Gli agricoltori italiani sono stretti in una morsa. Da un lato i costi di produzione in aumento, la complessità burocratica e una riduzione del sostegno pubblico. Dall'altro un mercato globalizzato che nella formazione dei prezzi non tiene conto delle specificità produttive del Paese ed equipara 1 quintale di grano nostrano ad uno proveniente dal Canada. In questo scenario la redditività è sempre più a rischio e ogni azienda cerca di escogitare delle soluzioni che le permettano di stare a galla e generare reddito.

 

Se alcuni scelgono di ridurre gli investimenti, adottando un approccio rinunciatario, altri invece puntano sull'innovazione e sulla diversificazione. Per capire che cosa significa siamo stati a Porto Felloni, una azienda modello in cui l'innovazione è una filosofia aziendale con cui si lavora da trent'anni.

 

Massimo Salvagnin, titolare dell'azienda insieme al fratello, lo dice senza enfasi: "Noi abbiamo iniziato nel 1997 con l'agricoltura di precisione, quando in Italia nessuno ne parlava". Quando lo incontriamo nel suo ufficio in azienda ci parla di mappe, di campionamenti georeferenziati, di prove e tentativi, alcuni riusciti ed entrati nella quotidianità aziendale, altri falliti. In trent'anni Porto Felloni ha costruito una storicità tecnica rara: tre decenni di dati e di decisioni guidate dalle informazioni, con un obiettivo molto concreto, essere più produttivi e più remunerativi, riducendo sprechi e rischi.

 

La famiglia Salvagnin durante le celebrazioni per i cinquanta anni di Porto Felloni. Da sinistra a destra: Cristiano, Luciano e Massimo Salvagnin e Simone Gatto

La famiglia Salvagnin durante le celebrazioni per i cinquanta anni di Porto Felloni. Da sinistra a destra: Cristiano, Luciano e Massimo Salvagnin e Simone Gatto

(Fonte foto: Porto Felloni)

 

L'azienda si trova nel basso ferrarese, vicino a Comacchio, in un'area di recente bonifica. È una realtà familiare di 600 ettari con otto addetti, dove Massimo e il nipote Simone seguono la parte tecnica e il fratello Cristiano quella amministrativa. Il padre Luciano, novant'anni, è ancora presente. "Con un'ottima testa", precisa Massimo. "Qui l'innovazione non ha sostituito l'esperienza, ma la rende più efficace".

 

Porto Felloni è grande e questo rappresenta un grande vantaggio, ma è anche varia. I terreni cambiano molto: sabbie, medi impasti, alcune zone argillose. E la produzione si adatta. In azienda si coltivano mais da granella per uso alimentare, grano tenero e duro, soia, oltre a pomodoro da industria e fagiolino. Circa 100 ettari sono in biologico, dove rientra anche un noceto (di circa 30 ettari) con impianti aziendali per lavorazione ed essiccazione.

 

"Diversificare significa ridurre l'esposizione al rischio e rendere più solida l'azienda, soprattutto in un'agricoltura dove clima e prezzi possono cambiare in un attimo". Ed è il motivo per cui, ad esempio, si è investito anche su un parco solare da 2,5 MW.

 

Agricoltura di precisione: dalle mappe cartacee al rateo variabile

Sul finire del secolo scorso Salvagnin inizia ad interessarsi all'agricoltura di precisione, un approccio quasi sconosciuto in Italia. In quegli anni, mentre le prime mappe di produzione venivano fatte a mano su fogli di carta, Salvagnin visita un'azienda negli Stati Uniti e vede pratiche allora impensabili, come concimazioni a rateo variabile con più prodotti in contemporanea, analisi sito-specifiche, prescrizioni basate su dati. "Per noi era fantascienza", ammette.

 

Tornato in Italia, il percorso diventa strutturale: campionamenti georeferenziati del suolo, ripetuti ogni quattro anni, lettura della variabilità del campo tramite mappe di resa, nel 2012 un passaggio decisivo con l'indagine sulla resistività dei suoli, per capire meglio le differenze fisiche. I punti di campionamento vengono mantenuti nel tempo per confrontare l'evoluzione delle dotazioni, e cambiano solo quando lavori fondiari importanti modificano davvero gli orizzonti di suolo.

