La rogna dell'olivo è una delle malattie chiave in olivicoltura, in quanto è in grado di deprimere la produttività di un oliveto, compromettendo la capacità degli alberi di portare a maturazione un numero soddisfacente di drupe. La malattia è causata da Pseudomonas savastanoi, un batterio che vive sulla superficie della pianta e che approfitta di microlesioni e tagli per penetrare nei tessuti legnosi. Il risultato è ben noto a tecnici e olivicoltori: tubercoli ed escrescenze che, col tempo, si induriscono e compromettono rami, struttura della chioma e, indirettamente, produzione.
In questo scenario, la parola chiave diventa prevenzione. E oggi, alla prevenzione "classica" (utilizzo del rame dopo la potatura e in seguito ad eventi atmosferici avversi, come grandinate) si affianca un alleato nuovo: la possibilità di leggere dall'alto, con dati satellitari e modelli previsionali, dove le condizioni sono più favorevoli allo sviluppo del patogeno. Una possibilità esplorata nell'ambito del progetto Salvaolivi, finanziato dal Ministero dell'Agricoltura della Sovranità Alimentare e delle Foreste.
Difesa dalla rogna: l'importanza del dato
La base dello studio è il campo collezione di germoplasma olivicolo gestito dal Crea-Ofa a Mirto-Crosia (Cosenza), presso la sede dell'Azienda Regionale per lo Sviluppo dell'Agricoltura Calabrese (Arsac). Elena Santilli, ricercatrice del Centro di Ricerca Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura (Crea-Ofa) di Rende, ci spiega che il valore aggiunto è la grande varietà genetica disponibile nello stesso sito: nel campo sono presenti oltre seicento cultivar e la collezione è stata recentemente riconosciuta dal Consiglio Oleicolo Internazionale come Banco Internazionale dell'Olivo.
Il monitoraggio della rogna è stato condotto per quattro anni. "I diversi appezzamenti hanno piani sperimentali non identici, perché sono stati impiantati in momenti diversi e con logiche differenti, ma per ogni cultivar sono presenti ripetizioni di piante distribuite nei campi", chiarisce la ricercatrice. "Per rendere confrontabili le osservazioni, abbiamo adottato una scala di valutazione uniforme della sintomatologia, da 0 a 4, ripetendo i rilievi due volte l'anno, in primavera e in autunno".
Per semplificare il lavoro e ridurre gli errori, è stata sviluppata un'applicazione che ha consentito ai tecnici di registrare direttamente in campo le osservazioni sulle singole piante. Accanto a queste valutazioni, la ricerca ha integrato i dati meteorologici raccolti da una stazione Arsac presente nell'area. "Oltre ai dati dell'annata, è stato ricostruito anche un quadro più ampio per valutare come il clima sia cambiato nel tempo, arrivando a guardare l'andamento degli ultimi trent'anni", racconta Elena Santilli. "L'obiettivo era verificare se e come le condizioni ambientali potessero spiegare le differenze nell'incidenza dei sintomi e contribuire a interpretare una maggiore pressione della malattia".

Esempio di distribuzione della presenza di rogna nel 2021
(Fonte foto: Elena Santilli, ricercatrice del Centro di Ricerca Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura. Elaborazione dati Elio Romano)
Satelliti e NDVI per la gestione della rogna
La parte più innovativa è stato l'uso dell'NDVI, ricavato da immagini satellitari, come indicatore del vigore della chioma. Un dato che è stato combinato con le informazioni meteo e con i rilievi di campo al fine di costruire modelli predittivi e produrre mappe di rischio.
"Dall'analisi dei dati abbiamo capito che chiome più vigorose possono essere associate a un rischio maggiore di sviluppo della rogna, perché la densità vegetativa tende a creare microambienti più umidi e meno ventilati, favorevoli alla sopravvivenza del batterio e all'infezione quando sono presenti ferite", ci spiega Elena Santilli. "Anche le temperature minime notturne giocano un ruolo, perché notti più miti possono agevolare le fasi del ciclo infettivo".
