A farne le spese è l'Amazzonia (e il mondo)

Nei primi sette mesi del 2019 la deforestazione è aumentata del 67%. Allevamento del bestiame, agricoltura di sussistenza e commerciale, costruzione di strade e raccolta del legno, per l'Istituto nazionale per la ricerca spaziale del Brasile, sono le cause

Matteo Bernardelli di Matteo Bernardelli

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Per quanto riguarda il rispetto dell'accordo sul clima di Parigi, il Brasile ha rassicurato che si farà carico degli impegni assunti
Fonte foto: © Tarcisio - Adobe Stock

Il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, lo aveva annunciato alla vigilia della propria elezione: disboscare di più l'Amazzonia. Parola mantenuta, a quanto sembra, con annesso allarme ambientale, aggravato negli ultimi giorni da incendi che lo stesso paese sudamericano ha definito difficili da spegnere.

Solo nei primi sette mesi del 2019 la deforestazione è aumentata del 67% e da una recente rilevazione dell'Istituto nazionale per la ricerca spaziale del Brasile (Inpe), è emersa una nuova area pari a 2.255 chilometri quadrati di foresta completamente disboscata.
Risultato: rimosso il direttore dell'Inpe, Ricardo Magnus Osorio Galvão, accusato dal presidente Bolsonaro di lavorare "al servizio di qualche Ong nel tentativo di danneggiare il paese". La notizia del turbo-disboscamento dell'Amazzonia, fenomeno ininterrotto da decenni, anche se mai forse a questi ritmi, ha fatto il giro del mondo. Anche perché l'Amazzonia è considerato il "polmone verde" del pianeta.

A portare sulla strada del disboscamento sono più fattori. L'Inpe li ha elencati in base alle finalità: l'allevamento del bestiame (60%), seguito dall'agricoltura di sussistenza (30%), costruzione di strade (4%), raccolta del legno (4%), agricoltura commerciale (2%).

Soia e allevamento del bestiame sono spesso incentivate con l'obiettivo dell'export, che ha in questi due settori produttivi ampi margini di internazionalizzazione e, dunque, di maggior valore aggiunto. E chissà quale ruolo giocherà, in tale contesto, il Mercosur, l'accordo di libero scambio fra Unione europea e alcuni paesi sudamericani (oltre al Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay). In attesa della ratifica degli Stati membri da entrambe le parti dell'Oceano, il testo dell'intesa afferma che gli europei si impegnano a non importare soia o carne da terreni disboscati, anche se la sua applicazione rimane poco chiara, secondo quanto riportato da alcuni siti vicini al mondo ambientalista.

C'è anche un altro aspetto giudicato inquietante sul fronte ambientale: il rispetto dell'accordo sul clima di Parigi. Il Brasile ha rassicurato che si farà carico degli impegni assunti. Tuttavia, sono state sollevate alcune perplessità a riguardo.
Qualche esitazione l'aveva espressa il ministro dell'Agricoltura del Belgio, Denis Ducarme. "Ci arrivano informazioni dal Brasile sull'accordo sul clima di Parigi, quindi siamo attenti" ha dichiarato al quotidiano argentino Clarin. "Non è una questione di sfiducia, ma noi siamo molto esigenti rispetto a questi accordi e altri invece vogliono uscirne, questo metterebbe in dubbio la continuità di tale paese negli accordi commerciali".

Ma lo stesso Bolsonaro, a inizio luglio, aveva sparigliato le carte, dichiarando che per il Brasile sarebbe impossibile raggiungere l'obiettivo di ridurre le emissioni di gas a effetto serra del 43% entro il 2030, rispetto al 2005. "Questi obiettivi non possono essere raggiunti, anche se ora prendiamo 100mila uomini per ripiantare le foreste, non ci arriveremo entro il 2030", ha tagliato corto Bolsonaro.


Agricoltura ed effetto serra in Brasile

Secondo le ultime stime del Seeg, il Sistema di valutazione delle emissioni di gas a effetto serra, il settore agricolo da solo è stato responsabile di oltre i due terzi (71%) delle emissioni di CO2 del Brasile nel 2017, su un totale di 2,07 miliardi di metri cubi, il settimo più grande al mondo.
Non meno del 46% delle emissioni brasiliane di Seeg proviene da "cambiamenti nell'uso del suolo". Che significa: riconversione della foresta amazzonica.


Alternativa "verde"

Eppure, sembrerebbe più redditizio coltivare la foresta massonica anziché disboscarla. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Nature risulta che un ettaro di foresta amazzonica renda ogni anno 148 dollari se trasformato in terreno da allevamento, mille dollari se impiegato per l'estrazione di legname commerciale, distruggendo tutti gli altri tipi di arbusti, e 6.820 dollari se la foresta viene rispettata, limitandosi a raccogliere frutta, lattice e legname, come riportato anche dall'attento Roberto Da Rin su Il Sole 24 Ore di venerdì 9 agosto scorso.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: ambiente clima cambiamenti climatici foreste e boschi

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