 

La semina del mais

La semina del mais

(Fonte foto: Porto Felloni)

 

L'obiettivo del precision farming non è omogeneizzare la resa, si punta invece a valorizzare le zone che possono dare di più (più investimento in seme, nutrizione, gestione) e a ridurre input nelle aree marginali.  Questo approccio si traduce nell'utilizzo del rateo variabile applicato in modo esteso: semina, concimazioni granulari e liquide, irrigazione.

 

"Questo approccio comporta un impegno elevato in termini di tempo e anche a livello economico è stato necessario fare degli investimenti, ad esempio in nuove macchine. Ma a fine stagione gli aumenti di produzione e di qualità, insieme al risparmio di input, rendono il tutto economicamente vantaggioso", sintetizza Salvagnin.

 

Satellite e drone: prima vedere, poi decidere

A Porto Felloni le immagini satellitari sono uno strumento di routine, soprattutto per le colture estensive. In questi contesti la risoluzione del satellite è sufficiente e la frequenza di aggiornamento permette di seguire l'andamento delle colture. "Il drone invece entra in campo quando serve dettaglio, quando cioè serve una risoluzione di 1 metro o anche meno". Le mappe sono alla base dei sopralluoghi fisici in campo, che rimangono fondamentali, ma che sono guidati dalle informazioni raccolte dai satelliti o dal drone.

 

Un esempio di questo approccio è il pomodoro da industria. Qui la qualità non è un optional: un carico può essere penalizzato o respinto se non rispetta certe caratteristiche. Monitorare la vigorìa con satelliti o droni consente di gestire lo sviluppo in modo differenziato e arrivare alla raccolta con un prodotto più omogeneo, riducendo il rischio di portare in stabilimento un carico di prodotto con differenti livelli di maturazione.

 

Pre raccolta

Pre raccolta

(Fonte foto: Porto Felloni)

 

Se ad esempio in un campo si hanno aree più avanti nella maturazione e invece zone in cui la fase vegetativa è ancora preponderante, si può intervenire con dei biostimolanti per rallentare le piante più vigorose. In questo modo, al momento della raccolta, il prodotto è più omogeneo e si riescono a raggiungere alti standard qualitativi.

 

Digital farming: una giungla di piattaforme

I dati sono dunque alla base di ogni decisione. Dati che provengono da trattori e attrezzature, sensori in campo, centraline meteo, satelliti e droni, fornitori esterni e Pubblica Amministrazione. Se Porto Felloni è innovativa nel suo Dna, il paradigma digitale ha messo a dura prova la voglia di innovare di Massimo, che solo grazie al nipote Simone riesce a districarsi in una selva di software e applicativi che difficilmente si parlano tra di loro.

 

"In azienda si usano molti software e una ventina di app nella stagione operativa", ci racconta Massimo. Non per manìa tecnologica, ma perché ogni dispositivo ha il suo ecosistema. Le macchine generano dati di lavoro: semina, concimazione, trattamenti, consumi di gasolio, tempi di utilizzo. L'azienda lavora principalmente con trattori John Deere (e anche mezzi di altre marche dotati di componentistica JD per uniformare le informazioni), che inviano i dati nel cloud del costruttore. Oltre alle macchine, a generare dati è anche una molteplicità di sensori, come ad esempio le centraline meteo (della Pessl Instruments) e le sonde di umidità (Sentek).

 

L'irrigazione è gestita con un'ottica di precision farming

L'irrigazione è gestita con un'ottica di precision farming

(Fonte foto: Porto Felloni)


I dati vengono poi esportati e archiviati. Porto Felloni non si limita a lasciare i dati nel cloud. Li scarica, li conserva e li rielabora. È una scelta culturale: mantenere una proprietà e una storicità aziendale.
Se la maggior parte delle informazioni è generata automaticamente, in certi casi rimane importante una gestione manuale del dato. Ad esempio, se un attrezzo non è ISOBUS ready, l'operatore deve inserire a mano i dati dalla cabina del trattore, in modo che siano registrati. Nulla deve essere perso.


Tra i software utilizzati in Porto Felloni c'è Operations Center (di JD) e FarmOffice, utilizzati per tutta la gestione agronomica dell'azienda e l'agricoltura di precisione. FarmOffice, anche se un po' datato, consente una gestione delle attività di campo, ma anche analisi costi, manutenzioni, campi, operatori. Il rovescio della medaglia è che gli aggiornamenti normativi e l'integrazione con i flussi cloud moderni non sono sempre lineari.


