Foreste, uno sguardo a quelle italiane

Gestione sostenibile, certificazione, import-export e potenzialità del settore. L'intervista ad Antonio Brunori, segretario generale Pefc Italia

antonio-brunori-segretario-generale-pefc-lug-2019-fonte-pefc.jpg

Antonio Brunori, segretario generale Pefc Italia
Fonte foto: Pefc - Programme for endorsement of forest certification schemes

E' una parte importante del paesaggio italiano, lo caratterizza fin dai tempi antichi. Eppure, il bosco sembra scontare per molti versi situazioni di arretratezza e di scarsa competitività delle filiere rispetto ad altri paesi europei. Le cause vanno ricondotte alla concomitanza di più fattori. Una questione culturale, ma anche legislativa e di dialogo all'interno della filiera. Eppure, le potenzialità del settore sono enormi, grazie anche al design e al made in Italy che non ha rivali al mondo.

AgroNotizie ha affrontato un tema troppo spesso trascurato nel panorama agricolo (la silvicoltura è, ai sensi del Codice civile, agricoltura a tutti gli effetti) con Antonio Brunori, segretario generale Pefc Italia.

Antonio Brunori, qual è lo stato dell'arte delle foreste italiane? Chiediamocelo subito: come stanno le foreste italiane?
"Dal 1930 ad oggi la superficie forestale italiana è raddoppiata. Dal Primo rapporto sullo stato delle foreste e del settore forestale in Italia (Raf) presentato ufficialmente a Roma il 21 marzo 2019 dal ministero delle Politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo sono emersi punti di forza, quali la vastità del patrimonio forestale (10,9 milioni di ettari, il 36,4% dell'intera superficie nazionale), il basso, forse troppo, tasso di prelievo legnoso (18-37% di quanto il bosco ricresce, rispetto al 62-67% della media europea), il ruolo dei servizi eco-sistemici, e la valenza per i nuovi settori produttivi; sono emersi anche punti di debolezza, quali numeri preoccupanti riguardo le importazioni di legname e il calo delle imprese locali nel settore legno e del relativo fatturato.

Per tornare ai numeri: i nostri boschi, nonostante la preoccupante calamità degli incendi, si trovano oggi in uno dei momenti di massima espansione rispetto agli ultimi due secoli, con ritmi di incremento pari a circa 74mila ettari all'anno, come 100mila campi di calcio"
.

Detto così, sulle prime si potrebbe parlare di un fenomeno positivo di rimboschimento…
"Bisognerebbe invece rimarcare che tale incremento in campo forestale non è frutto di una consapevole politica ambientale, ma per causa dell'abbandono nella gestione delle aree interne del paese, con l'abbandono di ben 16 milioni di ettari di terreno agricolo sia in montagna che in pianura. Un elemento indispensabile per capire lo stato della situazione forestale italiana è conoscere cosa possono produrre i nostri boschi".

Che cosa producono?
"Le fustaie, cioè i boschi ad alto fusto da cui si può tagliare legname da opera, si estendono su una superficie complessiva di 3.157.965 ettari, il 36.1% della totalità dei boschi italiani. Più consistente (3.663.143 ettari cioè il 41,8% della gestione dei boschi italiani) è la componente a ceduo, cioè quei boschi da cui l'unico prodotto legnoso ritraibile è la legna da ardere; questo è dovuto sia ad ovvie situazioni climatiche e ambientali (dove si sviluppa la macchia mediterranea, per esempio), o per motivi socio-economici (quando le fustaie furono trasformate a ceduo a causa della grande necessità di legna da ardere per cucinare e riscaldare tra le due guerre). La restante parte di boschi non è produttiva e sarebbe necessario un enorme sforzo economico e di tempo per renderle fruttuose economicamente".

Come si può attuare una gestione sostenibile delle foreste? 
"Le foreste certificate perché gestite in maniera sostenibile sono quelle in cui la gestione forestale implementa rigorosi standard quantificabili e verificabili, basati su requisiti ambientali, sociali ed economici internazionalmente riconosciuti, standard che rappresentano i principi fondamentali della sostenibilità. L'applicazione del concetto di Gestione forestale sostenibile (Gfs) dal livello prettamente teorico a quello concretamente operativo sottintende diversi aspetti".

