e di ridurre quindi le emissioni. Si tratta di operazioni agronomiche. Possiamo ridurre le emissioni con interramenti in tempi brevi o limitando l'impiego di urea a determinati semestri. Possiamo aumentare la disponibilità di azoto utilizzando cover crop o con biostimolanti, migliorando la struttura del suolo e la biodiversità. C'è poi la possibilità di sostituire l'urea con concimi organo minerali, con urea protetta o con uree solide o in forme solide o inibite. È chiaro però che qui il tema è che tutto ciò determina un costo maggiore per l'azienda agricola. L'urea permette infatti di fornire azoto a basso costo alla coltura".

 

In definitiva, Pietro Zannol ha sottolineato come sarà necessario, definendo nel dettaglio il nuovo quadro normativo, tenere conto sia della sostenibilità ambientale sia di quella economica per l'azienda agricola. Trovandosi alle strette il maiscoltore potrebbe decidere di non investire nuovamente nella coltura mais, mettendo quindi a rischio le produzioni d'eccellenza italiane a denominazione d'origine.

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