Grazie ai dati raccolti e alla loro analisi è stato così possibile creare delle mappe di rischio. Si tratta di strumenti utili a capire, nelle varie aree, quale sia la probabilità che si sviluppi la rogna. Questo strumento permetterebbe poi all'olivicoltore di gestire al meglio la difesa fitosanitaria. In pratica, l'indicazione che arriva dal modello può servire per concentrare i sopralluoghi in determinati settori, verificare tempestivamente la comparsa di sintomi e, se necessario, modulare la strategia di difesa, ad esempio prevedendo un trattamento in più nelle aree più esposte rispetto a quelle dove la pressione appare minore.
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Varietà tolleranti e sensibili alla rogna dell'olivo
Uno dei punti più delicati, soprattutto per chi deve realizzare nuovi impianti, è capire se esistano cultivar meno suscettibili a Pseudomonas savastanoi. Elena Santilli conferma che dai monitoraggi emergono gruppi di varietà più sensibili e altri più tolleranti, ma aggiunge un elemento importante: "i risultati osservati in pieno campo non sempre coincidono con quanto riportato in letteratura".

Escrescenze iperplastiche coalescenti su rametto d'olivo
(Fonte foto: Elena Santilli, ricercatrice del Centro di Ricerca Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura)
Per chiarire queste discrepanze, su un gruppo di circa venti-venticinque cultivar sono state condotte inoculazioni artificiali, utili a distinguere quanto l'infezione dipenda dalla genetica della varietà e quanto invece dall'ambiente, dal microclima e dalle condizioni di umidità.
"Alcune varietà hanno dimostrato una elevata suscettibilità al batterio, come ad esempio Gentile dell'Aquila, Arbequina, Cacaridduni, Nocellara Messinese, FS-17, Koroneiki, Canino e Tondina. Mentre altre, come Bella di Spagna, Leccino e Coratina, sebbene siano state inoculate con il patogeno, non hanno sviluppato sintomi o solo parzialmente. Dunque, chi intende impiantare un nuovo oliveto, può fare delle scelte più oculate, anche se i parametri che vanno valutati nella scelta della cultivar sono molti, come ad esempio la produttività, la qualità dell'olio prodotto o la forma di allevamento più adatta".
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Alta densità e meccanizzazione della gestione dell'oliveto
Negli impianti ad alta densità, dove le cultivar utilizzabili sono poche e la gestione è fortemente meccanizzata, la suscettibilità alla rogna diventa un parametro da considerare con più attenzione. "La meccanizzazione, soprattutto in raccolta, aumenta la probabilità di ferite e quindi la possibilità che il patogeno entri nella pianta", sottolinea la ricercatrice Elena Santilli. "Per questo motivo sarebbe auspicabile la selezione di varietà che, oltre ad essere adatte per la realizzazione di impianti superintensivi, siano anche meno suscettibili a P. savastanoi".
Già, perché una volta che il batterio è penetrato all'interno dei tessuti legnosi c'è poco da fare. E dunque gli interventi di difesa sono sostanzialmente preventivi. Dopo operazioni che causano ferite, come potatura e raccolta, l'uso del rame resta uno strumento importante per ridurre la probabilità di sviluppo del batterio.
"Oltre ai trattamenti, è fondamentale la corretta gestione agronomica: una potatura equilibrata e una gestione della pianta che favorisca l'aerazione, migliorano le condizioni generali della chioma e riducono quei microclimi umidi che facilitano il patogeno. Lo stesso vale per l'equilibrio vegeto-produttivo, sostenuto da una concimazione mirata", conclude Elena Santilli.
Anche se il progetto è concluso, si stanno continuando a raccogliere dati, anche in un secondo campo varietale in Sicilia, utile per capire quanto la risposta delle cultivar cambi in ambienti differenti. Se i risultati si consolideranno e se ci saranno risorse, l'evoluzione naturale è trasformare questi modelli in strumenti più facilmente adottabili da tecnici e aziende, integrabili in piattaforme digitali per una gestione più mirata e sostenibile dell'oliveto.
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