Quali?
"Elenco solo alcuni aspetti operativi: il taglio del legname non deve superare la ricrescita del bosco, assicurando inoltre che il suo futuro sia assicurato attraverso operazioni di rimboschimento o dalla rinnovazione naturale da seme; il gestore del bosco deve garantire il rispetto della biodiversità, attraverso il mantenimento delle popolazioni animali, della stabilità dei versanti, della raccolta sostenibile dei prodotti forestali non legnosi (funghi, tartufi, frutti di bosco, eccetera), delle sorgenti, degli alberi vetusti o centenari, tanto per fare alcuni esempi; le operazioni selvicolturali devono essere fatte da personale preparato e formato, che lavori in condizioni di sicurezza, quindi con dispositivi di sicurezza per il taglio con motosega, per l'esbosco con verricelli, trattori, gru a cavo, ecc; ci deve essere un costante monitoraggio dei lavori effettuati, delle malattie forestali presenti, dei danni provocati durante il cantiere al suolo e alle piante; in tal caso si devono implementare delle misure di ripristino ambientale".

Che prospettive ci sono di crescita delle filiere del legno locale e dove, in particolare?
"Una frase ricorrente sul patrimonio forestale italiano è che l'Italia è ricca di boschi poveri, ma la situazione reale è, purtroppo, che l'Italia è ricca di boschi che sono poveri di gestione. Il Nord Est in generale e il Trentino-Alto Adige, in particolare, vanno in controtendenza rispetto al resto del paese, perché in queste aree la gestione forestale non è ritenuta un settore marginale, improduttivo e gestito solo da persone anziane; in queste aree, al contrario, le imprese forestali non sono più l'anello debole della catena produttiva, sono gestite da giovani che hanno investito in infrastrutture e hanno macchinari all'avanguardia".

Quali sono state le condizioni favorevoli allo sviluppo in quelle aree?
"Il caso del Trentino è emblematico di un sistema che funziona. La filiera del legno locale, nello specifico, è resa possibile da una peculiarità: tre quarti di tutti i boschi (circa 250mila ettari) sono in mano pubblica e le singole superfici forestali sono di ampie dimensioni, sull'ordine delle centinaia di ettari. Un elemento essenziale per pianificare gli interventi e rendere remunerativa l'attività. Non a caso, la gestione forestale è una delle poche fonti di reddito in mano alle casse comunali che possono poi garantire servizi ai cittadini. Esattamente l'opposto di quanto avviene nel resto d'Italia.
Da parte degli amministratori pubblici si è fatto in modo di gestire le risorse boschive in modo sostenibile, così da permettere alle imprese di usare prodotti locali e di legarle quindi al territorio. Questo è un modo per dare concretezza al concetto di sviluppo sostenibile e di fare realmente gestione forestale sostenibile"
.

Quali sono i vantaggi di una certificazione Pefc?
"La certificazione forestale è uno strumento volontario che permette, tramite audit di certificazione da parte di organismi specializzati, di fornire garanzie sul rispetto di rigorosi standard internazionali di gestione forestale da parte dei proprietari di foreste e di piantagioni. Vengono considerati gli aspetti legati alla protezione dell'ambiente e della biodiversità, ma anche gli aspetti sociali e gli aspetti economici.

Ma la certificazione forestale non si ferma alla gestione dei boschi: per il mercato, in particolare per il settore dell'edilizia, è importante anche che si abbiano garanzie sull'origine dei prodotti legnosi lungo il processo di trasformazione e commercializzazione. È stato quindi creato anche uno schema specifico che si chiama certificazione di catena di custodia, che garantisce al consumatore la rintracciabilità lungo la filiera di ogni prodotto legnoso, dal bosco al prodotto finale"
.

Se dovesse riassumere il concetto in una frase? 
"La certificazione Pefc è uno strumento di mercato che consente di fornire garanzie di trasparenza sull'origine e di eticità a chi acquista legno e prodotti della foresta".

Solo l'8% dei boschi italiani è certificato. Quali prospettive ci sono e come mai vi sono livelli di certificazione così bassi? 
"Al 30 giugno 2019 in Italia la certificazione della gestione forestale sostenibile Pefc interessava 830mila ettari. L'area a maggior certificazione è quella gestita dal Bauernbund, l'Unione agricoltori di Bolzano (con 301.247 ettari), seguita dall'area gestita dal Consorzio dei comuni trentini - AR Trentino (con 285.567 ettari), poi dall'area gestita dal Gruppo Uncem FVG - Legno servizi (con 81.587 ettari) quindi a seguire le foreste del Veneto, Piemonte, Lombardia, Toscana, Umbria, Basilicata, Liguria, Lazio e (ultima in ordine di arrivo) dell'Emilia Romagna.

