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Lavoratori stranieri, e se un giorno ci svegliassimo senza?

Cosa accadrebbe se una mattina tutti i lavoratori stranieri, regolari e non, scomparissero dalle nostre campagne? Abbiamo provato ad immaginare le conseguenze

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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In Italia sono impiegati 345mila lavoratori stranieri, secondo Oxfam altri 430mila sarebbero irregolari
Fonte foto: © nick barounis - Fotolia

Nel film Cose dell'altro mondo un imprenditore veneto, impersonato da Diego Abatantuono, vede realizzarsi il suo sogno: una Italia senza stranieri. In novanta minuti il registra Francesco Patierno mostra gli effetti dell'esodo: fabbriche in crisi perché senza operai, famiglie che non sanno a chi lasciare gli anziani genitori, i bagni degli uffici che velocemente degradano e così via. E in agricoltura che cosa accadrebbe se in una notte tutti i lavoratori, regolari e non, scomparissero?


Il primo settore a risentirne sarebbe probabilmente quello lattiero-caseario. Nelle stalle sparse sul tutto il territorio, ma soprattutto in Pianura padana, sono ben 31.600 i lavoratori di origine indiana che si prendono cura delle vacche. Nella sola provincia di Cremona sono 7mila gli indiani di religione Sikh che mungono gli animali e se ne prendono cura, contribuendo alla produzione di prodotti simbolo del made in Italy come il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano.


Con il finire della primavera e l'arrivo dell'estate l'altro settore che sarebbe in ginocchio è quello frutticolo. Oggi le nettarine, le albicocche, le nespole, le ciliegie e così via sono raccolte in gran parte da lavoratori dell'Est Europa. Secondo la Coldiretti sono quasi 120mila i rumeni che lavorano in campagna, la prima nazionalità ad essere rappresentata in Italia. Più giù i marocchini e gli albanesi, circa 30mila, e poi polacchi, circa 16mila, seguiti da bulgari e tunisini, circa 12mila. In tutto nelle nostre campagne, tra stagionali e permanenti, lavorano 345mila persone, un terzo della forza lavoro necessaria a far andare avanti il settore.

Durante il periodo della vendemmia è normale vedere nelle campagne del Piemonte pullman con targa polacca che portano in vigna i braccianti per poi riportarli nelle pensioni della zona. E ogni anno sono gli stessi lavoratori a tornare per la vendemmia, chiamati dalle cantine nostrane. E non è inusuale che il lavoro passi dai genitori ai figli.

In Trentino Alto Adige l'afflusso maggiore di braccianti stranieri si verifica durante la raccolta delle mele. Accanto ad alcuni studenti italiani, che lavorano per avere qualche soldo in tasca, il grosso del lavoro viene fatto da cittadini dell'Est Europa.

Verona, la prima provincia in Italia per produzione di fragole, avrebbe seri problemi se non avesse a disposizione lavoratori stranieri da impiegare nella raccolta di questi frutti, pregiati ma molto delicati. E per rimanere in zona, i vivai che producono le barbatelle tra il Veneto e il Friuli andrebbero incontro a seri problemi senza gli operai stranieri.

Lungo gli Appennini sono i macedoni a badare a capre e pecore. Mentre nel Sud ad ogni cambio di stagione si assiste a dei mini esodi, con i lavoratori che si spostano da una regione all'altra in cerca di lavoro. Si inizia a novembre con gli agrumi in Sicilia e Calabria, poi le patate a marzo e con la primavera arriva il periodo degli ortaggi in Campania. A luglio le pesche e le albicocche e ad agosto i pomodori in Puglia. Completa l'anno l'uva da vino in settembre, le olive e gli ortaggi invernali in ottobre e novembre.

Secondo il dossier sull'immigrazione, stilato dalla Coldiretti nel novembre dello scorso anno, il 50,4% degli stranieri occupati in agricoltura si concentra in quindici province: Bolzano (6,1%), Foggia (6,0%), Verona (5,0%), Trento (4,4%), Latina (4,1%), Cuneo (3,7%), Ragusa (3,7%), Cosenza (2,6%), Salerno (2,5%), Ravenna (2,4%), Bari (2,1%), Ferrara (2,0%), Forlì-Cesena (2,0%), Brescia (2,0%), Reggio Calabria (1,8%).
 

Caporalato e schiavitù

Discorso a parte è quello legato al caporalato e allo sfruttamento della manodopera extracomunitaria e non. Secondo una ricerca presentata da Oxfam pochi giorni fa, in Italia ci sarebbero circa 430mila lavoratori irregolari, di cui 100mila vittime di sfruttamento. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone pagate sotto il minimo salariale (di 47 euro a giornata) e con orari di lavoro anche di 10-12 ore. Ma si arriva anche a condizioni di lavoro pericolose e agli abusi sessuali.
 

E fuori dall'Italia?

Anche nel resto dell'Europa la scarsità di manodopera locale si fa sentire. In questo articolo avevamo parlato ad esempio della Svizzera, a cui è legata anche la leggenda di agricoltori con stipendi da nababbi.

Al di fuori del vecchio continente ci sono due Stati in cui le politiche restrittive sull'immigrazione hanno creato non pochi problemi all'agricoltura. La decisione di Donald Trump di bloccare l'afflusso di migranti dal Messico ha messo in ginocchio gli agricoltori della California, lo Stato primo produttore statunitense di frutta e verdura. Questo ha portato, tra le altre cose, allo sviluppo di robot per la raccolta di ortaggi e frutta in campo con l'obiettivo di rimpiazzare i lavoratori umani, sempre più scarsi.


L'altro Stato è la Nuova Zelanda che, insieme all'Australia, ha una politica migratoria molto restrittiva. Questa primavera il governo di Wellington ha dovuto fronteggiare il problema dei kiwi. Le produzioni più abbondanti del solito e la mancanza di manodopera hanno spinto la premier a concedere visti speciali ai turisti che avessero passato qualche settimana nelle farms a raccogliere il frutto simbolo della nazione.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: ortofrutta azienda agricola immigrati lavoro agricolo caporalato

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