Oltre a questo software ce ne sono altri, per gestire specifiche attività. Ad esempio, per la gestione agronomica di grano e pomodoro a Porto Felloni si utilizzano gli applicativi di Hort@, che consentono una difesa fitosanitaria puntuale. Mentre per il monitoraggio delle colture si utilizzano altri applicativi, come ad esempio FieldView. Per avere tutte le informazioni su agrofarmaci e schede di sicurezza, si impiega invece Fitogest® e SDS OnDemand®.

 

Valutazione agronomiche

Valutazione agronomiche

(Fonte foto: Porto Felloni)

 

Il risultato è un quadro molto avanzato, ma con un problema che Salvagnin sintetizza senza giri di parole: l'interoperabilità è il collo di bottiglia. La tecnologia c'è, i dati pure, ma farli dialogare richiede competenze e soprattutto tanto tempo. E questo spiega perché, spesso, l'agricoltura digitale fatichi a diffondersi: non basta comprare una macchina, serve saper orchestrare un sistema.

 

Irrigazione: quando il dato diventa decisione

L'esempio lampante di come il dato guidi la gestione del campo è l'irrigazione. Non solo perché l'acqua è decisiva in questo territorio, che si trova sotto il livello del mare, ma perché è il punto dove sensoristica, dati e gestione agronomica si incontrano davvero.

 

Porto Felloni combina più livelli:

  • Sonde di umidità per leggere il profilo del suolo e capire quando la pianta potrebbe entrare in stress.
  • Centraline meteo e dati climatici per stimare consumi e traspirazione.
  • Immagini satellitari che aiutano a leggere vigore e differenze tra zone del campo.
  • Gestione da remoto (e di precisione) delle macchine irrigue come pivot, rainger, rotoloni e manichette con centraline e app, che permettono programmazioni, modulazioni, ottimizzazione del lavoro e del tempo (Ocmis, Wiseconn e Talgil).


L'acqua viene quindi fornita alle piante solo e quando serve, modulando le portate sulle reali necessità dei vegetali e secondo l'obiettivo agronomico. Per raggiungere questo scopo anche attrezzature che a prima vista potrebbero sembrare poco smart, come i rotoloni, sono state migliorate consentendo una gestione a rateo variabile basata su mappe.

 

Automazione del sistema di irrigazione per la coltivazione del pomodoro

Automazione del sistema di irrigazione per la coltivazione del pomodoro

(Fonte foto: Porto Felloni)

 

Innovare costa, ma non innovare costa di più

Quando si arriva al tema economico, Salvagnin è diretto: Porto Felloni è un'azienda sana, ma non lavora a costi bassi. Innovare significa investire: macchine, sensori, abbonamenti, assistenza, formazione, tempo.
Il ritorno c'è, soprattutto in resa e qualità. Nel mais alimentare, ad esempio, la qualità della granella è decisiva per premi e valorizzazione, ma "finché il camion non scarica, non sai mai al 100% se hai lavorato bene", dice Salvagnin, raccontando quanto sia difficile garantire standard elevati.

 

Nel pomodoro, la qualità è una condizione per stare sul mercato: se il prodotto è scarso o disomogeneo, il rischio è di pagare caro. E qui si apre una riflessione più ampia, che riguarda tutta l'agricoltura italiana: i prezzi di mercato delle derrate oscillano e spesso non coprono pienamente costi che crescono (energia, manodopera, assicurazioni, tecnologia). Questa volatilità rende difficile pianificare investimenti, anche per aziende strutturate.

 

Per questo Porto Felloni ha costruito due "paracadute". In primo luogo la diversificazione: colture diverse e filiere alternative (come le noci biologiche), oltre a investimenti extra agricoli come il fotovoltaico, che negli anni ha dato ossigeno ai conti aziendali. E poi gli accordi di filiera. Lavorare con l'industria significa avere un minimo di stabilità e riconoscimento per un prodotto di qualità.

 

Il momento della raccolta delle noci

Il momento della raccolta delle noci

(Fonte foto: Porto Felloni)


La sensazione, uscendo dall'azienda, è che Porto Felloni non sia innovativa perché usa droni o mappe. È innovativa perché ha interiorizzato un principio: ogni scelta aziendale deve essere misurabile, difendibile, migliorabile. E perché, in un'agricoltura dove le variabili fuori controllo aumentano, l'unico modo per restare produttivi e remunerativi è controllare meglio tutto ciò che si può controllare. Anche quando farlo significa gestire venti piattaforme diverse e un flusso dati complesso.

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