Certo, altri Stati europei mediterranei (Francia, Spagna, Slovenia, Croazia) hanno creduto di più nella autoproduzione di legname per l'industria di trasformazione e quindi hanno messo in piedi fin dal secolo scorso misure sociali e territoriali che avessero come obiettivo la produzione forestale sostenibile. Ma i frutti, nel settore forestale, si raccolgono dopo decenni di pianificazione e di gestione attiva e chi è stato lungimirante ora vive di rendita.
Dato questo panorama, purtroppo l'equazione tanto bosco = tanto legname non è facilmente applicabile in Italia, a causa anche di una serie di criticità reali presenti all'interno del settore forestale e della filiera foresta-legno"
.

Quali conseguenze, in concreto?
"Con questa situazione l'Italia è il quarto importatore al mondo di legno di pregio, ma è anche il primo importatore al mondo di legname a fini energetici. Di fatto l'importazione di legname rappresenta la terza voce di deficit dopo il petrolio e la carne; contemporaneamente, l'export di prodotti a base legnosa (mobilio, parquet, strumenti musicali, boiserie, ecc.) rappresenta la terza voce di utile del settore manifatturiero italiano".

Quante sono le aziende della filiera foresta-legno-carta certificate?
"Le aziende certificate con catena di custodia al luglio 2019 sono 1.100, di tutti i settori del legno e carta, comprendendo i prodotti forestali non legnosi. Il settore del legno è quello maggiormente rappresentato, considerato che le aziende del commercio (12%) e le segherie (11%) sono le più numerose tra le aziende certificate, insieme alle imprese del settore edilizia e carpenteria (10%), mobili e arredamenti (10%) e alle ditte di taglio boschivo (9%). Il settore della trasformazione della carta e del cartone segue a distanza con editori e stampatori al 7%, packaging e imballaggi al 6% e imprese che lavorano carta grafica e cartotecniche al 5% delle imprese certificate Pefc in Italia".

Quali prospettive ci sono?
"Il trend è decisamente in crescita perché gli ultimi anni la percentuale di crescita era sempre oltre il 20%. Il margine di crescita è elevatissimo, se si pensa che le aziende e le industrie del settore legno-arredo sono circa 72mila.
La speranza è che l'aumento della sensibilità verso i temi della legalità e della sostenibilità dell'opinione pubblica, oltre che l'implementazione delle politiche verdi da parte delle Pubbliche amministrazioni, possa incrementare questo numero, a vantaggio della trasparenza nella filiera del legno e carta, ma soprattutto a favore di un ambiente gestito in maniera più sostenibile"
.

Certificarsi conviene alla filiera? La redditività migliora?
"Sono diverse le condizioni necessarie per trasformare la filiera foresta-legno e le attività economiche connesse in una forma di tutela del proprio territorio, cioè in parole povere a guardare i boschi come risorsa naturale da gestire in modo oculato per dare economia e lavoro.
Prima di tutto ci vogliono amministratori pubblici lungimiranti, che stimolino le imprese a usare materie prime locali, là dove ci sono almeno, magari con bandi che diano incentivi premianti a chi usa il legno e in particolare il legno certificato. In alcune Pubbliche amministrazioni tali condizioni sono presenti, come in Trentino-Alto Adige, in Friuli Venezia Giulia, in Veneto, in alcune province del Piemonte. Ma questo è il primo passo, anche l'industria deve dare il proprio contributo"
.

Come?
"I vari anelli della filiera devono investire sulla qualità e di conseguenza sulla certificazione. Non solo certificazione dei boschi quindi, ma anche delle realtà artigianali e industriali della filiera bosco-legno. A partire dalle aziende di taglio boschivo, che permettono di garantire fin dal primo anello della filiera boschiva la tracciabilità dei prodotti legnosi, passando per l'industria di prima e di seconda trasformazione fino ai carpentieri, per permettere al consumatore finale di sapere da dove viene il legno che compra e magari dare il proprio favore al legname locale.

I vantaggi della certificazione per le aziende di trasformazione non sono immediati, ma chi fa una simile scelta confida che sia vincente per il futuro in attesa che, un domani, ci possa essere un ritorno economico oltre alla soddisfazione di svolgere il lavoro con qualità e con il rispetto dell'ambiente. Il potere di trasformare questa speranza in realtà è in mano ai consumatori e, di nuovo, ai decisori pubblici"
.

Cosa dovrebbero fare?
"I consumatori dovrebbero privilegiare nei loro acquisti i prodotti delle aziende virtuose. I decisori pubblici, invece, attraverso il meccanismo (reso di fatto obbligatorio dalle norme europee) dei bandi di acquisti pubblici verdi: garantire alle aziende certificate punteggi migliori nelle gare per la fornitura di beni ecologici e sostenibili sarebbe una leva potentissima per orientare il mercato e le strategie aziendali. I bandi pubblici incidono infatti per il 17% del nostro Pil nazionale: circa 263 miliardi di euro".

Una domanda di attualità: quanto ha inciso la Tempesta di vento Vaia dello scorso ottobre sulle foreste italiane?
"La tempesta Vaia che si è abbattuta il 28 ottobre 2018 sull'Italia ha lasciato a terra 8,5 milioni di metri cubi di legno, mettendo in ginocchio un ecosistema sia dal punto di vista ambientale che economico e sociale. A subirne i danni sono state soprattutto le regioni alpine (dalla Lombardia orientale al Friuli Venezia Giulia), dove le piccole e grandi aziende coinvolte nella filiera del legno faticano ora a trovare soluzioni al dramma presente e soprattutto prospettive per un futuro che si preannuncia ricco di difficoltà. Colpiti più duramente sono i proprietari forestali, che si trovano ad affrontare una situazione eccezionale ora (molto legname da allestire e vendere) e in futuro: riduzione delle entrate, necessità di investire nel ripristino e di rivedere la pianificazione".

Qual è stata la vostra risposta?
"Pefc ha lanciato il progetto Filiera solidale, proponendo un logo per il legname proveniente dall'allestimento delle piante abbattute da Vaia, che lo accompagnerà fino ai prodotti finali con la tracciabilità attraverso le varie trasformazioni. È un'occasione importante per la filiera del legno italiana, che è importante, ma attualmente basata sull'importazione del legno per oltre il 75%".

Che cosa chiede Pefc?
"Pefc chiede alle imprese del legno di utilizzare il legno proveniente da Vaia, sostituendo in parte le importazioni, e ai consumatori di richiedere i prodotti fatti con questo legno, contrastando l'aspettativa di riduzione del prezzo dei prodotti: un'azione di solidarietà per il ripristino delle foreste distrutte da parte di tutto il settore (importante) del legno italiano".

Spesso si parla di filiera bosco-legno-energia. Cosa servirebbe per farla decollare davvero?
"Una premessa. Se il calore o l'energia elettrica derivano dalla combustione di materiale legnoso la logica domanda che il consumatore attento alle tematiche ambientali si pone è: qual è l'origine del legno? Come è stato tagliato il bosco da cui proviene? Il Parlamento europeo denuncia che il 20% del legname importato è di origine illegale e l'Italia, purtroppo, è il primo importatore al mondo di legna da ardere, quindi il collegamento tra la filiera legno-energia e le certificazioni forestali è molto stretto, visto che questa certificazione fornisce garanzie sull'origine legale e sostenibilità ambientale sociale ed economica della gestione del bosco".

Qual è la destinazione del legno made in Italy?
"Per quanto riguarda la produzione nazionale, il 60% del legno tagliato in Italia (5,8 milioni su 9,6 milioni di metri cubi) è destinata alla produzione di calore (energia termica): lo strumento della certificazione forestale può fornire anche in questo caso garanzia di buona origine di questa fonte rinnovabile di energia, garanzia che interessa tutta la filiera energetica, dal bosco al consumatore finale".

Come, dunque, sostenere la filiera, oltre allo strumento della certificazione forestale? 
"La certificazione forestale, chiaramente, non è l'unico ingrediente per il successo delle filiere bosco-legno energia, perché questo dipende anche dalle scelte tecnologiche e politiche che verranno fatte: l'adozione di reti di teleriscaldamento a biomasse legnose in aree interne, invece della promozione della metanizzazione, l'uso di centrali ad alta efficienza energetica (e quindi a basso impatto ambientale) di taglia energetica proporzionata alla disponibilità forestale del territorio, la tassazione dell'Iva delle biomasse legnose come per il metano, tanto per fare degli esempi, aiuterebbero la diffusione del legno rispetto ai combustibili fossili".

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

Autore: Redazione Agronotizie

Tag: import/export interviste ambiente biodiversità sostenibilità certificazione filiera foreste e boschi legna

Ti è piaciuto questo articolo?

Registrati gratis

alla newsletter di AgroNotizie
e ricevine altri

Unisciti ad altre 206.851 persone iscritte!

Leggi gratuitamente AgroNotizie grazie ai Partner